di Elisa Fioriti – Le soffitte, pensai, sono la memoria delle case, più ancora delle cantine, ed era forse per questo che oggi, nel tempo che perde la memoria, non si fanno più soffitte nelle case” (Paolo Rumiz). Eppure nel borgo di Poppi, al secondo piano di Palazzo Giorgi, ce n’è una davvero singolare, “La soffitta di Marconi”, che ospita una ricca e variegata esposizione di radio d’epoca, dischi, giornali, fotografie, dipinti, oltre a mille altri articoli, frammenti di storie e vita quotidiana, fra i quali val la pena perdersi proprio per potersi ritrovare. Avventuriamoci dunque in soffitta con il proprietario della collezione, promotore e responsabile del museo, l’antiquario Giacomo Giovannetti (nella foto sotto).

Qual è la sua concezione di “Museo”? «Il Museo, nel senso etimologico della parola, è un luogo dedicato alle Muse, sacro a loro, mitiche protettrici delle arti e delle scienze. In questo, grazie al Comune di Poppi che dal 2013 ha messo a disposizione il locale, in usufrutto, sono raccolte le opere di cui mi sono interessato negli anni: opere notevoli, manufatti che l’uomo ha ideato, progettato, forgiato, tracce indelebili di sé, segni della sua sapienza in atto, una sapienza costruttiva, quella dell’homo faber, fabbro, artefice, inventore, che pur convive con quella letale dell’homo destruens. E ben lo testimonia il Novecento, quanto mai il secolo (in cui son cresciuto) della distruzione di massa, guerra e ribellione, ma anche guardandosi attorno… della costruzione e della creatività, che spingono il mondo a diventare globale».

Quando ha iniziato a collezionare? «Occuparsi d’antiquariato ai tempi in cui ero giovane io non era certo inconsueto, come oggi accade per la tecnologia e l’informatica, in relazione poi ad attitudini personali e opportunità, all’ambiente familiare di provenienza, al tipo di studi intrapresi… Una passione che si è tramutata in professione: avevo un negozio d’antichità ad Arezzo più quello di Poppi in via Cavour. E che ho trasmesso ai miei figli, raccogliendo e collezionando insieme oggetti d’epoca».

La prima radio? «Una Magnadyne del 1935: me l’ha regalata nel ’67, al secondo anno di Università, il rigattiere fiorentino da cui avevo acquistato un testo a cura di Michele Sciacca del filosofo Rosmini, che affare! Sempre un regalo la seconda: una Magnadyne del ’40. Già pensavo di metter su un corpo espositivo».

Ha dei preferiti? «No affatto, ciascun pezzo racconta qualcosa di unico. Al museo troverete radio straniere e nostrane dagli anni ’20 a fine ’60. Fra le più antiche una Kent del ’27 con altoparlante esterno, in lamiera: durante l’utilizzo si surriscaldava troppo, a rischio di bruciarsi. O quel modello Philips del ’27 maculato, per la melangiatura della bachelite. Invece quella sezione di radio francesi e italiane risale alla moda dell’Art deco, ma con esiti diversissimi nei due paesi. E quello là è uno stipo inglese ottocentesco, un mobiletto per i salotti di nobili e ricchi borghesi dotato di uno scomparto portaoggetti in alto e al centro di un vano per la radio, nascosta da serrandine, per godere con discrezione dei benefici della nuova macchina; fu un ingegnere ad acquistare lo stipo a Firenze: ho qui la fattura di 4.000 mila lire. Del resto, molte radio le ho recuperate dai rigattieri di provincia, le ho trovate gettate in vecchi fondi, accatastate nei magazzini, negli scantinati, nelle soffitte delle case, le ho salvate dall’oblio e dalla distruzione: quante persone se ne volevano semplicemente sbarazzare per far largo e spazio agli ultimi dispositivi tecnologici!»

Surclassate le radio, d’accordo, ma sono inestimabili come testimonianze di valore storico-culturale… «Citazioni direi, sono citazioni materiali di momenti del passato che fanno rileggere e rivivere un’era, le sue stagioni, i mutamenti, quelli di grande e piccola portata, i cambiamenti negli usi quotidiani, l’evoluzione della società e dei costumi. Perché via via, mutando le esigenze, evolvono gli strumenti predisposti a soddisfarle. Le radio, da prodotti d’artigianato, pregiati nella fabbricazione e nei materiali (ce n’è una piemontese, elegante, in radica di noce), ad articoli di serie, in plastica, curato il design e razionalizzata la struttura secondo un’estetica che privilegia praticità e comodità: la novecentesca produzione di massa. Da non tralasciare, comunque il valore economico estrinseco. Ad esempio, abbiamo una rarissima radio della Ducati, la casa motociclistica bolognese, che nasce specializzandosi nella ricerca e nella realizzazione di tecnologie per le comunicazioni radiofoniche: si tratta di uno dei dodici esemplari costruiti (la dedica era a Papa Pio XII) oggi esistenti, a detta dei collezionisti, in molti venuti a vederla, disposti a offrirmi cifre considerevoli per acquistarla, malgrado non abbia mai avuto l’intenzione di toglierla al museo».

Altri pezzi rari? «Oltre ad altre Radio Ducati, una tipica radio da signora in un cofanetto con imbottitura e specchio integrato; una Radio Rurale Philips del ’35, usata nei poderi durante la campagna del grano fascista; le radio a galena, i primi prototipi del ’15-’20 senza alimentazione elettrica, che ricevono le onde grazie a una lunga antenna esterna… Una volta ho tentato l’esperimento coi miei figli, mettendo un filo a un albero e uno a una doccia in rame, riuscendo a captare qualche debole segnale. Insomma, sarebbe lunga la lista. Contano, poi, quali ambiti del sapere suscitano in noi curiosità: il museo annovera collezioni che includono calcolatrici e macchine da scrivere; ritratti, stampe e fotografie; arazzi sardi, una bandiera sabauda, maschere teatrali del Burkina Faso originali; oggetti della quotidianità, borse d’acqua calda, strumenti per filare, aggomitolare la matassa, grammofoni, portavivande dei tempi di guerra… Ci sono sculture e dipinti, quelli di Ciabani. C’è una serie di dischi in bachelite. C’è un’emeroteca, una raccolta di giornali, riviste periodiche, fotoromanzi, tipo “Epoca”, “Oggi”, “l’Espresso”, “GrandHotel”, “il Borghese”, che vanno dal 1908 al ’75. Sto appunto compilando una piccola guida divulgativa che illustri le collezioni del museo, per promuoverlo a livello locale e turistico».

Anche per le scuole? «Per gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, elaborando percorsi guidati e attività mirate in collaborazione con gli insegnanti, il museo è un’eccezionale opportunità formativa. Ricordo con sincera emozione la lettera di ringraziamento che mi scrisse una bambina che frequentava le elementari a Poppi, venuta in visita con la maestra e i compagni di classe: era rimasta così affascinata dalla “Soffitta di Marconi” che la notte aveva sognato le centinaia di radio e gli altri suoi tesori. Però le reali prospettive sono ben più concrete: questi tesori attendono solo chi venga a conoscerli, a studiarli, infiniti i campi d’indagine. Aspettano voi».

(tratto da CASENTINO2000 | n. 277 | Dicembre 2016)

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