Caro Michele, siediti vicino a me, spegni il cellulare, ho bisogno di parlarti. Oggi saresti dovuto andare a scuola; anzi, scusami, ho sbagliato a dire: oggi avresti voluto andare a scuola, invece non sai quando e se, eventualmente, potrai farlo.

Dico che ho sbagliato a parlare perché, nonostante tutti gli atteggiamenti dell’essere bambino, so che l’idea di ritrovare i compagni, rappresentava anche per te un momento di vera gioia. Anche i libri restano nella scatola e al momento valgono meno dei chili che pesano, perché neppure ti incuriosiscono per un istante. Eppure c’è voluta l’automobile per poterli trasportare tutti ma, adesso, stanno ammucchiati come fossero vecchi giornali in attesa di essere bruciati.

Sai Michele, quando avevo la tua età, il primo giorno di scuola era carico di emozioni: tutti ci ritrovavamo alla Mausolea, dove andavamo a piedi anche in pieno inverno, quando nevicava tanto e il ghiaccio durava mesi e mesi sulla strada. La cartella non pesava, i libri erano quelli che ci volevano e anche se usati, facevano brillare gli occhi dalla curiosità e dalla voglia di imparare.

Ti ricordi quando, qualche mese fa, mentre facevamo l’orto nei vasi dietro casa, ti dissi che presto avremmo visto un sole a colori? Ebbene oggi devo dirti che ancora quel sole non c’è. In effetti te ne sei accorto da solo, e ora che mi sono fermato a parlarti, rimettendoti al centro della mia giornata, mi rendo conto che essere piccoli non significa non percepire perfettamente ciò che sta accadendo.

Eppure non so spiegarti perché stamattina tu non possa vivere il tuo primo giorno di scuola e neppure voglio stare a dirti se ci siano delle colpe per tutto quello che ti viene negato, perché anche se ci fossero, non cambierebbe nulla. Così come non avrebbe cambiato le cose intuire un poco di empatia in mezzo ai comunicati ufficiali, in modo da potertela trasferire, ma si vede che questo non è il tempo giusto e forse il mezzo supera la volontà delle persone.

Lo sai, il babbo è un cantastorie. Ogni giorno ne invento una da raccontarti alla sera, mentre ti avvolgo con le mie braccia, come fossero una grande coperta dentro cui rifugiarsi per farti addormentare.

Tuo padre stamattina può solo prometterti che, nonostante tutto, farà viaggiare la mente. La manderò intorno al globo e nelle profondità dell’universo; negli abissi marini e in cima alle montagne; avanti e indietro nel tempo, per poterti proteggere dalla mie e dalle tue inquietudini, di fronte a un sistema ancora impreparato e ad un male ancora presente. In fondo, caro Michele, quando tanti anni fa ebbi a dubitare perfino di me stesso e a temere il peggio, se non avessi avuto la mia fantasia neppure io ce l’avrei fatta; perciò ricordati sempre che gli abbracci dell’anima non ti mancheranno mai.

Questo è tutto quello che posso dirti adesso. So bene che è poco, ma sappi che nonostante il mio cuore adesso sia un macigno, sarà abbastanza forte da sostenere anche il tuo e mi perdonerai se qualche notte le storie che avrò trovato non saranno così belle come le vorresti. Adesso torna a giocare e stai certo che, presto o tardi, il racconto della tua infanzia potrai tornare a costruirlo insieme ai tuoi amici.

Tuo padre, Marco Roselli