di Lara Vannini – Tra magia, superstizione e (poca) scienza, a pensarci bene, prima della diffusione degli antibiotici e del riscaldamento, nel mondo contadino possedere una “buona genia”, era la cura migliore per restare in salute. La “Penicellina”, il noto antibiotico, oggi più che scontato, arrivò in Italia circa ottanta anni fa, il cosiddetto farmaco “portato dalla guerra” e la prima notizia ufficiale del suo esistere, è presente nella pubblicistica medica dal 1944.
Fino ad allora, polmoniti, setticemie o comuni dissenterie potevano essere probabili cause di decesso.
Se poi a tutto ciò veniva aggiunto la rigidità invernale e l’impossibilità a contattare un medico in tempi rapidi, il sapere tramandato rappresentava l’unica prassi su cui un contadino poteva contare per rimettersi in salute.
In Casentino, ma anche nell’Alta Valtiberina, fino alla metà degli anni Cinquanta, Frate Achille Tocchi ultimo speziale della Verna, fu un grande punto di riferimento per i religiosi del Santuario, ma anche per la popolazione locale, per la sua dedizione caritatevole verso il prossimo e per le sue competenze mediche ed erboristiche.
Se dagli anni Cinquanta in poi, nell’alto Casentino, iniziarono ad essere presenti i medici condotti, quei dottori dipendenti dai comuni che prestavano assistenza gratuita ai poveri, prima di allora le cure erano demandate al sapere popolare e a quelle figure come Frate Achille che avevano particolari competenze mediche. Va sempre ricordato che il mondo contadino era una realtà fortemente religiosa, preghiere e riti religiosi erano alla base della vita quotidiana, e sempre al divino ci si rivolgeva in caso di malattia o sofferenza. Le cure mediche erano importanti, così come la somministrazione di infusi e decotti, ma senza l’aiuto dal cielo ogni cosa era vana.
Tralasciando gravi patologie, anche un’influenza nel mondo contadino, aveva una chiara prassi da seguire. Sicuramente “il caldo” era il primo vero medicinale, stare al calore del grande camino, oppure tentare di scaldare la camera con la “cecia”, erano delle abitudini raccomandabili. La “cecia” di terracotta o lamiera, veniva riempita di brace e ricoperta di cenere. Veniva collocata oltre che nel letto, nella stanza per fare calore ma bisognava stare molto attenti a non mettere sotto la cenere i “fumaioli”, che in breve tempo, avrebbero affumicato tutta la stanza.
Il malato febbricitante, qualsiasi sintomo avesse doveva purgarsi. Questa prassi di lontane origini si spiegava con il fatto che, attraverso la purga, l’organismo avrebbe potuto purificarsi, espellere malattie ed influssi nefasti e poter guarire più velocemente. Le purghe più usate erano a base di olio di ricino e sali inglesi. L’olio di ricino, è un olio vegetale che veniva estratto dalla pianta del Ricino, e se ingerito manifestava importanti proprietà lassative.
Questa pratica in realtà era spesso inutile se non dannosa, dal momento che non esistendo bagni riscaldati in casa, il febbricitante era costretto ad alzarsi numerose volte dal letto, con il freddo della stanza e forti dolori di pancia. Una volta sfebbrato il malato doveva stare tre giorni in casa per scongiurare possibili ricadute. La dieta era a base di brodini e riso in bianco, saltuariamente il lesso che era una rarità appositamente cucinata per una pronta guarigione.
Dalla dispensa poteva essere presa a prestito la patata per curare gli ascessi della bocca. La patata cruda veniva posizionata tra la zona infetta e la guancia, e si diceva avesse proprietà antibatteriche e anti-infiammatorie.
Nei casi più gravi era raccomandabile fare anche degli sciacqui con il cognac. Evidentemente, quest’ultima soluzione non aveva alcuna proprietà curativa, ma l’alcol in caso di dolore acuto poteva creare un lieve effetto anestetizzante e dare sollievo.
Restando sul concetto del “dolore”, spesso per alleviare un mal di pancia veniva usata la borsa dell’acqua calda. Mal di stomaco, indigestioni, e dolori mestruali venivano affrontati grazie al calore terapeutico, ma anche in questo caso non tutte le problematiche potevano essere curate allo stesso modo. Vero è che l’utilizzo del calore non era solo un palliativo, infatti grazie al meccanismo della vasodilatazione esercitata dal caldo, si creava un afflusso di sangue nella parte dolente che riducendone gli spasmi faceva rilassare la muscolatura e quindi regalava una sensazione di benessere.
Anche le frizioni con alcol e canfora erano dei comuni rimedi per lenire i dolori muscolari. L’olio essenziale di Canfora tutt’oggi usato per dare sollievo in caso di traumi sportivi, era un ottimo rimedio per il mal di schiena.
Non era raro che gli uomini di casa, dopo un’intesa giornata di lavoro nei campi o a tagliare la legna, tornassero stanchi e doloranti. La natura anche in questo caso veniva in loro aiuto, magari non era risolutiva, ma dava l’illusione di poter ricominciare l’indomani mattina più forti di prima!

(tratto da CASENTINO2000 | n. 294 | Maggio 2018)