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martedì, 22 Giugno 2021

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La relazione di attaccamento: è davvero solo una questione di chimica?

di Antonella Oddone – Sappiamo come sia importante l’influenza dell’ambiente, nei fatidici primi mille giorni di vita, nel determinare il nostro stato di salute, anche attraverso modificazioni a livello genetico. Sappiamo che la personalità e lo stato mentale di un individuo sono fortemente correlati alle emozioni e alla qualità dei rapporti sociali che si instaurano in questo periodo. Il legame di attaccamento tra il bambino e le persone che si occupano di lui fin dalla nascita è il legame sociale più importante della vita intera.

Ma che cosa è il legame di attaccamento? Il medico e etologo Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina, è stato il primo a parlare di imprinting. La pulcina Martina che appena nata ha fissato con lo sguardo Lorenz credendo che lui, proprio lui, fosse la sua mamma, è indimenticabile. Gli studi di Lorenz sono alla base dell’epigenetica e hanno contribuito a conoscere meglio l’essenza del legame di attaccamento anche tra esseri umani, legame che Lorenz ha dimostrato non essere legato all’alimentazione, come si credeva, e che è fondamentale per lo sviluppo delle relazioni umane.

La relazione di attaccamento è dunque la prima relazione sociale, indispensabile per la sopravvivenza, dalla cui qualità dipenderà la qualità di tutte le relazioni future. È quel meccanismo dolcissimo che si basa sullo scambio di sguardi, sorrisi, gesti e paroline che fa innamorare all’istante e reciprocamente genitori e bambini. Il bambino modella l’immagine che ha di sé sull’immagine che gli forniscono inconsapevolmente, come uno specchio, i genitori: se io mi sento amato e valorizzato svilupperò un’immagine di me come degno di amore e quindi avrò sicurezza e fiducia in me stesso e nel mondo che mi circonda. Il bambino che viene accudito con attenzione e sensibilità e riceve dalla madre risposte prevedibili, presenterà un attaccamento sicuro perché saprà cosa aspettarsi da lei. La mamma sarà così la base sicura da cui partire per esplorare il mondo, e una fonte di sollievo a cui tornare quando si sentirà preoccupato, perché sa che da lei potrà ricevere incoraggiamento. Il potersi fidare gli consentirà di sviluppare empatia per gli altri, autostima e un buon sviluppo psicologico, necessario per superare le inevitabili frustrazioni della vita.

Ma esiste davvero una base biochimica dell’attaccamento? Ebbene sì, tutti i nostri percorsi mentali sono scritti con la chimica! Le nostre emozioni, i sentimenti, il fluire stesso del pensiero: i ricordi si accumulano sotto forma di proteine, la dopamina è l’ormone dell’innamoramento (che altro non è che una magnifica ossessione) e così l’attaccamento è influenzato dall’ossitocina, un piccolissimo ormone, solo nove aminoacidi, secreto dalla neuroipofisi. La produzione di ossitocina è legata a situazioni emotive intense, e stimola di rimando forti emozioni: durante le effusioni amorose e il rapporto sessuale, durante il travaglio e il parto (stimola le contrazioni uterine), durante la suzione del bambino (stimola la secrezione del latte), durante il massaggio e le carezze (raccomandate sempre, soprattutto tra babbo e bambino e tra fratellini proprio perché è così che si instaura la relazione di attaccamento) e infine durante i pasti conviviali (si rafforzano i rapporti sociali). In sintesi favorisce l’affettività e l’empatia ed è fondamentale nella costruzione del rapporto madre-figlio, che proprio grazie alla presenza di quest’ormone, attraverso il contatto e l’olfatto, si riconoscono e danno vita a quel legame unico che rimarrà speciale per tutta la vita.

Ma ancora più importante è il ruolo dell’ossitocina nella relazione di attaccamento con il babbo, che non è così scontato e si deve costruire giorno dopo giorno con il contatto pelle a pelle fin dai primi giorni di vita: se l’attaccamento con la mamma dona empatia e sensibilità, quello con la figura paterna è fondamentale per sviluppare autostima e sicurezza di sé.

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