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sabato, 1 Ottobre 2022

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Pianeta acqua, quale futuro per il Casentino?

di Marco Roselli – Quello che stiamo vivendo è un periodo storico caratterizzato dal clima destabilizzato. Se fino agli anni settanta gli spostamenti delle aree anticicloniche avvenivano sulla linea dei meridiani, adesso si verificano su quella dei paralleli, infatti, sono molte le estati in cui l’anticiclone africano domina la scena del Mediterraneo come un monolite, portando lunghissimi periodi siccitosi con tutte le loro conseguenze. Altro elemento da rilevare è il reiterarsi di estati con temperature sopra la norma (giugno, luglio, agosto) con valori da 38 a 40 gradi (2003; 2012; 2015; 2017; 2021 e 2022) con piante che entrano in “riposo estivo” (per chiusura degli stomi) fin da luglio. Oltre a questo aspetto abbiamo inverni sempre più brevi, con alte temperature e scarse precipitazioni.

A questo proposito risulta drammaticamente illuminante quanto David Attenborough ci mostra nel suo documentario “A life in our planet” circa gli effetti – in termini di riduzione della biodiversità e di clima estremo – prodotti da un pianeta “destabilizzato” dall’inquinamento. Senza addentrarci nelle analisi scientifiche, tanto meno nelle polemiche su quali siano le cause di questi grandi cambiamenti (anche se il 97% della comunità scientifica attribuisce al consumo di combustibili fossili la crescita dei fenomeni estremi), proviamo a tracciare un ragionamento che riguardi il nostro territorio.

Climatologia dei ricordi Non so dire se quello che scrivo in questo articolo incontrerà la condivisione del lettore perché, diversamente da altri scritti, mi sono voluto servire dei ricordi. So bene che i ricordi di una persona di mezza età non possono avere un valore oggettivo, visto il tema, dato che il periodo in esame è troppo breve. Tuttavia è possibile che la sovrapposizione della memoria con le spiegazioni scientifiche circa la situazione climatica corrente non solo convergano, ma siano almeno degne di riflessioni più ampie, rispetto alla mera lettura di temperature e altri dati.

Per questa operazione mi sono avvalso di un amico del mio paese, Luca Acciai, grande conoscitore di foreste e fiumi, che da più di 50 anni percorre in lungo e in largo le nostre montagne. Mi sono detto: chi meglio di Luca può aiutarmi a descrivere la situazione? Lui ha visto la prosperità e la decadenza del reticolo idrico fino ad arrivare al più piccolo fosso, dal Pratomagno alla Verna, pertanto l’ho intervistato.

MR – Ciao Luca, come stai? Ti ricordi quando eravamo ragazzi e andavamo a scuola a piedi? Quanti giorni restava la neve a Soci?

LA – Si, certo che mi ricordo, come fosse ieri, erano gli anni settanta. La statale fino alla Mausolea (dove c’erano le scuole medie) restava imbiancata indicativamente da fine novembre-dicembre fino a tutto febbraio. Dopo le nevicate di dicembre veniva il gelo e lo strato di neve restava compatto, non si scioglieva.

MR – Si sciava con gli sci di legno oppure si andava con le slitte nelle colline intorno a Soci; ogni campo in pendenza era buono.

LA – Da ragazzi ci trovavamo nelle piagge del Faggione oppure in quelle verso Poppi, e ci divertivamo a sciare con quello che c’era: sci di legno, scarponi di cuoio e un maglione per ripararsi. Lo slittino era il mezzo principale.

MR – Io rammento anche che al Capanno, a Badia Prataglia, dove mio padre mi portava perché noi siamo mezzi badiani (I Roselli arrivarono a Badia da Fiesole per insegnare la tornitura del legno) avevano addirittura messo uno Skilift; la neve veniva a metri e si poteva sciare tutto l’inverno. Per non parlare della Burraia e di Fangacci dove spesso si arrivava tra veri muri di neve.

LA – E in estate andavamo a fare il bagno nell’Archiano; abbiamo durato fino a fine anni ottanta. L’Archiano manteneva le cascate nelle briglie tutta l’estate, quindi c’erano mille possibilità, infatti, i giovanetti di dieci anni dovevano andare nella “pozza dei ragazzi” e solo l’anno dopo potevano accedere al “pozzoncino”. All’epoca c’era una sorta di vigilanza da parte “grandi” – persone con 4-5 anni di più – che si assumevano l’onere di non far accadere niente di stupido, e tutti rispettavano quelle regole non scritte. Io poi sono sempre stato un appassionato di pesca sportiva quindi ricordo bene la ricchezza di pesci, crostacei e altre creature di cui i fiumi erano pieni. La portata d’acqua, anche se si riduceva, rimaneva sempre buona anche in piena estate.

MR – L’estate era calda ma bastava il primo temporale di metà agosto per decretarne il tramonto; alla sera si dove uscire con il giubbotto. I periodi in cui si dormiva con le finestre aperte a Soci non erano più lunghi di quindici giorni tra la fine di luglio e la prima decade di agosto. Non c’era bisogno di condizionatori e nessuno ne parlava; il caldo si sopportava con piacere. Caro Luca, ritornando agli inverni di quando eravamo ragazzi, nelle case c’era la stufa a legna ed il caminetto. Fino a che mio padre non fece la casa nuova, ed ero già grandicello, non esisteva il gasolio da riscaldamento, tanto meno il gas.

LA – Era così per tutti; quei combustibili non c’erano e si aveva solo la legna come unico sistema per scaldare le case, che poi erano calde giusto nella zona della cucina.

MR – In effetti nella casa dove sono nato andavo a letto con la mia nonna Nilde, che metteva la “cecia”. Si dormiva davvero bene, perché la stanza era fredda; dentro il letto c’era quel bel tepore e il contrasto con l’aria della camera conciliava il sonno. Nei periodi più gelidi, per vivere la casa, si indossava un maglione in più e ce lo facevamo bastare.

LA – E per lavarsi? Te lo ricordi come si faceva? Pentoloni di acqua calda sulla stufa e poi nel catino.

MR – Il bagno era fuori dal resto della casa e il boiler non funzionava mai. Anche noi ci si lavava con questo sistema.

Stato dei fiumi e dei loro affluenti in Casentino ad oggi MR – Senti ma parlami dello stato dei fiumi, dei torrenti, dei fossi, come li stai trovando in questo periodo?

LA – Molti fossi di montagna sono letteralmente spariti e non da adesso. O si sono esaurite le sorgenti, oppure, queste si sono ritirate nel sotto suolo. Anche i piccoli corsi d’acqua si comportano in questo modo: o finiscono per scorrere sotto terra o si esauriscono e con essi spariscono pesci, anfibi, crostacei, insetti, piante riparie.

MR – Vediamo ancora una certa tenuta dell’Archiano, ma l’Arno si è molto ridotto. Tu che stime puoi fare secondo la tua esperienza?

LA – Secondo me, se non pioverà abbondantemente nei prossimi 10-15 giorni ci saranno molti punti in cui i fiumi del Casentino si potranno attraversare a piedi. La situazione è più seria di quello che sembra, perché se a valle c’è ancora una provvista d’acqua i fossi in montagna, come dicevo prima, stanno scomparendo.

MR – Certo che, come si rammentava poco fa, in inverno non esiste più da almeno 20 anni una copertura nevosa degna di questo nome.

LA – Un tempo la copertura nevosa sulla dorsale appenninica restava, nelle esposizioni a nord, fino ai primi di maggio, magari protetta dalle foglie di faggio in accumuli anche importanti. Le ultime nevicate sono state quelle del 2009 e 2010 ma la copertura è restata per pochi giorni.

MR – Senza pretese scientifiche io credo che a forza di bruciare cose che stavano sotto terra una crescente quota di calore e inquinanti si sono accumulati nell’atmosfera; gli anticicloni estivi sono di origine africana e producono periodi siccitosi sempre più lunghi, con buona pace del clima temperato. La stragrande maggioranza degli scienziati concorda con questa tesi. Grazie Luca del tuo contributo alla stesura di questo articolo e speriamo che la natura sia benigna. Alla prossima.

Il sistema agricolo Fin dagli anni ottanta nelle stanze della Coldiretti di Bibbiena, poste nello storico edificio di San Lorenzo, erano presenti le copie battute a macchina dei “piani agricoli zonali”. Strumenti di programmazione agro forestale, i piani contenevano le linee di intervento ritenute prioritarie e quindi destinatarie dei finanziamenti più importanti. Tra le varie proposte, ogni anno, veniva inserita quella di creare tanti piccoli invasi collinari lungo l’asta dell’Arno o dell’Archiano; bacini in grado di riempirsi con le piogge abbondanti dell’autunno, in modo da restituire acqua nei periodi di magra estiva.

All’epoca, nonostante il carattere torrentizio di molti piccoli e medi affluenti, non si vedevano i fenomeni che l’attualità ci propone, pertanto, l’idea degli invasi veniva regolarmente accantonata in quanto ritenuta “non strategica”. L’impatto dei sistema agricolo si è notevolmente ridotto negli ultimi anni, anche per la crescita dei costi di produzione che hanno limitato la semina del mais. Dato che gli agricoltori sono i primi conoscitori del sistema naturale applicato, hanno sempre avuto ben chiaro che la risorsa acqua non era infinita, pertanto i sistemi di raccolta di cui sopra sono sempre stati richiesti alle istituzioni preposte.

Giova anche ricordare che, in tempi attuali, l’acqua viene gestita in modo sempre più oculato anche grazie ai moderni sistemi di rilevamento basati sulle stazioni meteo. Questi dati, confrontati con lo stato di umidità del terreno valutato con tensiometri, permettono di calcolare il bilancio idrico e quindi il volume di adacquamento senza sprecare nulla. Il Piano di Sviluppo Rurale della Regione Toscana, anno 2022, infatti, privilegia i progetti che inseriscono questo tipo di sistemi, sempre più apprezzati anche dagli stessi imprenditori.

Un piano per il futuro La proposta di realizzare tanti laghetti sulle colline è stata recentemente accolta dal governo nazionale che ha definito “lungimirante” questa progettazione, in quanto supera gli impatti dei grandi sbarramenti ed è realizzabile in tempi brevi. Invasi a media quota che tramite canalizzazioni semplici si riempiono in inverno: in estate servono il sistema irriguo e mantengono le portate almeno dei fiumi principali. Senza addentrarci troppo negli argomenti, basta voltarsi indietro nella storia per vedere come i nostri antenati – soprattutto i romani – abbiano affrontato e risolto le necessità idriche di un impero che, all’epoca, era il più vasto del mondo. Sono la condivisione di progetti tra tutti gli enti preposti e la volontà di superare la logica delle emergenze a creare le condizioni per un futuro sostenibile anche nella nostra vallata.

Casentino umanizzato: né maschio né femmina, comunque madre. Circa un anno e mezzo fa, pensando al Casentino e ai suoi fiumi, mi venne in mente che, in fondo, i territori sono come le persone, e l’acqua che li percorre è il loro sangue. La testa la immaginai sul Falterona, dove nasce l’Arno e ipotizzai che in soggetto avesse due grandi cuori: uno a Camaldoli e uno alla Verna, dato che San Francesco è il patrono della natura e dell’ecologia. Con questo pensiero contattai la professionista Silvia Rossi di Expart, a Bibbiena, e realizzammo questa grafica che pare abbia trovato molti consensi.

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