di Denise Pantuso – In questo articolo mi vorrei soffermare su due aspetti della conversazione umana che ci influenzano considerevolmente: le parole che ci vengono rivolte e la tonalità con la quale vengono dette. L’esperienza che noi facciamo attraverso il linguaggio e come questo viene espresso può generare dentro di noi aspetti più o meno piacevoli. Dalla sensazione di riconoscimento a quella del rifiuto, dall’essere amati al rimanere antipatici, si può vivere un certo senso di ambiguità poiché una parola carica di affetto come un “ti amo” può non essere accompagnata dal calore che ci aspettiamo o da una voce particolare.
La comunicazione umana e la conoscenza tra individui richiede l’immersione e un saperci fare con la conflittualità. Parlarsi non è solo un tentativo di capirsi, ma è esporsi alla possibilità di una turbolenza, è esporsi ad una incompiutezza, una insoddisfazione. Parlarsi, seppur turbolento, porta dentro di sé i segni indelebili del desiderio umano, della sua tendenza a creare legami che siano significativi, porta con sé un’intenzione, la trasmissione di valori, domande e risposte significative della vita che ciascuno abita. Questa turbolenza è il segno dell’esistere di ciascuno.
Nella contemporaneità Whatsapp, Facebook e Chatgpt per dirne solo alcune, grazie all’intelligenza artificiale, vengono sempre più utilizzate come fossero soggetti a cui rivolgere domande e con cui fare conversazione. Li chiamo soggetti e non strumenti perché l’evoluzione tecnologica ha reso sempre di più la macchina un oggetto capace di fare le cose da sé. La storia delle invenzioni umane infatti ha avuto un preciso percorso: l’utensile, lo strumento, la macchina, il microprocessore, l’algoritmo, l’agente (Intelligenza artificiale). Se noi osserviamo questa evoluzione l’uomo ha inventato cose che lo rendevano sempre meno necessario, sempre meno legato alla comunità, così allo stesso tempo dall’utensile all’intelligenza artificiale abbiamo invenzioni capaci di esistere e fare il loro lavoro sempre più senza l’uomo. L’essere umano rimane necessario solo per il controllo.
Quando parliamo con l’intelligenza artificiale, apparentemente capace di rispondere a temi complessi come i dolori della mente umana o dell’esistenza, a chi stiamo parlando? Ciò che emerge dalle risposte che l’IA dà ai suoi interlocutori è che innanzitutto rimane coerente con il discorso della persona, ha risposte in linea con le attese, si mostra con un linguaggio sempre accogliente e mai troppo turbolento.
Ciò che genera il rapporto con l’IA nell’essere umano è un senso di completezza, di compiutezza, di risoluzione, di soddisfazione… Praticamente ciò che nella comunicazione umana si realizza con un considerevole impegno! Si fa fatica ad esser turbati da ciò che l’IA ci dice, perché? Perché l’IA risponde senza desideri, risponde senza personalità alcuna, risponde senza portare valori soggettivi effetto dell’esperienza di vita.
L’IA produce enunciati senza enunciazione! L’IA non trasmette ciò che di reale accade all’esperienza umana semplicemente perché questo reale ha bisogno di un corpo pulsante, un corpo che si lascia colpire dall’esperienza, non si fa quindi testimone di qualcosa né promotrice di un cambiamento.
Ecco, l’IA per uso psicologico annulla l’insoddisfazione che dà avvio ai sogni, mette in crisi la trasmissione tra generazioni perché fonda le sue risposte sull’informazione acquisita dagli algoritmi, mette in crisi l’autonomia di sviluppare pensieri perché le informazioni che dà sembrano non mancare di niente, nutrendo quindi la dipendenza nella sua forma di eliminazione del senso di mancanza, proprio ciò da cui per saper vivere bisogna allontanarsi.
Con le parole dello psicoanalista Nicolò Terminio si potrebbe dire che la psiche si fa oggetto del capitalismo che ha come fine proprio la saturazione, il mancare di niente impedendo che ciascuno si assuma la responsabilità del proprio desiderio. Come scrive l’autore nel suo testo Trauma e desiderio la psiche come prodotto del capitalismo “elimina l’esperienza che produce umanizzazione” perché è proprio dalla mancanza di qualcosa che “scaturisce l’interrogazione etica della propria apertura verso l’esistenza”.
Dott.ssa Denise Pantuso Psicologa e psicoterapeuta individuo, coppia e famiglia www.denisepantuso.it – tel. 393.4079178


