di Denise Pantuso – Veniamo da una estate considerata tra le più calde in assoluto e questa situazione preoccupa molti cittadini, di tutte le età, ma ancor più le giovani generazioni che si trovano a dover rimanere loro stessi in un futuro che climaticamente non sembra essere roseo. In psicologia si parla di ecoansia e solastalgia.
Il primo termine è intuibile e tratta di quelle forme di ansia e preoccupazione che coinvolgono il cambiamento climatico, la solastalgia invece è un termine coniato dal filosofo Glenn Albrech nel 2003 indicando con questo il dolore che si prova per partecipare al degrado del proprio ambiente di vita. La solastalgia non è vissuta solo come effetto del clima ma anche di una marcata tendenza a non occuparsi del buon mantenimento di un ambiente utile alla collettività. Un po’ in tutte le età la percezione del degrado sociale è presente. Appare nei discorsi delle persone la paura per una società divenuta più egoista quando non crudele verso l’ambiente, il bene pubblico, le persone e gli animali. Il sentimento che accomuna tutte le generazioni è la perdita di speranza, data anche da un senso di collettività e comunità scarso o precario.
Su youtube ho trovato una intervista al giornalista Dario Fabbri dal titolo “Il destino dei popoli”. In questi video viene messo in evidenza come il passaggio dal considerare la società come popolo a cittadino ha generato de facto una tendenza alla solitudine e sollecitazione della libertà individuale sfavorendo il senso del collettivo. Quando un soggetto ha la percezione della solitudine di fronte ai grandi problemi vive inevitabilmente un rapporto con la vita privo di speranza. E’ tutto troppo grande per un singolo individuo, siè troppo piccoli rispetto al problema che ci preoccupa.
Lo psichiatra Eugenio Borgna, nel testo “Speranza e disperazione” cita: Si vive in un’epoca nella quale ci si rifiuta di guardare alla speranza che, nella sua infinita apertura al futuro, all’avvenire, al cambiamento, all’inatteso, all’imprevisto, rimette in crisi – la cosa fatica e fa paura – quelle che sono le realtà apparentemente pietrificate del momento, alle quali ci abituiamo, risparmiandoci la fatica di pensare a come modificarle e a come riscattarle in un orizzonte di nuove riflessioni.
Ebbene, è proprio così. La grandezza delle sfide che attendono ciascuno di noi, legata alla tendenza liberale a cui tendiamo rischia di gettarci tutti un pozzo senza fondo di perdita di speranza, di desideri e sogni di migliorare la realtà. È come se una certa combinazione di esperienze sociali ed individuali contribuisce giorno dopo giorno ad una certa staticità, disfattismo in cui il senso di morte e mortificazione vanno per la maggiore.
E non sono illuminanti neanche i momenti di positivismo, che prendono la forma di metodi di autorealizzazione perché, si vede bene soprattutto nei giovani richiedono uno sforzo costante di invertire quanto di più profondo accade nel mondo interno.
La solitudine a cui espone l’autorealizzazione imposta dal pensiero positivo è difficilmente sostenibile, spesso al suo apice è percepita come mi sembro una macchina da guerra con me stesso. Allora c’è da chiedersi come poter trovare soluzioni comuni a sfide collettive piuttosto che rimanere centrati su “faccio il mio” poiché come dice Vinicio Capossela in una intervista la speranza è un atto e forse in questo momento è un atto collettivo.
Dott.ssa Denise Pantuso Psicologa e psicoterapeuta individuo, coppia e famiglia www.denisepantuso.it – tel. 393.4079178
Rubrica ESSERE L’Equilibrio tra Benessere, Salute e Società


