di Melissa Frulloni – In futuro, ripensando ai tempi del Coronavirus, ci ricorderemo di molte cose… Quelle più tristi che riguardano i tanti morti, i contagiati, la macabra fila di bare nelle chiese, la foto del Papa che passeggia da solo per le vie di Roma (passerà senza dubbio alla storia)… E poi quelle più serene, come gli arcobaleni disegnati dai bambini, i flash mob, il tricolore alle finestre, i video divertenti sui social che ci hanno strappato un sorriso. Ancora i nostri paesi vuoti, la fila per entrare ai supermercati, la lontananza dalle persone a cui vogliamo bene… Tutti sicuramente ci ricorderemo di chi ha lavorato giorno e notte per non far fermare l’Italia e di chi invece ci ha aiutato, mettendo a rischio la sua stessa salute per garantire la nostra. Saranno gli occhi di medici e infermieri che ci torneranno alla mente quando tutto sarà solo un ricordo; gli occhi stanchi e provati di chi lavora ore e ore sotto la mascherina soffocante, nelle tute protettive che ti fanno sudare, insieme alla tensione sempre alta, sempre presente. Ecco, tutti loro, sicuramente non li dimenticheremo mai!

Dietro a quegli occhi, a quella fatica, a quella vocazione che li ha spinti ad aiutare gli altri sempre e comunque, ci sono donne e uomini, storie, vite che si sono intrecciate con quelle delle vittime del virus e di tanti pazienti che li hanno presi come un vero e proprio punto di riferimento. Tra quelle storie ce n’è una in particolare che vogliamo raccontarvi e che riguarda una giovane casentinese; Chiara, infermiera impegnata in prima linea per combattere il Covid19.
L’abbiamo raggiunta telefonicamente in un momento un po’ frastornato della sua vita, in cui, in piena emergenza da Coronavirus, ha dovuto anche affrontare un trasferimento dall’Ospedale Maggiore di Parma al San Donato di Arezzo: “Mi hanno richiamata in seguito ad un concorso fatto a gennaio. In realtà hanno richiamato quasi tutti i 3000 partecipanti, essenziali in questo momento per ingrossare le fila degli infermieri. C’era la possibilità di essere ricollocati in uno degli ospedali della Asl Toscana Sud Est, Arezzo, Siena, Grosseto; a me è toccato Arezzo ed essendo casentinese ed abitando a Bibbiena ho accettato immediatamente e con grande entusiasmo, felice di potermi finalmente avvicina a casa.”

Chiara infatti, dopo aver vinto un concorso pubblico a Parma, si era trasferita dal Casentino alla città emiliana, per lavorare come infermiera nell’ospedale di zona. Quando poi è scoppiato il virus, si è trovata in prima linea, all’interno di una zona rossa, costantemente a contatto con contagiati da Covid19, positivi o sospetti. “La Asl Toscana Sud Est ha chiesto disponibilità in 7 giorni. Così ho subito inviato le mie dimissioni, caricato il più possibile in macchina e sono partita, per tornare in Toscana. Da un giorno all’altro ho cambiato vita, non tanto per il trasferimento, che in realtà è stata una notizia molto positiva, ma soprattutto per la realtà da cui me ne sono andata. A Parma la situazione non è come qui. Ad Arezzo per fortuna è tutto molto più tranquillo. Là si respirava tutta un’altra aria, la tensione era davvero palpabile e anche in ospedale lavoravamo tutto il giorno e unicamente per curare pazienti infetti.”

Chiara assisteva solo pazienti positivi o presunti tali, con patologie pregresse, quindi soggetti molto a rischio. Non erano solo anziani, molti, ci dice Chiara, avevano dai 60 anni in su: “Potevano essere i miei genitori… Questo mi ha sempre creato molto disagio e tanta tristezza… L’unica cosa che mi aiutava ad andare avanti erano i miei colleghi, il team con cui lavoravo che è stato difficilissimo da lasciare una volta saputo del trasferimento. Il dolore unisce molto; quando ti trovi a vivere situazioni così, fai squadra, ti supporti, scarichi sull’altro un po’ delle tue angosce e paure e così gli altri fanno con te; è un modo per esorcizzare e per andare avanti con professionalità, nonostante tu veda morire delle persone…”
Chiara ha capito da subito la gravità della situazione. Ancor prima che Parma diventasse zona rossa, si era visto crescere il numero dei contagiati, molti medici ed infermieri erano stati allertati, interi reparti convertiti per assistere al meglio i tanti malati da Covid19. Gli stessi pazienti che Chiara curava, tutti con patologie pregresse, peggioravano velocemente, tanto che dopo 3/4 giorni in ospedale le loro condizioni diventavano critiche e alcuni morivano.

“La cosa più brutta a cui ho assistito è stata la solitudine dei pazienti. Essendo un reparto di isolamento nessun parente poteva venire a fargli visita. Molti sono morti con accanto un medico o un infermiere, cercavamo di stargli vicino il più possibile, di aiutarli certo, ma anche di fargli sentire quel calore umano che purtroppo a causa del virus non potevano avere dai loro figli, genitori, mariti, mogli… Con tutti i dispositivi di protezione che avevamo addosso, potevano vedere solo i nostri occhi, dietro agli occhiali protettivi… Era poco, ma per i pazienti, sicuramente un piccolo appiglio che li aiutava in quei tristi momenti. È stata durissima, davvero… Pensa che molti parenti ci davano dei biglietti, delle brevi lettere, con un augurio, un saluto, in molti c’era scritto “ti voglio bene”. Oppure il giorno della festa della donna c’è chi aveva portato una mimosa…”

Oltre all’aspetto psicologico e alla tensione da dover sopportare, Chiara ci racconta di quanto fosse stancante fisicamente lavorare con i vari dispositivi di protezione. Essendo il suo un reparto ad alto rischio, era richiesto a lei e ai suoi colleghi di indossare, mascherina, cuffia, occhiali, tuta protettiva, copri scarpe e doppi guanti, ovviamente per non rischiare il contagio. Inoltre Chiara doveva stare molto attenta a tutte le procedure per evitare contaminazioni da un paziente all’altro e ogni manovra veniva eseguita con grande attenzione. I turni erano di 8 ore, ma Chiara ci dice che alla fine restava fin quando ce ne era bisogno, fin quando riusciva a dare una mano.

“Quando il turno finiva eri davvero a terra, stanchissimo sia fisicamente che nello spirto. Potevi solo tornare a casa, dormire, riposarti un po’ e poi ripartire il giorno seguente. Lavorare con i dispositivi di protezione è davvero dura. La tuta ti fa sudare tantissimo, gli occhiali si appannano e la mascherina ti toglie il respiro. Capitava a tutti di avere fame d’aria dopo un po’ che si lavorava, avresti voluto spogliarti, toglierti tutto, ma non si poteva… Allora stringevi i denti, respiravi più profondamente, dicevi alla tua mente di calmarti e andavi avanti.”

La grande forza di volontà di Chiara e di tutti gli operatori sanitari è data dalla loro vocazione. Non stanno facendo un lavoro, stanno aiutando gli altri a guarire, a non morire e per farlo devono avere qualcosa dentro, una forza che ti spinge… Non tutti potremmo farlo, non tutti siamo portati a farlo, solo chi ha sentito questa specie di “chiamata” dentro di se può sopportare tutto questo. Dopo il trasferimento ad Arezzo, Chiara ha avuto solo due giorni di “decompressione” e poi è dovuta ripartire, ancora una volta in reparto, ancora una volta a combattere il Covid. Qui, per fortuna, la situazione è molto diversa rispetto al nord Italia, ce lo conferma anche lei. Resta il fatto che tutti siamo in pericolo e dobbiamo assolutamente rispettare le regole che ci sono state imposte, anche se da noi il numero dei contagi è molto inferiore.

“È davvero importante restare a casa, lavarsi le mani, evitare i contatti. Chissà se quando tutto questo sarà finito queste buone pratiche igieniche ci rimarranno in testa. Norme che avremmo dovuto adottare da subito, sempre, per prevenire il diffondersi del virus, ma anche di tante altre malattie.”

Chissà che cosa ci resterà in testa dopo la fine di questa emergenza, quando le cose torneranno alla normalità. Chissà se la quarantena, l’isolamento ci hanno insegnato qualcosa, ci hanno fatto apprezzare di più il calore delle persone che abbiamo intorno, la voglia di dare e ricevere un abbraccio, la gentilezza, l’empatia, la voglia di essere utili in qualche modo, mettendo da parte egoismo e denaro. Sicuramente ricorderemo questa storia e tante altre, quelle di persone comuni che hanno dato tutto per aiutarci ad uscire da questa terribile situazione.