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mercoledì, 22 Settembre 2021

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La «Pozza Nera» del Fosso di Calleta

di Terenzio Biondi – Se la “Pozza Nera” del Fosso di Calleta potesse raccontare tutte le disavventure capitate a quei pescatori spericolati che hanno da sempre tentato di superarla arrampicandosi per la scogliera che la circonda da tre lati (invece di prendere più a valle il lungo sentiero che passa per le selve di castagni e poi torna al fosso poco a monte della pozza), non basterebbero certo tutte le pagine di questo libretto.

Ma una, una sola, ve la voglio raccontare io, proprio come mi fu riferita dalla gente del luogo e successivamente confermata dal diretto interessato, l’amico Massimo, che nei primi anni settanta accompagnava spesso a Carda la giovane moglie, maestra della locale Scuola Elementare, e, in attesa della fine delle lezioni, non trovava di meglio che andare a pescare nei torrenti della zona, dove riusciva sempre (o quasi) a fare catture più che discrete, suscitando l’invidia dei pescatori locali e la curiosità per le tecniche “rivoluzionarie” che usava: alle esche tradizionali (lombrichi, “portasassi” e “scimmie”) preferiva esche un po’ stravaganti, quali farfalle e cavallette, e soprattutto costruiva lui stesso esche finte, delle mosche così ben fatte che sembravano vere, con all’interno di ognuna un bel piombino, sì che la mosca (pescava naturalmente al tocco), invece di galleggiare, raggiungeva facilmente le profondità della pozza.
Tecniche imparate – diceva lui stesso – leggendo libri di pesca nord-europei.
Roba da non crederci: con quelle fantastiche mosche finte “sommerse” e tecnica casentinese riusciva a catturare certi esemplari…

Finché un giorno, dopo aver agganciato l’ennesima fario nella “Pozza Nera”, in preda all’entusiasmo prese ad arrampicarsi per la ripida scogliera che circonda la pozza, per arrivare in breve ai “Grandi Lastroni”.
Andò bene fin quasi in cima, poi… poi precipitò giù e finì nel pozzone con uno sgangheratissimo “tuffo olimpionico”, urtando la schiena contro il fondo. Rimase lì per lì quasi stordito, poi prese piano piano a nuotare verso la riva. Aprì gli occhi e… per poco non gli prese un colpo: l’acqua della pozza era diventata tutta rossa, rosso sangue.
Giunto a riva si tolse il giaccone e… no, non era sangue… era vino, vino rosso della bottiglia che teneva nella tasca posteriore del giaccone e che si era rotta nella caduta rovinosa. Prese a ridere, mentre ritornava verso Calleta (il giorno dopo però non rideva più, bloccato a letto da un terribile mal di schiena).

Non ci crederete: sono passati più di trent’anni, ma quando ci si incontra – io e Massimo – prima di parlare di cose “serie”, la prima frase che viene istintiva è sempre la stessa: “Che spettacolo la Pozza Nera!”.

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