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mercoledì, 22 Settembre 2021

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Le Foreste non hanno steccati

C’è a mio parere una priorità a cui tutti gli enti pubblici della nostra montagna dovrebbero dedicare la massima attenzione ed è quello della prevenzione e dell’organizzazione alla lotta contro gli incendi boschivi. Oggi questo tema non è trattato adeguatamente e soprattutto unitariamente forse perché ci culliamo ancora nell’idea sbagliata che questo fenomeno riguardi solo le foreste del sud Italia e delle isole. Il repentino ed evidente cambio climatico, caratterizzato da ondate di calore sempre più violente e da prolungati periodi di siccità, non solo estivi, aumentano esponenzialmente il rischio di incendi anche da noi.

Oggi la materia è disciplinata dalla “legge quadro nazionale sugli incendi boschivi”, la n. 353 del 2000, che delega alle Regioni ed ai Parchi la predisposizione degli specifici Piani per la previsione, la prevenzione e la lotta attiva agli incendi. Attualmente gli Enti preposti (Regioni Toscana ed Emilia-Romagna e Parco) hanno predisposti i Piani di loro competenza; Piani che dovrebbero essere aggiornati annualmente. Quelli delle Regioni lo sono mentre quello del Parco non è più aggiornato dal 2013.

Il fatto che non si ricordino incendi devastanti che nel recente passato abbiano interessato le Foreste Casentinesi e più in generale i boschi del nostro crinale ci fa, erroneamente, dormire sonni troppo tranquilli a tutti. Ma le cose stanno cambiando velocemente come testimoniano il numero crescente e gli ettari di bosco interessati dagli incendi nel nostro paese, ma più in generale in tutto il mondo.

Esiste attualmente un forte elemento di debolezza della politica e degli strumenti contro gli incendi boschivi nel territorio dell’appennino tosco-romagnolo, quella parte del crinale che va ben oltre i confini del Parco nazionale. La debolezza è data dal fatto che in questo territorio, a cavallo tra Romagna e Toscana, vigono attualmente tre distinti Piani di prevenzione e di lotta attiva agli incendi elaborati separatamente e soprattutto approvati senza che prima venissero coinvolte adeguatamente ne le amministrazioni locali (Comuni, Provincie, Unioni Montane) ne il vasto mondo dell’associazionismo che opera nel territorio (Volontari della Protezione Civile locale, GEV, Soccorso Alpino, Guide, CAI, Ass.ni Ambientalistiche, Ass.ni Venatorie ecc.).

Se dovesse scoppiare un violento incendio sul crinale chi avrebbe il compito di coordinare gli interventi? Se l’incendio scoppiasse nel Parco dovrebbe essere il Parco, se fuori del Parco le rispettive Regioni? ma poi gli incendi come è noto si propagano e non conoscono confini amministrativi e allora chi deve fare che cosa??? è noto che di fronte agli incendi boschivi serve il massimo di prontezza e di chiarezza e per avere successo occorre coinvolgere tante forze locali, comprese quelle del volontariato, senza la quali lo spegnimento da terra è molto problematico.

Se le mie preoccupazioni sono infondate faccio pubblica ammenda ma siccome non credo lo siano del tutto voglio fare alcune proposte operative rivolte agli Enti Pubblici più direttamente interessati: Regioni, Comuni e Parco nazionale.
Innanzitutto occorrerebbe definire una strategia comune tra Regioni, Comuni e Parco per poi dare vita ad un unico Piano “speciale” per il nostro appennino al posto dei tre Piani attuali.

Un Piano speciale perché questo è un territorio speciale non fosse altro per la presenza delle Faggete vetuste riconosciute dall’UNESCO, del Parco nazionale e dell’invaso di Ridracoli. Come prima cosa servirebbe la valutazione congiunta della consistenza delle forze in campo e stimarne il grado di efficienza ed efficacia. Occorrerebbe rafforzare ed incrementare i Centri dei volontari antincendio per predisporne uno in ogni comune del crinale (soprattutto nel versante Romagnolo dove sono pochissimi), dotandoli di mezzi adeguati. Andrebbe poi strutturato il coordinamento delle associazioni del volontariato presenti nel territorio, consapevoli che la lotta agli incendi si vince da terra e non tanto con i Canadair.

Ma oltre ad essere ben organizzati ed attrezzati per la lotta attiva agli incendi, occorre soprattutto cercare di prevederli e di prevenirli. Qui la cosa è molto più complessa e difficile perché occorrono anche interventi condivisi e coordinati di gestione attiva e costante del bosco e del sottobosco: piste forestali e sentieri adeguati, depositi idrici in foresta, sistemi di rilevamento istantanei dei focolai degli incendi sia da terra che dal cielo ecc.

Serve soprattutto una politica forestale tesa a favorire un assetto delle foreste capace di essere il più possibili resiliente agli incendi, favorendo la presenza di certe essenze e limitando al massimo quelle che lo sono meno. Serve decidere quindi che insieme ad un Piano antincendio unico, che abbracci il Parco e le vaste porzioni forestali, demaniali e non, che lo circondano di dotare il territorio un unico Piano Forestale.

E’ insomma necessaria una programmazione forestale di area vasta, tenendo sicuramente in conto su tutto del primario obiettivo della tutela della biodiversità forestale e quindi del Parco, delle Riserve Biogenetiche, delle ZPS e ZSC. Ma allo stesso tempo considerando che o si prevengono gli incendi oppure la biodiversità forestale presente può andare in fumo. Insomma si tratta di due facce della stessa medaglia: il fine è quello la tutela della natura ma uno degli strumenti più importanti per garantirla è un buon Piano, e non Piani, di prevenzione degli incendi insieme ad un unico Piano forestale di area vasta. I tempi sono oramai maturi per porre questo tema che per essere affrontato presuppone la necessità per ogni Ente (Regioni, Parco, Comuni) di uscire dai propri ambiti amministrativi per sviluppare un confronto molto approfondito e trasparente finalizzato a prendere delle decisioni insieme.

Per questo il problema dei futuri assetti forestali del nostro crinale riguarda molto anche il Parco che non può essere considerato una fortezza o un’isola felice avulsa dal contesto che lo circonda. Del resto pianificare per ambiti fisici molto ampi e soprattutto farlo quando si tratta di sistemi naturali dinamici, soggetti a molti fattori esterni e mutevoli nel tempo, è sempre un esercizio molto difficile e di grande responsabilità. Si tratta dunque di operare delle vere e proprie scelte politiche; scelte che devono essere precedute da un dibattito scientifico alto e trasparente.

Termino per sottolineare all’interno di questo tema degli incendi boschivi il ruolo che secondo me dovrebbero avere Romagna Acque o meglio dell’invaso di Ridracoli ed il ruolo del Parco per quanto concerne la pianificazione forestale.
L’invaso di Ridracoli è una grande infrastruttura strategica per tutta la Romagna la cui durata, cioè il tempo del suo riempimento, è condizionata prevalentemente dalle dinamiche degli apporti solidi nell’invaso stesso. E la velocità e l’intensità del trasporto solido, a sua volta, è condizionato fortemente dalla copertura vegetale dei versanti del bacino di accumulo oltre che, logicamente, dalla durata e dall’intensità delle precipitazioni piovane che tra l’altro sono sempre più concentrate ed intense.

Un eventuale e devastante incendio boschivo che interessasse i versanti del bacino determinerebbe, subito dopo, la forte accelerazione del trasporto solido all’interno dell’invaso e di conseguenza ne ridurrebbe di parecchio la funzionalità, con perdite enormi in termini di risorsa idrica da distribuire. Per questo credo che Romagna Acque debba essere parte attiva nella predisposizione e nella gestione di un Piano di previsione, prevenzione e di lotta attiva agli incendi boschivi e quindi dovrebbe partecipare alla organizzazione del sistema di allertamento e di intervento in caso di incendio.

Ne va della sua stessa funzione. In altre parole il destino della foresta fa un tutt’uno con la possibilità di continuare ad accumulare acqua ancora per molto tempo.
Se fossi in Romagna Acque dedicherei molta più attenzione, studi ed anche risorse economiche, a questo tema rispetto a quello della ricerca di nuove fonti di approvvigionamento idrico attraverso la prevista costruzione di nuovi piccoli invasi e di ulteriori canali di derivazione.

Circa il giudizio sul ruolo e sull’azione che sta caratterizzando attualmente il Parco è buona norma che chi, come me, l’ha diretto in passato si astenga. Tuttavia mi preme sottolineare che, a fine anni ‘80, favorimmo l’istituzione del Parco anche come strumento per affrancarci da una gestione dei demani forestali poco inclusiva e troppo separata dalle istituzioni locali e dalle istanze delle popolazioni.

Avviammo la gestione del Parco grazie ad un confronto costante e anche difficile con i Comuni e con la popolazione residente, cercando sempre il punto di equilibrio tra le istanze di conservazione della natura e quelle di utilizzo delle risorse presenti, a cominciare dal bosco (con le Unioni dei Comuni, allora Comunità Montane) e dall’acqua (con Romagna Acque). Il confronto leale, aperto, continuo e soprattutto l’ascolto delle istanze locali deve essere continuamente alimentato senza rinchiudersi in una sorta di concezione proprietaria ed autoreferenziale dei rispettivi territori di competenza.

Enzo Valbonesi

(Enzo Valbonesi è stato il primo Presidente del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e presidente di Federparchi. Ha lavorato successivamente come dirigente nel settore ambiente della regione Emilia-Romagna)

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