di Marcello Bartolini – Certi avanzi, messi insieme il giorno dopo, riescono a essere persino più gustosi dell’originale. Forse è successo qualcosa del genere anche agli Avanzi di Balera. Sono rimasti lontani dal palco per quindici anni e, quando hanno deciso di tornarci con “Dio, Sagra e Famiglia”, hanno ritrovato intatto quel rapporto con il pubblico costruito in tanti anni di piazze, sagre e teatri. Semmai quei quindici anni hanno lasciato un vuoto che nessuno aveva davvero riempito.
Il 29 agosto, quando gli Avanzi sono arrivati a Corsalone per l’unica tappa casentinese, davanti al palco c’era la platea da grandi occasioni e i biglietti terminati da tempo. Per capire perché, bisogna però spostarsi indietro di trent’anni. La storia degli Avanzi di Balera ha nel 1996 la sua data simbolica e cresce insieme al pubblico. Alessandro Lisi, Francesco Maria Rossi e Santino Cherubini costruiscono una comicità profondamente legata al territorio, ai suoi personaggi, alle parole, ai modi di fare. Una comicità nella quale è facile riconoscersi. Dalle prime sagre con qualche centinaio di persone si arriva alle serate da mille spettatori. Poi, nel 2011, si fermano. Lo fanno mentre le piazze sono ancora piene. I motivi appartengono alle loro vite. Conta piuttosto il momento: smettono quando il pubblico li vuole ancora. Forse anche per questo, nei quindici anni successivi, il ricordo non ha avuto il tempo di consumarsi.
Nel 2026 arriva il trentennale e comincia a prendere forma l’idea di tornare insieme. Un ruolo importante lo ha il professor Artini, sociologo e direttore della Biblioteca di Arezzo, che negli Avanzi vede una sorta di esperimento sociologico: raccontano un territorio che finisce per riconoscersi in loro. L’idea è una serata al Caurum Hall di Arezzo per celebrare i trent’anni e presentare “Aretini fori de l’orbita”, il libro di Francesco Maria Rossi, con Silvia Neri e il patrocinio della Biblioteca di Arezzo e della Fondazione Guido d’Arezzo. Poi basta.
I biglietti durano appena due giorni. Il tour nasce così. Le date si aggiungono in itinere: Castiglion Fiorentino, le due serate di Piazza San Domenico ad Arezzo, Anghiari, Monte San Savino, Corsalone e infine Ambra. C’è però una scelta precisa. Niente sagre. Una scelta curiosa per tre comici cresciuti proprio in quel mondo e con uno spettacolo intitolato “Dio, Sagra e Famiglia”. Santino Cherubini lo spiega invece con una differenza molto concreta. Nelle sagre il pubblico è lì anche per mangiare, incontrarsi, fare confusione. Questa volta volevano che al centro ci fosse lo spettacolo.
“Un biglietto, uno spettatore, una sedia.” A Corsalone, nel pomeriggio del 29 agosto, le sedie viste dal palco sembrano non finire mai, ancora vuote, allineate una accanto all’altra. Intorno tanta gente lavora per completare l’allestimento. I primi biglietti spariti velocemente, soprattutto quelli del primo settore, i più costosi. Il pubblico comincia ad arrivare con largo anticipo. All’ingresso si forma una fila ordinata e allegra che supera i cento metri. Passano persone di tutte le età. Alcune ricordano gli Avanzi di quindici anni prima. Altre, quando Santino, Alessandro e Francesco smisero di salire insieme su un palco, erano poco più che all’asilo. Quando si spengono le luci, gli Avanzi non sono ancora sul palco. A cominciare lo spettacolo è un filmato che celebra solennemente il “Trentennio Avanzista”, accompagnato da una marcetta e da uno speaker che prende in prestito toni ed enfasi dai cinegiornali del Ventennio. Poi arrivano le immagini di repertorio delle sagre nelle quali gli Avanzi hanno costruito buona parte della loro storia.
Gli Avanzi di oggi canzonano quel mondo e se stessi. Sfilano nane mute e oci – anatre e oche, per chi non mastica l’aretino – porchetta e bafagna, vino e lo sterminato stuolo di casalinghe e volontari. La parte video è opera di Maurizio Borgogni, per tutti “Ceccarino”: settimane di ricerca delle immagini storiche, montaggio e speakeraggio. Solo alla fine il finto cinegiornale lascia il posto al telegiornale di Teletruria. Sullo schermo compare lo studio vero, con il suo giornalista, e la notizia è la scomparsa di due operai durante alcuni lavori. Il filmato finisce, ma Santino e Alessandro ancora non si vedono. Si sentono soltanto le loro voci, fuori scena, mentre discutono su come trovare dei manovali. Poi sbucano da una rete arancione da cantiere. Non salgono sul palco. Vanno fra il pubblico a cercare la manodopera che gli serve. Un pelato, un mingherlino, uno abbastanza robusto da poter essere arruolato.
L’applauso che accompagna la loro comparsa lascia quasi subito spazio alle risate. Arrivati ai piedi del palco, i due decidono che è il posto giusto per espletare un impellente bisogno fisiologico. È a quel punto che Francesco sale sul palco e li redarguisce. Santino e Alessandro lo raggiungono per discutere con lui. Adesso gli Avanzi ci sono tutti e tre. Lo spettacolo è cominciato. Si susseguono le maschere di un’Arezzo che gli Avanzi conoscono bene: l’orafo spocchioso, il motociclista sbruffone, fino ai due improbabili e solennissimi reggenti dell’Accademia del Colesterolo, mascherati da maiali, mantello sulle spalle e gratella al collo.

Poco prima di entrare Alessandro sta ancora ripassando e gli viene in mente il Sasso della Verna. “Ma hai visto quanto è grande il sasso della Verna?” “Sì, è bello grande.” “E non hai visto la fionda…” A Corsalone non serve spiegare altro. Da quelle parti il sasso lo conoscono tutti e la fionda scatena una risata fragorosa. Gli Avanzi sono sempre gli Avanzi, ma lo spettacolo non è mai esattamente lo stesso. Hanno personaggi, battute e meccanismi collaudati, però continuano a inventare. Il posto, il pubblico, qualche faccia incontrata fra le sedie diventano materiale da portare sul palco. E quando il pubblico risponde loro aggiungono, allungano, prendono deviazioni. A Corsalone risponde parecchio.
Santino ricorda una platea attenta, calda, capace di restituire continuamente qualcosa allo spettacolo. Quella sera gli Avanzi allungano molto e, nonostante l’ora, tagliano poco. Poi, verso la fine, cambiano tutto. Scompaiono costumi e maschere. Sul palco ci sono ancora Santino, Alessandro e Francesco, poi la scena progressivamente si svuota fino a lasciare Alessandro da solo. Rimane il vernacolo, ma la comicità comincia a girare intorno a cose più serie: genitori e figli, quelli di oggi e quelli di una volta, rapporti nei quali è facile riconoscersi. La platea che poco prima esplodeva per una fionda immaginaria adesso rimane in silenzio. Le risate arrivano ancora, ma sono diverse. Più trattenute, qualche volta quasi amare. Si ride perché la battuta funziona, ma anche perché dentro quella battuta qualcuno ha appena riconosciuto qualcosa che conosce fin troppo bene.
Alla fine Alessandro chiede seriamente di poter dire un’ultima cosa. Aspetta. La platea aspetta con lui. Poi manda tutti a quel paese con una frase talmente aretina da essere irripetibile su queste pagine. Il silenzio salta in aria. Grande risata, grande applauso. Fine. O quasi. Francesco si defila, Alessandro torna in camerino. Santino, invece, non sembra disposto a rinunciare al suo piccolo bagno di folla. Il tecnico audio deve recuperare i microfoni prima che finiscano stritolati con lui dentro qualche abbraccio.
Intanto il pubblico esce ordinatamente. Sul palco comincia lo smontaggio e quelle sedie che nel pomeriggio erano state allineate una accanto all’altra cominciano a formare pile. Parlando di Corsalone, Santino riserva parole particolarmente generose alla professionalità di Archimenia e delle associazioni che hanno lavorato all’evento. Ma torna soprattutto sul pubblico: attento, partecipe, caldo.
Un giudizio che riporta alla scelta fatta all’inizio di questa nuova avventura: “Un biglietto, uno spettatore, una sedia.” Quella sera, di sedie vuote, non ne erano rimaste. Quindici anni sono passati. Nel pubblico qualcuno è cresciuto, qualcuno è arrivato dopo. Gli Avanzi sono sempre loro. Solo che non sono mai esattamente gli stessi.


