di Anselmo Fantoni – A volte ci parliamo addosso, si disquisisce su tutto, ogni campanile raduna gruppi di persone, chi la vede quadra e chi tonda, fiumi di parole a cui spesso non seguono fatti concreti. Negli ultimi anni molte realtà agricole hanno imboccato la strada dell’ospitalità, gli agriturismi hanno ridato vita a casali e territori dimenticati dando una spinta a flussi turistici intimi e lontani dal clamore delle zone affollate e tutto questo per mettere a reddito realtà agricolo silvane marginali.
Stupisce in questo contesto il progetto che ha del visionario, dell’utopico nel nuovo corso dell’Azienda Agricola Falterona. La vision di Francesco Mattesini (nella foto) è infatti non tanto improntata a un’idea prettamente imprenditoriale, sembra più una volontà basata su fondamenta antropiche e culturali, il sogno di ripopolare un territorio abbandonato dall’uomo non per ricercare un profitto, quanto per riportare tra noi storie e tradizioni oramai relegate al passato. La contestualizzazione di usi e costumi dei nostri nonni affinché non vengano rinchiusi in cineteche o musei, la folle volontà di far diventare la montagna luogo dove famiglie di giovani ritornino a custodire il creato traendo da esso sostentamento e offrendo, a tutti coloro alla ricerca delle proprie radici, l’opportunità di vivere la montagna come nei secoli passati.

Certo la tecnologia aiuterà in questo, la fatica di sporcarsi le mani sarà minore rispetto a quella dei nostri avi, ma ripensare l’agricoltura, la silvicoltura e l’allevamento in funzione culturale, offrendo l’occasione di arrivare al cuore del rapporto tra l’uomo e la natura, ha qualcosa di trascendentale. Questo è avvenuto sul Falterona in festa il 12-13 settembre di questa calda estate, una festa in cui si è parlato, si sono condivise esperienze, scambiate strette di mano, sudato insieme risalendo il corso dell’Arno fino alla sua sorgente, come le trote, contro corrente. Cittadini, associazioni, istituzioni, tutti insieme appassionatamente, perché quando le idee si sposano con la passione nulla è più come prima, quando il traguardo è la festa anche la fatica si trasforma in allegria, quando il concetto di creare in sinergia tra natura e fantasia umana, è guidato da un sogno apparentemente folle, ecco che il miracolo si avvera.
Costretti a una vita frenetica, in corsa per accaparrarsi ricchezze fini a se stesse, l’uomo si è allontanato dalla terra, dalla magia della vita che si trasforma e cambia eternamente, dove le foglie morte sono vita per miriadi di altri esseri che da esse traggono sostentamento, dove la vita si rinnova circolarmente nel ciclo interminabile delle stagioni, a volte propizie a volte meno favorevoli. Due giorni in cui si è parlato di costruire qualcosa insieme, un tempo passato in allegria lontano da competizioni, la presa di coscienza che la terra, sia essa pianeggiante e semplice da coltivare che duro sasso scosceso, ha sempre qualcosa da offrire, da donare, la sola condizione perché questo miracolo non si interrompa è quello del rispetto, dell’amore, della collaborazione, del prendersi cura.
Questo progetto apparentemente semplice è un atto fantastico in direzione della Pace, pace tra gli esseri umani, pace tra gli uomini e gli altri esseri viventi, pace tra creature e creatore. Un messaggio che si concretizza proprio nell’anniversario della morte di San Francesco che della natura fece un cantico, universalmente riconosciuto come l’atto di amore verso la Terra più tenero e commovente. Laudato sii, è il ringraziamento perfetto e il poverello d’Assisi non poteva non essere passato nel nostro amato Casentino per ascendere al Sacro Monte nel passaggio più significativo della sua vita ricevendo le stimmate. Per questo una festa come ne abbiamo vissute tante ha, se riusciamo a guardarla in profondità, un significato quasi mistico, spirituale. Ma in fondo è proprio vero che tutte le nostre azioni sono improntate al profitto? Non c’è stato qualcosa di diverso nel rinascimento dove tanti facoltosi mercanti hanno eretto monumenti, consumando apparentemente patrimoni importanti, che ancora oggi ci affascinano? È forse un caso che alle sorgenti dell’Arno 630 ettari, uno ogni anno che ci separa dall’inizio del Rinascimento toscano, diventino substrato per un progetto antropologico e industriale al tempo stesso? Se son rose fioriranno ma i presupposti sono quanto meno intriganti, riusciranno gli attori e l’ideatori a raggiungere il traguardo?
Domande terribili per chi deve mettere in pratica le parole, esaltanti allo stesso tempo, perché in fondo l’uomo dedica quasi tutte le sue energie alla creazione di qualcosa e quasi mai riesce a farlo da solo, anche quando pare sia un solitario ha comunque bisogno di qualcosa e qualcuno per dare forma al pensiero, se è un falegname avrà bisogno di un pezzo di legno, di utensili adatti allo scopo e infine di condividere la sua opera d’arte con gli altri. Falterona in festa è stato il prologo di un possibile best seller e potrebbe essere un atto che trasformerà la nostra valle, e noi stiamo già aspettando, ma attenzione il rinascimento ha bisogno di prendere coscienza che tutto è possibile se ognuno di noi sarà disposto a fare la propria parte, non nell’ottica dell’avidità e del profitto, ma in quella oggi quanto mai necessaria della pace e dell’amore.
Buon lavoro Casentinesi, ora è il momento di rimboccarsi le maniche, più di quanto siamo abituati a fare da sempre.



