di Mauro Meschini – Il 6 agosto è stato inaugurato il nuovo pronto Soccorso dell’ospedale di Bibbiena dal presidente uscente della Regione Enrico Rossi. Non è la prima inaugurazione che interessa la struttura ospedaliera del Casentino e ogni volta il dopo non è proprio stato migliore del prima, nonostante le dichiarazioni e i comunicati ufficiali. Questa volta abbiamo pensato di lasciare perdere le parole di circostanza di politici e dirigenti aziendali e di andare a parlare con chi nell’ospedale ci ha lavorato per anni ricoprendo anche incarichi di responsabilità. Il Dott. Gianni Galastri ha accettato il nostro invito ed è venuto a trovarci in redazione, con lui abbiamo parlato di quello che l’ospedale era e di quello che potrà essere, tra l’altro con una proposta finale importante che crediamo dovrebbe essere seriamente presa in considerazione nel momento di fare ulteriori scelte future.
L’intervento e le trasformazioni del Pronto Soccorso erano nei Patti Territoriali del 2016, quelli in cui fu deciso di chiudere il Punto Nascita…
«Si. Ma vorrei premettere che il Pronto Soccorso, negli ultimi anni, è passato da essere un reparto poco significativo a diventare un reparto di importanza centrale, questo in tutti gli ospedali del mondo e quindi anche in Italia. Il nostro Pronto Soccorso era polifunzionale, c’erano quindi tutti i medici dell’ospedale che si alternavano nei turni. Poi è invece diventato un Pronto Soccorso con il personale dedicato e questo già nel 2007…».
Quando è stato aperto il nuovo ospedale…
«Esatto. Successivamente è comunque cresciuto e siamo arrivati al punto che è stato necessario potenziarlo perché tutti hanno capito in questo territorio l’importanza di avere un Pronto Soccorso come minimo per l’urgenza, cioè la stabilizzazione dei pazienti. Così quando è stato chiuso il Punto Nascita è nata l’idea di chiedere in cambio il potenziamento del Pronto Soccorso, questo è stato previsto dai Patti Territoriali. Concretamente si è pensato alla “Piastra” cioè all’unione e all’integrazione tra Pronto Soccorso e Rianimazione che fino a quel momento erano fisicamente vicini, ma separati. Questo per dare all’emergenza/urgenza tutto quello che era necessario: dai letti di osservazione, fino ai letti di media o alta intensità. Questa idea poi è stata condivisa anche in altre realtà simili alla nostra».
Quindi concretamente si è pensato di unire strutturalmente Pronto Soccorso e Rianimazione per creare continuità tra gli interventi dei due reparti. Questo cosa permette di avere e fare in più rispetto al passato?
«Questo permette di affrontare tutti i tipi di emergenza. È possibile il lavoro di osservazione tipico del Pronto Soccorso sia con letti a bassa intensità, sia in casi più critici che richiedono il ricovero in rianimazione. Si tratta così di un reparto che aumenta la qualità della risposta del Pronto Soccorso».
Questo significa che adesso si è in grado di affrontare anche situazioni ed eventi per i quali in passato non si avevano strumenti per dare adeguate risposte?
«In questi casi si era costretti a trasferire i pazienti. Ma già nel 2018 siamo riusciti ad aprire, dentro la rianimazione, due posti letto a gestione del Pronto Soccorso. Si trattava di due posti a media intensità con i quali è stato possibile ricoverare i pazienti per uno o più giorni. Questi posti sono stati occupati da pazienti che richiedevano un livello di assistenza non da rianimazione, ma certamente più alto di quello garantito da un reparto di medicina. Per esempio pazienti cardiopatici che richiedevano un giorno di monitoraggio della loro situazione. Aritmie che richiedevano diverse ore di osservazione e stabilizzazione prima del trasferimento in reparto dopo la fase critica. In più trasferimenti diretti dal Pronto Soccorso alla rianimazione per le situazioni che richiedevano livello di cura maggiore. Così si ampliavano le possibilità del Pronto Soccorso, si avevano le situazioni normali con la dimissione o il ricovero come era sempre accaduto, ma anche due letti per osservazione diretta nostra di pazienti che potevano richiedere più tempo per il monitoraggio».
Ma queste novità hanno comportato delle rinunce. Non solo il Punto Nascita, ma anche la chirurgia d’urgenza. Prevedere solo di avere la chirurgia programmata non ha ridotto le possibilità di risposta del Pronto Soccorso? Adesso abbiamo la possibilità di osservazione anche per casi più critici, ma la possibilità dell’intervento del chirurgo in urgenza poteva dare davvero al Pronto Soccorso qualcosa di più? Nel 2016 abbiamo raccontato di un caso di appendicite che, diagnosticato alle 2 di notte a Bibbiena, poi è stato affrontato con un’operazione il pomeriggio del giorno dopo ad Arezzo, dopo il viaggio in ambulanza… Perché non si è scelto di mantenere questo livello di intervento della chirurgia?
«Su questo non posso dare risposte. Posso però dire che è importante quello che ha detto, ma non è essenziale come molti credono. Ci sono due concetti in chirurgia: l’emergenza e l’urgenza. Sono due cose molto diverse. L’emergenza è solo vascolare e solo in parte, in minima parte viene fatta ad Arezzo. L’emergenza vera chirurgica va a Siena, quella neurologica, quella vascolare dell’aorta…».
E qui occorre l’elicottero…
«E l’elicottero c’è. Il pronto Soccorso di Bibbiena è in rete, quando abbiamo una di queste situazioni non la inviamo ad Arezzo, la destiniamo direttamente a Siena, dove possono vedere in diretta le nostre immagini e da cui possiamo avere il supporto di uno specialista. In questo caso occorre quindi l’elicottero o l’ambulanza per Siena. L’urgenza chirurgica è vero che va ad Arezzo, ma non esiste un’urgenza che non sia differibile di un certo tempo. In chirurgia per un’appendicite acuta, un’occlusione intestinale, una perforazione non si opera immediatamente. Il paziente va preparato, deve esser preparata la sala, quindi andare ad Arezzo dove ci sono le sale pronte è come aprire una sala a Bibbiena».
Sarebbe però evitato il viaggio e i disagi, anche pesanti, che comporta…
«Non so però se economicamente è possibile che un ospedale come Bibbiena possa avere tutto, anche se questo è un discorso che non voglio affrontare. Io dico che un ospedale come questo deve avere le cose essenziali che sono l’emergenza-urgenza e una medicina forte, sarebbe meglio se avesse anche la chirurgia, ma se è necessario “sacrificare” qualcosa, meglio quella. La chirurgia rappresenta poi una parte degli interventi di pronto soccorso, la maggior parte sono di carattere medico».
E quanto è importante per il Pronto Soccorso il supporto di TAC e radiografie? C’è ancora il problema di non poterle fare 24/24?
«Le radiografie si possono fare sempre e anche le TAC dirette e vengono lette dal medico una volta di Arezzo ora del Valdarno».
Ma si possono fare a tutte le ore o alle 20 il medico termina il turno?
«Alle 20 stacca il medico ma non il tecnico. Quindi anche di notte si può fare la TAC che viene letta non da un medico che viene qui ma da un medico che la vede a distanza. Credo che i servizi, e qui parlo anche della cardiologia, debbano assolutamente rimanere ed essere potenziati perché sono importanti non solo per il Pronto Soccorso e i reparti, ma anche e soprattutto per la medicina territoriale. Perché è giusto dare la possibilità di fare una TAC o una visita cardiologica nel territorio. Radiologia e cardiologia sono servizi essenziali e l’ospedale di Bibbiena non deve perderli. Poi non so se questo ospedale possa essere ancora quello di anni fa, quando c’erano 120 posti letto, c’era una pediatria con cinque pediatri, una cardiologia con quattro cardiologi, una ginecologia, una medicina e una chirurgia con sette medici e via dicendo. Questo era un ospedale che funzionava benissimo, ma dal punto di vista economico non so se poteva rimanere così. Ma questo ospedale è diverso rispetto agli altri due ospedali di vallata della provincia, il nostro ospedale è peculiare e forse l’errore è stato a volte di volerli assimilare. Ogni paese della Valdichiana a dieci minuti ha un ospedale perché c’è il san Donato, c’è Nottola e poi La Gruccia. Per la Valtiberina c’è l’ospedale di Sansepolcro e l’ospedale di Città di Castello, che è un grande ospedale con tutte le specialistiche. Queste situazioni non sono assimilabili al Casentino dove c’è una viabilità che è quella che è, un’orografia che è quella che è e un solo ospedale. Questo ospedale deve avere un’organizzazione un pochino di livello superiore rispetto agli altri due…».
Allora forse unire la nostra zona con Arezzo e la Valtiberina non è stata una grande idea…
«Non si deve guardare se è insieme. Si deve guardare come è organizzato. Essere insieme a Sansepolcro non vuol dire che deve essere uguale. Perché già Arezzo non è uguale a Sansepolcro. Deve essere chiaro il concetto che questo è un ospedale diverso rispetto agli altri perché con una collocazione particolare».
Tornando agli interventi del Pronto Soccorso, si diceva che gran parte sono medici, ma dal punto di vista ortopedico? Ci sono emergenze e come si affrontano?
«Una parte degli interventi sono anche di natura ortopedica. Fino al 2018, quando ero presente, ma penso che accada anche adesso, non si sono avuti problemi da questo punto di vista. Una parte della piccola ortopedia veniva gestita direttamente anche senza la presenza di un ortopedico, per esempio le lussazioni di spalla. Rispetto a questo forse facevamo interventi che in altri pronto soccorso non attuano.
L’organizzazione prevedeva che la non urgenza venisse trattata sul momento e poi era seguita da una visita differita. Una frattura di un polso non viene ingessata immediatamente, subito viene bloccata e poi successivamente si ingessa. Questo succede anche ad Arezzo. Per una frattura di femore che deve essere operata si attuava invece il trasferimento immediato al San Donato. Questa organizzazione sopperiva alla mancanza continua dell’ortopedico, magari in altre realtà hanno l’ortopedico, ma non hanno il cardiologo. Io preferisco che sia presente il cardiologo. L’ortopedia non è mai un’emergenza si stabilizza e poi si può differire».
E lo spazio libero del vecchio ospedale come potrebbe essere utilizzato? Anche per l’emergenza Covid-19, se fosse stato pronto, avrebbe potuto essere una risorsa importante…
«L’epidemia è stata un’esperienza pesante da tutti i punti di vista. Umano, amministrativo, organizzativo… Non è stato semplice gestire questa situazione…».
Ma al di là di questo momento difficile, tutto questo spazio come si potrebbe utilizzare?
«Come ho detto questo ospedale deve avere dei punti fermi. I servizi, una medicina molto forte, una emergenza molto forte, poi la chirurgia programmata. Ma su questo…».
Ci potrebbero essere tante cose…
«Per la chirurgia programmata non è detto che ci si debba limitare ad alcuni tipi di intervento, ci sono tante cose che si potrebbero fare. Questo però dipende da scelte politiche e aziendali. Comunque se organizzata bene, attivata con plurispecialità e aperta a vari professionisti, potrebbe essere una scelta in grado di trainare il nostro ospedale».

(tratto da CASENTINO2000 | n. 322 | Settembre 2020)