di Denise Pantuso – Ho ormai un’età che mi impone di veder trasformati modelli educativi che sono appartenuti alla mia epoca. Nata negli anni ’80 ho sicuramente partecipato ad una trasformazione politica ed economica che ha forgiato il mio modo di essere nel mondo. Sono stata cresciuta da genitori provenienti dalle rivoluzioni del ’68 ed avevo come nonni persone nate nel bel mezzo della prima guerra mondiale.
Un continuo oscillamento educativo tra la cultura ancora patriarcale propriamente detta fatta di punizioni, meriti, sacrifici, idee di peccato, onore al padre e la madre ad una educazione molto più libera fatta di possibilità di trasgredire, libertà di colorarsi capelli e rasarsi a zero pur essendo femmina, uscire da sola con le amiche, godere degli infiniti oggetti che l’economia già capitalista iniziava a mettere in circolazione. Su una cosa nonni e genitori erano d’accordo: il valore dello studio e della scuola. Studiare accresceva umanamente, sapere le cose era fonte di meraviglia, era anche un modo per allontanarsi dalla povertà contadina e in qualche modo era segno di “sapersela cavare”.
Tutto questo era accompagnato da una dose di insegnamento al pensare, scoprire, farsi incuriosire. Era la scuola del desiderio di sapere, un desiderio che seppur diverso in ciascuno studente faceva da fondamento pedagogico in insegnati e genitori. Il desiderio di sapere oggi c’è ancora? Pare di no, ha lasciato il posto alla scuola delle competenze che tutt’altro che farti appassionare di ciò che non sai, tutt’altro che volerti trasmettere la capacità di interrogare il mondo, si fonda sull’assunzione di somiglianza tra cervello e computer. Da società della conoscenza a società dell’informazione.
Nel testo Alla scuola delle competenze della filosofa dell’educazione Angelique del Rey è esposto in maniera molto dettagliata il passaggio antropologico tra una scuola fondata sul desiderio a quella fondata sull’apprendimento, da una scuola fondata sulla trasmissione di sapere alla scuola fondata sull’informazione, dalla scuola fondata sulla vocazione alla scuola fondata sulle intelligenze. Alla base della scuola delle competenze c’è un idea di essere umano flessibile che “si possa riconvertire professionalmente in un mercato del lavoro sempre più dinamico.”
Se questo appare come un dettaglio ragionevole, forse vicino a quel “ sapersela cavare” dei vecchi tempi, in realtà è il processo che lo costruisce che viene messo sotto i riflettori dall’autrice. Infatti il sapersela cavare dei vecchi tempi si fonda su una precisa concezione dell’essere umano, ovvero di imparare a fare propri strumenti di vita. La scuola delle competenze invece, fondandosi sull’informazione, non richiede una vera appropriazione dei concetti in quanto questi devono essere sostituiti quando risultano obsoleti. Da qui l’autrice incontra un primo ingrediente che spenge la capacità del pensiero critico in quanto ciò che è richiesto, e quindi insegnato, è la capacità di “ adeguarsi, rinnovarsi, comunicare efficacemente ed essere disponibili ad apprendere le nuove esigenze di mercato.”
Ciò che Del Rey chiama “l’uomo senza qualità ” perché non sono più io a decidere ed esaudire ciò che sono ma è il mercato, facendo rientrare l’essere umano in quanto soggetto psichico in ciò che la scuola di Chicago degli anni ’60 ha denominato capitale umano, ovvero ogni persona è considerata sulla base del profitto che può produrre. Questo lo si può già vedere attraverso le normative europee e in quelle dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) in cui il pensiero di fondo dello studente come già imprenditore di se stesso e come soggetto che deve imparare ad imparare fanno da sfondo concettuale all’interno di molte normative.
Dott.ssa Denise Pantuso Psicologa e psicoterapeuta individuo, coppia e famiglia www.denisepantuso.it – tel. 393.4079178
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