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domenica, 5 Dicembre 2021

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Monti… a colpi di tacco

di Federica Andretta – Classe 1945 e una vita dedicata ad una grande passione. Un negozio e così tanti ricordi da custodire dentro al proprio cuore. Immagini del passato che si intrecciano con quelle del presente non appena varco la soglia della bottega e mi muovo a passi silenziosi tra le sue stanze, quasi a non voler disturbare la dolce quiete che si respira. Con la luce accesa e gli scaffali non ancora completamente svuotati nonostante le stanze interne siano state pressoché sgombrate, sembra che il negozio sia ritornato a vivere. E ora che il sipario si è definitivamente chiuso, una sorta di malinconica nostalgia sembra voler bussare alle porte della mia memoria. Non deve essere stata una scelta facile.

Specialmente in tempi difficili come questi dove tutto è maggiormente amplificato e una decisione che una volta ci sarebbe apparsa ardua oggi si rivela essere invece piuttosto sofferta. Chi di noi da bambino e/o da adulto, sia esso bibbienese o no, non ha mai fatto una capatina dal MONTI? Non avrei mai pensato di ritornarci un giorno per dirgli addio. Osservando gli articoli rimasti, in particolare tutte quelle scarpine colorate da bambino, mi viene un senso di tenerezza. Tutti quei colori, tipici dell’allegria fanciullesca, hanno risvegliato in me una voglia di tornare nel passato. Ed in un certo senso, ci sono davvero tornata. Grazie ad una guida d’eccezione come Gianfranco Monti è stato davvero come viaggiare a bordo di una macchina del tempo! Scarpe risalenti a epoche ormai lontane, accessori antichi, strumenti di lavoro caratteristici e molto altro sono stati immortalati dalla mia macchina fotografica. Ma una storia non sarebbe completa senza prima conoscerne l’inizio.

Sebbene l’insegna del negozio riporti l’anno 1902 (data di nascita del padre Pietro), l’attività è nata molto prima. Il nonno Marco, originario di Cesena, di mestiere faceva il calzolaio ma in seguito si trasferì a Bibbiena. Anche Giovanni, zio di Gianfranco, era un calzolaio. Morto il nonno, i due figli Giovanni e Pietro si divisero andando ognuno per conto proprio. Pietro, il padre di Gianfranco, era specializzato nella realizzazione di scarpe eleganti da uomo e da donna. Tuttavia, prima di separarsi i due fratelli avevano degli operai che mandavano durante la stagione estiva nei vari poderi per realizzare scarpe da lavoro. Una volta infatti funzionava così: l’operaio in questione si recava nella fattoria dove restava lì anche un mese, impegnato nella creazione di calzature rivolte a tutta la famiglia; se ne stava lì nell’aia con un seggiolino e con grande maestria e dedizione dava vita alla magia. Marco, fratello di Gianfranco, durante la guerra (pur essendo piccolino) veniva adibito dal padre a raddrizzare i chiodi data la penuria di questi accessori in quel periodo.

Finita la guerra, Gianfranco e il fratello insieme ad altri zii andavano a fare i mercati mentre il padre rimaneva in negozio. «Mi ricordo che da quando avevo 15 anni ho sempre odiato fare i mercati. Mi toccava andarci da giugno a settembre dalle sei del mattino fino alle quattro del pomeriggio ma lì ho imparato i primi passi da commerciante. A scuola non andavo bene ma tornato dal servizio militare sono diventato perito meccanico. Da quel momento in poi ero tutta un’altra persona: negozio, casa, negozio, casa e ferie ogni spuntar di luna. Da allora ho fatto questo mestiere con tanta passione, con mio babbo finché era in vita e poi con mio fratello fino ad oggi. Cercavo di accontentare le persone, ero talmente inserito nel settore che sapevo vita, morte e miracoli. Ho cercato di aiutare il negozio e il paese di Bibbiena con il comitato Associazione Commercianti Centro Storico Bibbiena. Sino a vent’anni fa girava tantissima gente, Bibbiena era una ‘coppa d’oro’. Fino agli anni ‘75 io e mio fratello abbiamo fatto i mercati conoscendo tutto il Casentino in lungo e largo. Sono così contento che tanta gente dopo tanti anni si ricordi ancora di me e mi apprezzi. Ciò mi dà un’enorme soddisfazione!»

Mentre ascolto il racconto di Gianfranco, osservo estasiata un diploma risalente agli Anni ‘20 appeso su una parete conferito al nonno Marco. Una “Medaglia d’Oro Confermativa” a dimostrazione di quanto le sue scarpe da donna e da uomo fossero davvero belle e comode o per dirla con le parole ufficiali del titolo ricevuto: “la Ditta Marco Monti e Figli è Iscritta nel Libro d’Oro d’Italia. Rinomate Calzature. Specialità per Uomo, Signora e Bambini”. 

«Mio nonno era una ‘testa matta’ nelle scarpe! Nel senso che ogni anno bisogna già prevedere ciò che andrà di moda in quello successivo, cosa che una volta non era facile da fare, poiché abitando in una valle ‘chiusa’ si era costretti a spostarsi periodicamente per mantenersi costantemente aggiornati in questo genere di mestiere. Abbiamo girato il mondo alla scoperta dei pellami, dei vari tipi di lavorazione, dei colori e delle nuove tendenze, abbiamo visitato le esposizioni a Milano e Roma. Siamo stati attenti nel garantire grande qualità ai nostri prodotti».

Gianfranco ci fa notare quanto gli stranieri vadano matti per il made in Italy. Una volta a Bibbiena si tenevano delle mostre di artigianato in comune a cui partecipava anche il nonno di Gianfranco; i suoi modelli da esposizione erano il risultato di un lungo e lento procedimento che mostrava come fosse possibile lavorare il cuoio. «Eseguiva questa procedura: metteva a mollo il cuoio e con il martello lo sagomava su delle forme di legno».

Ma come mai la decisione di terminare l’attività?
«Ho deciso di chiudere perché non ce la facevo più, per motivi fisici e non».
Il Covid contratto lo scorso marzo e la lunga riabilitazione hanno messo a dura prova Gianfranco il quale però con forza e coraggio non si è mai arreso e così dopo quasi sessanta giorni in rianimazione e quattro mesi a casa siamo qui a ripercorrere la storia di un’attività di successo che resterà per sempre nel cuore dei bibbienesi e non solo.
«Non ho dato lavoro soltanto a me stesso ma anche a tante persone. Mi sono stati tutti così vicini in seguito alla malattia e non c’è stato nessuno che non abbia chiesto di me e non mi abbia aiutato. Il 28 agosto 2021 i miei colleghi mi hanno organizzato una festa dopo che avevo deciso di chiudere la mia attività consegnandomi una pergamena di ringraziamento per tutti gli anni di lavoro trascorsi insieme».

La dura esperienza della malattia è legata anche a spiacevoli considerazioni…
«Come Monti Gianfranco non ho ricevuto nulla dallo Stato in quanto riscuotendo già la pensione da 15 anni non avevo diritto a percepire alcun indennizzo per il Covid. Come ditta invece ho ricevuto 2.000 euro che dopo dieci giorni ho dovuto restituire ma non ne ho mai saputo il perché. Come commerciante non ho dunque avuto nulla; insomma, ho continuato a pagare anche quando stavo male».

Qualche rimpianto?
«No, rifarei questo lavoro, perché mi ha dato tante soddisfazioni ma anche grattacapi».

Speranze per il futuro?
«Che i giovani si adattino anche a cosa offre il mercato. Purtroppo il settore dell’artigianato alla fine morirà».

Come concludere un servizio come questo? Non è cosa semplice. Non riesco a trovare al momento le parole giuste per farlo così ho pensato ad un aforisma che a mio avviso ben si presta a incorniciare questo racconto nel modo più onesto possibile senza rischiare di cadere nel banale. Perché per ogni libro letto non c’è mai una conclusione perfetta, un epilogo migliore o un finale che ci calzi davvero a pennello.

E allora per fortuna arrivano in nostro soccorso gli aforismi, come se ciò bastasse a renderci un po’ più originali quando invece altro non siamo che dei puri e semplici sentimentali.
Così mi affido alle parole di Fabrizio Caramagna: «nessuno ha mai chiesto alle scarpe se c’è un luogo dove vorrebbero andare, al cappello se c’è un vento dove vorrebbe volare, ai bottoni se c’è una mano da cui vorrebbero farsi toccare».

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