di Francesco Meola – La desertificazione bancaria in Italia è diventata un fenomeno che non si misura solo con i numeri, ma con le vite delle persone. In dieci anni sono scomparsi oltre un terzo degli sportelli, lasciando quasi la metà dei comuni senza una filiale. Una trasformazione partita da lontano ma che molto velocemente ha colpito sia le grandi città, dove la digitalizzazione è routine, sia i piccoli centri. Ed è proprio in queste realtà, in un Paese composto soprattutto da piccoli comuni, che la modernizzazione sta rendendo sempre più difficile la vita di molti cittadini, in particolar modo di quelli più anziani.
Tra queste aree una delle più colpite è proprio la nostra vallata, dove la chiusura delle banche non rappresenta soltanto un fatto tecnico, ma un taglio netto nella quotidianità. Sette comuni su dodici non hanno più uno sportello, e questo significa che migliaia di persone, 14.844 in tutta la provincia, di cui 4.520 anziani, devono reinventare gesti che per decenni sono stati semplici: ritirare la pensione, pagare una bolletta, chiedere un’informazione. La CNA di Arezzo parla di “emergenza sociale”, e non è un’esagerazione. Perché quando un servizio scompare, non sparisce solo un edificio ma un punto di riferimento, un volto conosciuto, un luogo dove ci si sentiva parte di una comunità.
Maria, di Montemignaio, racconta che ritirare la pensione è diventato una trasferta: “Ogni mese la vado a prelevare ad un bancomat di Bibbiena, dove abitano i miei figli. Purtroppo, non guido più e l’autobus passa poche volte. Prima bastava scendere in paese, ora è diventato un viaggio”. Nelle sue parole c’è la stanchezza di chi ha sempre vissuto in un territorio che chiede pazienza, ma anche la malinconia di un’abitudine perduta.
Luigi, di Chitignano, parla con sincerità delle proprie difficoltà: “Mi dicono di usare l’app, ma io non ho lo smartphone. E anche se l’avessi, non saprei da dove cominciare. La banca era un luogo dove parlavi con una persona, ora non c’è più nessuno”. La sua voce è quella di tanti cittadini che non rifiutano il progresso, ma che chiedono di non essere lasciati indietro.
Anche Luciana, di Castel San Niccolò, racconta un disagio più silenzioso, ma forse ancora più doloroso: “Quando devo fare un pagamento urgente, come le bollette, devo chiedere aiuto ai miei figli. Mi sento dipendente dagli altri, e non è bello”. È la perdita di autonomia, la sensazione di non essere più padroni delle proprie piccole cose.
E poi ci sono le imprese, gli artigiani e i negozi che tengono viva la valle. È il caso di diversi commercianti che ci hanno spiegato come la chiusura delle filiali sia anche tempo sottratto al lavoro, dal momento che spesso sono costretti a chiudere prima per poter raggiungere l’istituto di credito più vicino dove depositare i loro incassi. E in un territorio dove ogni attività rappresenta un presidio di comunità, anche un’ora persa può fare la differenza.
Di fronte a questo scenario, non mancano le proposte. Tra le soluzioni più discusse vi è l’introduzione di sportelli bancari mobili in grado di raggiungere periodicamente i comuni montani, garantendo almeno i servizi essenziali a chi ha difficoltà negli spostamenti. Un’altra possibilità è rappresentata dalla creazione di punti di servizio condivisi tra più istituti di credito oppure dall’attivazione di convenzioni con attività locali per consentire alcune operazioni di base, come prelievi e pagamenti. Parallelamente sarebbe importante investire maggiormente nell’alfabetizzazione digitale, offrendo corsi e assistenza dedicati agli anziani affinché possano utilizzare gli strumenti online in modo autonomo e sicuro.
Anche le istituzioni stanno cercando di affrontare il problema. La CNA di Arezzo chiede da tempo che l’accesso ai servizi bancari venga considerato un elemento essenziale per la qualità della vita nelle aree interne, al pari di altri servizi indispensabili. Tra le misure proposte figurano incentivi per mantenere una presenza bancaria minima nei piccoli comuni, accordi con gli istituti di credito per limitare ulteriori chiusure e una maggiore collaborazione tra soggetti pubblici e privati. L’obiettivo è evitare che intere comunità restino prive di un presidio indispensabile, contribuendo a contrastare l’isolamento e lo spopolamento dei territori montani.
Nel Casentino, come in molte altre zone d’Italia, la chiusura delle banche sta lasciando un vuoto che non si può colmare soltanto con un’applicazione. Quando una filiale chiude, come emerge anche dalle testimonianze raccolte, un semplice gesto diventa un percorso a ostacoli. Prelevare la pensione, pagare una bolletta o chiarire un dubbio si trasformano in attività che richiedono tempo, organizzazione e spesso l’aiuto di qualcun altro. In alcuni casi, per chi non guida più o ha difficoltà a muoversi, raggiungere la filiale più vicina non è solo scomodo, ma quasi impossibile.
Così molte persone finiscono per dipendere dai figli o dai nipoti, perdendo quella piccola ma preziosa autonomia che le faceva sentire ancora padrone della propria quotidianità. La penuria di sportelli, quindi, non è soltanto una questione economica ma una vera e propria sfida sociale che riguarda il diritto dei cittadini a vivere nei propri territori senza sentirsi esclusi dai servizi essenziali.



