di Monica Prati – Come ogni favola che si rispetti… c’era un volta in Casentino una Fiera antica nata con l’Unità d’Italia, quella che ai nostri giorni si svolge ogni anno a Ponte a Poppi: la Fiera di San Torello, frutto della collaborazione tra l’Associazione Attività Produttive di Ponte a Poppi, con il Consorzio Promo commercio Confesercenti di Arezzo e con il patrocinio del Comune di Poppi. Quella odierna è una fiera che, nonostante venga chiamata con il nome del Santo protettore di Poppi e di tutto il Casentino, in realtà è un grande mercato di operatori ambulanti, i quali vendono prodotti che spaziano dalla gastronomia ai dolci, dall’abbigliamento alle calzature e, purtroppo ha perso il suo significato originario, storico e religioso.

Abbiamo incontrato Edoardo Chiovelli, Consigliere della “Venerabile Compagnia di San Torello”, istituita nel 1801 nell’Abbazia di San Fedele in Poppi, che offre “servizio e decoro della chiesa medesima… assistere con zelo ai bisogni della parrocchia, si di Comunioni, come di Processioni, ed altro e tutto a Gloria ed Onore di San Torello concittadino, Protettore della Terra di Poppi e di tutta la Provincia del Casentino…”. È lui che ci ha raccontato cosa era e cosa rappresentava veramente la “Fiera di San Torello” per gli abitanti di Poppi e per tutti i casentinesi.

«Le Fiere e i Mercati paesani nascono in Toscana e in Italia dopo l’unificazione e, rappresentano nel costume casentinese un momento associativo molto importante, un luogo dove le persone si incontravano per gli scambi commerciali; fino alla seconda guerra mondiale il Casentino aveva un’economia basata sull’agricoltura perché quella industriale si è sviluppata nell’immediato dopo guerra. Durante e subito dopo la prima guerra mondiale i poderi erano condotti a mezzadria e pochi erano i coltivatori diretti, cioè i proprietari che coltivavano il proprio fondo rustico.

Le proprietà terriere in Casentino erano concentrate in poche famiglie di latifondisti, quali ad esempio a Poppi i Gherardi o i Gatteschi, oltre le parrocchie ed i monasteri, che erano titolari di questo tipo di possedimenti che esistono ancora oggi. Era fiorente l’allevamento di bestiame: vacche, mucche, bovi, asini, muli, che servivano per la produzione di carne ma anche per lavoro, non c’erano i trattori, non c’erano grandi macchine agricole e allora i terreni venivano dissodati con l’aratro trainato dai buoi.

Gli asini (o meglio i somari, le micce e i muli come venivano chiamati) servivano per il trasporto del legname dai boschi, che poi veniva utilizzato in paese dai fornai e da tutta la popolazione; poi c’erano le mucche da latte, che allora veniva portato direttamente nelle case con delle stagne, utilizzando il “misurino” che era 1/5 di 1 litro; le pecore servivano per produrre formaggi, ricotta per la famiglia e la vendita; gli agnelli da macello soprattutto nel periodo pasquale; i cavalli, servivano come mezzo di trasporto perché i signori del paese e i contadini più abbienti che abitavano nei dintorni avevano il calesse. Tutti questi prodotti, gli animali, gli scambi per l’acquisto del bestiame si facevano alle fiere, e questo dall‘800 fino al dopoguerra.

A Poppi la Fiera del bestiame veniva fatta in Pratello (Piazza Della Repubblica) davanti al Castello e in Pratellino dove c’è l’albergo San Lorenzo, veniva fatta la “Fiera dei maiali e delle pecore”, ricordo che nel 1930 il poeta muratore Iacopo Bordoni chiese il permesso di costruire un muretto di recinzione davanti casa, perché quando c’era la fiera gli animali gli entravano dentro. Queste fiere sono state di grande importanza per gli scambi, che erano gestiti da un “sensale”, una sorta di mediatore che metteva d’accordo compratore e venditore; veniva pattuito un prezzo sul posto, sancito da una stretta di mano e qualche “moccolo”, tra l’altro, era in uso poter contestare l’acquisto entro un certo periodo di tempo, quando l’animale presentava un difetto “strutturale”, non una malattia temporanea, come poteva essere il cimurro, ma un difetto come ad esempio un cavallo che zoppava, allora poteva essere “refertato” cioè restituito, però tutto ciò doveva essere pattuito al momento dell’acquisto.

La contrattazione avveniva a voce, per cui ci voleva sempre qualche testimone se no, in caso di lite, erano scazzottate. Parallelamente, alla Fiera del Bestiame, lungo il Borgo c’erano i banchi con l’abbigliamento, calzature, croccanti, brigidini, zucchero filato, la mesticheria, la frutta, la verdura che veniva dalla Romagna. Le fiere annuali riconosciute erano 4, annotate nell’Albo regionale delle fiere e dei mercati: la Fiera di Quaresima, detta anche fiera dei fichi secchi o dei mestoli, perché i giovani compravano i mestoli e poi li davano nel sedere alle ragazze, la Fiera di San Torello, la Fiera della Madonna e la Fiera dei Cocomeri.

La Fiera del Bestiame era legata a quella di San Torello, che richiamava gente da tutto il Casentino; dalle campagne, allora molto popolate, giungevano famiglie numerose, si pensi che le più piccole erano composte da 10/12 persone, veniva fatta di lunedì, perché non è come oggi che tutti lavorano, le donne allora lavoravano più che altro per la propria famiglia, così erano più libere di lunedì. Questo ovviamente quando l’economia era agricola, ma con l’avvento dell’industria, gli orari rigidi delle catene di montaggio non permettevano più di assentarsi dal lavoro; ecco perché oggi le fiere vengono fatte di sabato e di domenica; purtroppo sono finite tutte intorno agli anni ‘70, quella del bestiame è finita prima, mentre quelle con i banchi hanno continuato un altro po’ di tempo.

Alla fiera, che si snodava dal Castello dei Conti Guidi fin ad occupare tutto il borgo, oltre ai banchi classici come detto sopra, si aggiungeva quella del bestiame che rappresentava un vero e proprio mercato, non era una mostra espositiva come quelle di oggi, come ad esempio quella che fanno a Borgo alla Collina.»

Ci racconta qualche aneddoto legato alla Fiera di San Torello? «La fiera era anche occasione d’incontri e socializzazione, mi ricordo, che le ragazze passeggiavano tenendosi a braccetto l’una con l’altra e i ragazzi quando ne vedevano una poco avvenente, si avvicinavano e dicevano: “oh bellina che tu sei!”, a ciò la ragazza ribatteva stupita: “davvero?” e il ragazzo rispondeva: “se mamma ti rifà!” Scherzi di cattivo gusto che a me non sono mai piaciuti, come l’uso di prendere a mestolate nel sedere le ragazze, alla fiera dei mestoli, che a fine festa erano tutte livide!

Le fiere, i mercati, rappresentavano tutto per la popolazione, erano importanti per gli scambi commerciali del tempo, per gli acquisti di prodotti primari; importante era anche la festa in onore del Santo, la seconda domenica dopo Pasqua la festa di San Torello è preceduta da un “Triduo preparatorio”, di solito mercoledì, giovedì, e venerdì, in cui si parla del Santo. Il giorno della Festa viene distribuito il “Panino Benedetto” che si benedice la mattina alla messa delle 8.30 e poi tutto il giorno vengono riscosse le quote d’iscrizione alla “Compagnia di San Torello”, coloro che pagano la quota prendono anche il panino benedetto.

La mattina alle 11.00 c’è una Messa solenne, di solito con la presenza del Vescovo e l’Abate Generale di Vallombrosa, perché San Torello non vestì mai il saio, però aderì all’Ordine Religioso Vallombrosano. Nel pomeriggio c’è la S. Messa che precede la “Solenne Processione”, (nella foto sotto quella del 1943 a Ponte a Poppi) dove si porta per le vie del paese il “Busto Reliquario del Santo”; durante il Triduo, durante la Festa e anche il lunedì, c’è la tradizione di fare la Messa nella Badia di San Fedele, in cui si espone il Busto di San Torello. Come si può capire anche se non c’è più la fiera, e non è più giorno festivo, noi continuiamo la tradizione. Durante l’esposizione del Busto, coloro che lo desiderano possono venerarlo, baciarlo, rivolgere delle preghiere e, un tempo erano le ragazze a chiedere a voce alta: “San Torello, San Torello facci trovare marito bello!” Alla processione vengono invitati tutti i Sacerdoti del Casentino, dell’Aretino e del Fiesolano, perché San Torello è oltre ad essere patrono del Casentino è anche compatrono di Forlì. Noi della Compagnia cerchiamo di portare avanti questa tradizione e non rinunceremo mai al nostro motto: “Gloria a Dio e Onore a San Torello!”»

(tratto da CASENTINO2000 | n. 282 | Maggio 2017)

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