di Marco Roselli – E’ singolare, anche se purtroppo non eccezionale, trovarsi a parlare di potatura degli alberi ornamentali a fine maggio (vedi foto scattata di recente a Pratovecchio). Ci sono degli aspetti di fisiologia vegetale che sembrano essere ignorati del tutto (e questo può essere fino a un certo punto comprensibile), oppure deliberatamente disattesi, per interessi diversi, non certo per il benessere dell’albero (e di conseguenza per la comunità).

Epoca di potatura A partire dalla ripresa vegetativa e fino alla completa distensione e maturazione delle foglie, l’albero a foglia caduca consuma l’energia immagazzinata sotto forma di amido di riserva nei tessuti del fusto (radici in primis) e dei rami, in quanto non ha foglie che gli consentano di produrla sul momento. A mano a mano che la foglia si forma e si distende si ha un progressivo incremento di energia prodotta che va a compensare quella consumata con la formazione dei nuovi organi (foglie, fiori, germogli, nuove gemme).

In ogni caso, fino a che le foglie non sono completamente distese e mature, gli alberi caducifogli hanno una prevalenza di consumo passivo rispetto a quello in ingresso con la fotosintesi, e solo a partire dalla fine dell’accrescimento cominciano a mettere da parte zuccheri finalizzati alla partenza dell’anno successivo (ma parliamo di giugno inoltrato, quando le elevate temperature medie impediscono la crescita di ulteriori germogli e prima del pieno riposo estivo).

E’ questo il periodo più critico durante il quale evitare ogni tipo di potatura. Altro periodo critico è quello che precede la caduta delle foglie. Anche in questa fase, infatti, l’albero immagazzina sostanze di riserva (sotto forma di amido) per prepararsi alla ripresa vegetativa della primavera successiva.

Basterebbero queste nozioni a evidenziare che l’epoca di potatura primaverile indebolisce la pianta, ma non basta: per capirci è come se dopo l’inverno (quindi dopo un lungo digiuno), un individuo andasse in dispensa e trovasse poco o nulla da mangiare. E anche quando costui fosse riuscito a ripartire e ad attrezzarsi, gli venisse portato via il piatto sotto il naso, comprese la forchetta e il coltello, insieme a quel poco che aveva trovato nella madia.