di Lara Vannini – Festa di eccessi e di grandi abbuffate, il Carnevale nel mondo contadino era invece paragonabile ad uno scambio tra chi donava ospitalità e chi portava gioia e allegria con canti e balli. Non esistevano i travestimenti della contemporaneità ma non di rado gli uomini per far divertire, si vestivano da donna con una gonna o degli accessori femminili. Il Carnevale un tempo era caratterizzato da maschere artigianali ma divertenti, una cena semplice e una grandissima voglia di evadere e chiudere la porta, almeno per una sera, alla miseria e alle difficoltà di tutti i giorni.
Nel Casentino degli anni ‘40 del ‘900, la festa contadina di Carnevale si svolgeva nelle grandi cucine dei poderi limitrofi al paese principale.
Il capofamiglia della casa colonica, spargeva voce che il suo podere avrebbe ospitato il ballo di Carnevale. A volte i poderi più grandi facevano a turno, ma molto spesso il luogo era frutto della pura casualità, chi invitava per primo era l’organizzatore della festa. Il freddo ed il rigore invernale obbligavano le persone a riunirsi al chiuso, spesso nella grande cucina padronale, dove il camino acceso e l’affollamento generale, permettevano di raggiungere una buona temperatura anche se gli spifferi di aria gelata non mancavano mai!
Per andare al ballo di Carnevale ci si vestiva con il vestito migliore, ma gli scarponi erano d’obbligo perché camminare con le “scarpe fine” per il bosco era impossibile.
Le strade erano battute, spesso mulattiere o sentieri di grande percorrenza, ma in ogni caso non esistevano torce elettriche quindi la luna o qualche lampada all’acetilene, permettevano di non smarrire la strada. Il cammino poteva essere lungo ed impegnativo per il freddo, ma il divertimento non mancava mai visto che gli spostamenti erano in gruppo, tra battute e semplici canzoni improvvisate lungo il sentiero.
Le donne spesso indossavano un paio di maglioni di lana pesanti, gonna media e calzettoni fino al ginocchio. Il cappotto era una rarità per non dire un miraggio e poche persone ne possedevano uno. A volte si potevano trovare cappotti militari che erano stati disfatti e ricuciti per essere riadattati e tinti con la “superiride”, una tintura domestica che esiste ancora oggi, ed è diventata di fama mondiale.
Le famiglie che partecipavano alla festa, uscivano di casa verso le 18,00. I giorni precedenti veniva stabilito un punto di ritrovo e chi ritardava, rischiava di farsi tutto il percorso da solo e al buio!
Alle sei di sera infatti era già notte, la speranza più grande era quella avere una luna piena pronta a rischiarare il cammino. I poderi più lontani potevano essere distanti più di un’ora di cammino a piedi, quindi i bambini piccoli o chi non poteva camminare generalmente non prendeva parte alla serata.
Arrivati al podere, iniziava la musica e si aprivano le danze. I balli erano: la quadriglia, il tango e il valzer, la musica era dal vivo con la fisarmonica e a volte un organetto. Grazie a qualche bicchiere di troppo, e tanta allegria, c’era sempre qualcuno che improvvisava delle strofe come questa:
“tiritore tiritore, prendi le felci e mettile al sole,
quando son secche valle a riporre…!”
(perché un tempo si usavano anche per fare la liscivia)
Alle 19,00 iniziavano i balli, poi verso le 23,00-23,30 veniva preparata la tavola per allestire la cena: pane con l’olio, se c’erano le salsicce e una generosa “pulenda dolce fumante” che si diceva “non potesse essere mai negata a nessuno”. Sulla tavola il vino rosso non mancava mai, e se era una serata fortunata veniva offerto anche il vin santo. Il vino non era mai acquistato, ma fatto dai contadini in modo artigianale. Se il vino fosse finito, veniva servito il “mezzo vino” ovvero un vino molto leggero allungato con un po’d’acqua. I dolci tradizionali erano: la pasta reale, il ciambellone, e a volte frittelle o cenci.
Nel corso dei festeggiamenti le persone chiacchieravano del più e del meno, stringevano amicizie e poteva essere il momento propizio per trovare il corteggiatore.
La cena iniziava tardi per aspettare la mezzanotte, dopodichè con l’ultimo brindisi di una lunga serie, venivano riaperte le danze che si sarebbero protratte fino a notte inoltrata. Non di rado il ritorno a casa coincideva con il sorgere del sole, ma la giornata non era finita. Se era domenica e ci fosse stata la messa di buon mattino, era obbligatorio parteciparvi senza andare a dormire. Al termine delle funzioni religiose, stremati per la lunga nottata, tutti andavano a coricarsi.
Prima dei 17 anni era raro poter partecipare da soli alle feste di Carnevale. Più spesso “i ragazzetti” erano accompagnati dai fratelli più grandi o da qualche parente adulto che potesse tenerli d’occhio. In ogni caso “la buona uscita” dipendeva dalla benevolenza dei genitori.
Ovviamente durante la serata c’era sempre qualcuno che alzava un po’il gomito e non era raro che partisse qualche sberla o scapaccione, ma tutto veniva dimentico il giorno dopo, grazie ad una bella dormita e il ritorno alla sobrietà.
Qualche contadino per l’occasione si faceva prestare gli abiti da chi ne aveva, ad esempio dal parroco residente nella canonica del paese. Era fondamentale almeno per quella sera fare bella figura e ritornare a casa con un pensiero romantico da ricordare!