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lunedì, 23 Maggio 2022

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Meglio il posto fisso o un mojito?

di Melissa Frulloni – Maggio è il mese del lavoro ed è proprio su questo tema enorme, divisivo e fortemente complesso che ci siamo concentrati con la nostra copertina. Non abbiamo ovviamente la pretesa di risolvere niente, ma piuttosto ci sembrava interessante analizzare il fenomeno, guardandolo con occhi casentinesi. Perché si sa, spesso quello che succede nella nostra piccola valle è specchio delle tendenze macro, che si registrano nel resto d’Italia.

Il titolo della copertina vuole provocare, scuotere e far riflettere. Sicuramente qualcuno potrà giudicarlo un po’ “forte”, ma è proprio la sua natura provocatoria che abbiamo voluto utilizzare per evidenziare importanti cambiamenti che stanno attraversando il mondo del lavoro, anche nella nostra vallata, soprattutto in relazione ai giovani casentinesi.

L’Associazione Italiana Direzione Personale (ADPI) ha pubblicato i dati secondo cui le dimissioni volontarie fra i giovani in Italia toccano il 60% delle aziende. A scegliere di cambiare lavoro sono soprattutto le persone nella fascia d’età compresa fra i 26 e i 35 anni.

Ad un primo e forse superficiale sguardo, questi dati potrebbero significare una cosa sola: “i giovani non hanno voglia di lavorare”. Una frase che secolo dopo secolo, ha riecheggiato come un mantra, ripetuta di generazione in generazione, dai padri verso i figli e poi, a loro volta, verso le nuove generazioni.

Ed a sostegno di questo molti potrebbero portare ad esempio i tantissimi annunci di ricerca lavoro che cadono nel vuoto, anche in Casentino, soprattutto nel settore della ristorazione. Camerieri/e, barman e barlady, ma anche addetti all’accoglienza negli hotel, lavoratori stagionali, sono le figure più ricercate e pare davvero impossibili da trovare.
Molti locali, ristoranti e alberghi casentinesi sono letteralmente disperati, perché alle porte della nuova stagione turistica, sono ancora sprovvisti di personale pronto e formato ad accogliere i loro clienti.

“Sono alla perenne ricerca di collaboratori ma fatico a trovare nuovi profili, i ragazzi oggi preferiscono tenersi stretto il fine settimana. Il nuovo lusso è il tempo”, così ha parlato Alessandro Borghese, il famoso e rinomato chef. Anche Briatore si è recentemente espresso su “i giovani che non vogliono lavorare”…

Ma è davvero così? Siamo veramente difronte ad una generazione di sfaticati? “Choosy”, come qualche anno fa li aveva definiti la Fornero? O sono semplicemente cambiate le priorità, i tempi e le cose a cui dare più importanza? Ricordiamoci che quelle citate sono le generazioni più toccate dalla pandemia e ancora soffrono di disturbi scaturiti da chiusure e lockdown.

Secondo alcuni i dati sopra citati mostrerebbero in modo lampante lo scarto profondo fra generazioni sempre più distanti: da un lato i figli degli anni Sessanta, che ancora occupano le posizioni di vertice all’interno delle aziende e dall’altro i Millennial e la Generazione Z. Sono loro infatti che stanno mettendo in crisi una concezione del lavoro cara ai propri genitori, secondo cui il lavoro deve avere un primato sulle scelte di vita dei ragazzi e dove la fabbrica o l’ufficio sono i luoghi in cui, più di ogni altro, è possibile edificare se stessi. Ma la questione economica da un lato e la ricerca di un maggior equilibrio fra vita privata e lavorativa dall’altra, spingono molti giovani a rivedere il proprio impiego e la propria posizione.

La richiesta di uno stipendio adeguato è sacrosanta e a nostro avviso un diritto che forse negli anni degli stage e dei co.co.co si è perso, così come tante conquiste maturate dalle lotte sindacali fatte dai nostri nonni. I Millennial e la Generazione Z non sono più disposti a scendere a compromessi, ad accettare tutto solo per lavorare; reclamano ciò che gli spetta e questo spesso mette in discussione il passaggio, da sempre considerato obbligato, della gavetta. Da qui l’accusa di impazienza degli imprenditori che imputano ai giovani di volere tutto e subito, senza rispettare il percorso che è toccato ad altri prima di loro.

A tutto ciò si aggiunge la necessità di difendere la propria sfera privata e quindi trovare contesti lavorativi in cui network organizzativi prendono il posto delle antiquate gerarchie aziendali. In cui il raggiungimento degli obiettivi è più importante di un cartellino marcato ogni giorno, al giusto orario.

Uno spartiacque è sicuramente stato segnato e la rottura con gli schemi e i preconcetti del passato caratterizza queste generazioni. Il lavoro nella sua forma novecentesca ha ormai esaurito la sua funzione, anche se, la risposta a questo, non può certo essere la disoccupazione…

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