Esistono libri che raccontano una storia e libri che cercano di restituire un’esperienza del mondo. Alberi, camminate con me di Marco Roselli, edito da Fruska (in libreria), appartiene con decisione alla seconda categoria. L’opera si presenta come un ampio romanzo autobiografico, ma fin dalle prime pagine appare evidente come la semplice cronaca dei fatti non interessi realmente l’autore. Il suo obiettivo è più ambizioso: ricostruire la formazione di una coscienza attraverso il rapporto con gli alberi, il legno, la neve, il lavoro artigiano e la figura del padre, trasformando la memoria individuale in un percorso quasi iniziatico. Il prologo dichiara subito questa intenzione: la ricerca della verità non passa attraverso l’esattezza documentaria, bensì attraverso la forza evocativa del ricordo e del mito.
Il cuore narrativo dell’opera è costituito dall’infanzia del protagonista, raccontata con un espediente stilistico originale: l’adulto presta la propria voce al bambino, immaginandone pensieri, sensazioni e percezioni sin dai primi giorni di vita. È una scelta narrativa rischiosa, ma sorprendentemente coerente con l’intero impianto del libro. Il neonato osserva, interpreta, attribuisce significati; naturalmente non secondo una plausibilità psicologica realistica, ma secondo una memoria poetica che ricostruisce l’origine dell’identità. La sospensione dell’incredulità richiesta al lettore viene compensata da una scrittura fortemente sensoriale, nella quale odori, colori, consistenze e suoni diventano materia narrativa.
Il laboratorio del padre Marino rappresenta il primo universo simbolico. Il legno non è semplicemente un materiale da lavorare: è una presenza viva, quasi un interlocutore silenzioso. Le pagine dedicate alla tornitura sono tra le più riuscite del volume, perché l’attenzione ai dettagli tecnici si fonde con una visione profondamente spirituale dell’artigianato. Il gesto del padre che accarezza il legno prima di lavorarlo assume il valore di un dialogo tra uomo e natura, anticipando uno dei temi centrali dell’intero libro: l’albero come essere vivente dotato di dignità e memoria.
Accanto al legno compare immediatamente un altro grande protagonista: la neve. La neve non è soltanto un elemento climatico, ma una condizione esistenziale. Ogni sua apparizione assume un carattere quasi sacrale; il bambino sviluppa con essa un’intimità che l’autore descrive con autentica partecipazione emotiva. Non sorprende che i capitoli dedicati agli sci, alle prime discese e agli inverni casentinesi siano tra i più coinvolgenti dell’opera: la neve diventa metafora della purezza, dell’attesa, della disciplina e persino dell’educazione sentimentale. Il freddo insegna senza parlare, proprio come il padre.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è la capacità di fondere osservazione naturalistica e immaginazione. Camaldoli, la foresta, i licheni, i torrenti, le foglie, gli alberi vengono descritti con precisione quasi scientifica ma contemporaneamente investiti di una dimensione animistica. Il bosco parla, osserva, custodisce presenze invisibili; il bambino non possiede ancora il linguaggio botanico, e proprio per questo riesce a coglierne il mistero. La natura non fa da sfondo alla vicenda umana: ne costituisce il vero soggetto.
La struttura narrativa procede attraverso episodi, quasi quadri autonomi, che accompagnano il protagonista nella crescita. Le vicende familiari, i soggiorni tra Casentino e Trentino, i ricordi dei nonni, il dolore della perdita, l’apprendistato nel laboratorio, la scoperta della scuola e dell’amicizia costruiscono un romanzo di formazione che mantiene sempre saldo il legame con il paesaggio. Il rapporto con il padre costituisce tuttavia la vera architrave dell’opera. Marino è un uomo di poche parole, che educa attraverso l’esempio più che mediante il discorso. Le sue lezioni sono implicite: insegnare a rialzarsi sugli sci senza aiutare il figlio diventa un gesto pedagogico di grande efficacia narrativa. Il padre appare continuamente presente e insieme sfuggente, figura concreta ma anche simbolica, destinata progressivamente a trasformarsi nell’oggetto di una ricerca interiore che attraversa l’intero libro.
Dal punto di vista stilistico il registro dell’opera oscilla frequentemente tra autobiografia, memoir, saggio naturalistico e romanzo simbolico. Questa contaminazione rappresenta insieme la principale originalità e una possibile difficoltà di ricezione: chi cerca una narrazione lineare potrebbe sentirsi disorientato; chi invece accetta la natura ibrida dell’opera scoprirà un libro dalla forte personalità. La componente ecologica merita una riflessione a parte.
In anni nei quali la narrativa ambientale rischia spesso di ridursi a semplice denuncia, Alberi, camminate con me percorre una strada diversa. L’autore non costruisce un manifesto ambientalista; propone piuttosto una visione antropologica nella quale l’uomo torna a sentirsi parte della foresta. La frase conclusiva dell’opera — «gli alberi non sembrano uomini. Lo sono» — sintetizza efficacemente questa prospettiva, che attraversa l’intero libro senza mai trasformarsi in slogan. Alberi, camminate con me chiede al lettore tempo, disponibilità e lentezza. In cambio offre un’esperienza narrativa intensa, ricca di immagini memorabili e sostenuta da una sincera tensione etica e poetica.
È un libro che probabilmente divide: alcuni ne ameranno l’abbondanza lirica, altri ne avvertiranno l’eccesso descrittivo. Ma difficilmente lascerà indifferenti, perché nasce da una convinzione autentica: la memoria individuale può ancora raccontare qualcosa di essenziale sul nostro rapporto con la natura e con noi stessi.
È, in definitiva, un’opera che invita a rallentare il passo per ascoltare ciò che normalmente rimane inascoltato: il linguaggio del bosco, il silenzio del legno, la pazienza della neve e quella forma di educazione sentimentale che soltanto la natura, e talvolta un padre, sanno impartire.



