Il Casentino potrebbe vedere cancellata un pezzo della sua storia, potrebbe perdere la produzione del suo caratteristico Panno. Non è la prima volta che questo pericolo si affaccia all’orizzonte, ma i rischi questa volta sono davvero molti. La crisi della Manifattura del Casentino di Soci che si trascina da mesi sta mettendo in difficoltà la realizzazione di tessuto e di abbigliamento, coinvolgendo tutte le realtà grazie alle quali questo prodotto continua a essere conosciuto e apprezzato.
Partendo dal racconto della storia della sua azienda abbiamo voluto chiedere a Claudio Grisolini di portarci la sua esperienza e il suo punto di vista su quanto sta accadendo e su quello che potrebbe accadere. «L’azienda Tessilnova è stata fondata da mio padre, Gabriele Grisolini, nel 1961 dopo aver acquistato alcuni telai dalla famiglia Lombard, che dal 1894 era stata una dei maggiori azionisti del Lanificio di Stia. Fino al 1975 ha lavorato quasi esclusivamente proprio per lo stesso Lanificio, poi successivamente iniziò a fare produzione propria con il primo spaccio aziendale aperto nel 1982 nei locali del vecchio asilo nido della fabbrica, unica stanza che era possibile scaldare con una stufa a castello di Terra cotta e che aveva un bagno. Nel 1988 il negozio si è poi spostato nella parte della struttura dove si trovavano i vecchi uffici del Lanificio e da qui, nel 1995, nell’attuale collocazione…».
La Tessilnova è quindi in una parte del vecchio Lanificio di Stia? «Si, nella parte iniziale e più antica, dove nel 1844 Marco Ricci impiantò l’attività per poi espandere, alla fine dell’800, la struttura del Lanificio dove oggi si trova il Museo, aperto poi dalla Fondazione Lombard, e oltre».
E con l’apertura del primo spaccio è stato dato il via anche alla produzione di modelli in Panno Casentino? «Si, oltre a tessuti, sciarpe, coperte già da metà Anni ‘80 inizia la realizzazione della prima linea di abbigliamento perché in quel periodo, con la scomparsa progressiva dei sarti e il mancato avvio di una produzione di massa, si stavano perdendo le conoscenze per la confezione del Panno Casentino. Quindi anche chi acquistava le stoffe a volte tornava perché non sapeva a chi rivolgersi per realizzare i cappotti, inoltre molto lontano da qui neppure si conosceva questo tipo di tessuto che non è molto semplice da lavorare e cucire, non è liscio e ha quel tipico ricciolo che richiede specifiche accortezze che solo i vecchi sarti toscani conoscevano. Da queste richieste e necessità partì la realizzazione dei primi gilet, dei montgomery, dei cappotti classici “Casentino” con un campionario che si è progressivamente ampliato e arricchito».
Tutto questo grazie al Panno Casentino che qui si è continuato a produrre? «Io ho ancora adesso la tessitura, ma purtroppo qui a Stia tra il 1975 e il 1978 fu fatta chiudere la tintoria e il carbonizzo (trattamento chimico-meccanico utilizzato principalmente sui tessuti di lana per eliminare impurità di origine vegetale, n.d.r.). Questo fu un duro colpo per la fabbrica, tanto che Morelli, l’allora proprietario, decise di trasferire tutta la rifinizione a Prato. Quindi la macchina che faceva il ricciolo, ora esposta al museo, fu trasferita lì e ha lavorato fino al 1985, chiusa poi anche la rifinizione a Prato ci fu un nuovo spostamento della lavorazione a Soci».
Quindi adesso il tessuto si può produrre anche a Stia, ma la fase conclusiva della lavorazione si dovrebbe realizzare a Soci. Così, almeno sulla carta, questo prodotto specifico della nostra vallata potrebbe coinvolgere le due sedi storiche. Ma viene o è stato sentito da queste parti davvero come una ricchezza per il Casentino? «No… non nel passato… forse ora. Quando io ero bambino mi prendevano in giro perché mio babbo produceva il Panno Casentino, dicevano che era superato e non lo voleva più nessuno. Fino a 10/15 anni fa i casentinesi vestiti con modelli in Panno Casentino erano veramente pochissimi. Non a caso negli Anni ‘80 mio babbo rischiò di essere quasi scomunicato dal Prete del paese perché teneva aperto la domenica. Ma se non stava aperto nel fine settimana, nei giorni in cui arrivavano persone da fuori vallata, quando poteva pensare di vendere? Così durante la settimana stava ai telai e il sabato e la domenica, invece, si vedevano arrivare persone da Milano, da Roma, da Firenze, dalla Romagna… come accade oggi dove vediamo l’arrivo anche di molti più stranieri. Era ed è comunque la conferma di quanto, tra ‘800 e ‘900, fosse conosciuto in tutta Italia il Lanificio di Stia, a cavallo dei due secoli una delle più grandi fabbriche tessili. Ho ritrovato il marchio del Lanificio di Stia in pubblicità pubblicate negli Anni ‘20 nel Manuale del Laniere».
Tornando al rapporto con Soci, questo ha dovuto tenere conto delle vicissitudini anche di quel Lanificio… «Fino al 2000 Soci è cresciuto, mentre a Stia si riduceva. Adesso solo io ho una tessitura e anche la filatura non c’è più. Purtroppo quel gruppo, in cui era compreso anche il Lanificio del Casentino, con la vicenda Stimet ecc. è crollato e poi anche lì si è ripetuto, a mio avviso, lo stesso errore di togliere il ciclo completo e smantellare la filatura. Mio babbo diceva sempre che la rovina della fabbrica di Stia era stata l’eliminazione del ciclo completo (lavaggio, cardatura-filatura, tessitura e tintura-rifinizione, n.d.r.). Siamo troppo lontani da Prato per spostare lì alcune lavorazioni e anche oggi si pagano queste scelte… i costi dei trasporti avanti e indietro incidono in maniera pesante sulla produzione…».
Se fosse rimasto il ciclo completo, adesso sarebbe stato possibile passare direttamente dalla lana al cappotto finito? «Si, come viene fatto da altre realtà del tessile. Che producono il tessuto e realizzano anche linee di abbigliamento…».
Questo quello che potrebbe essere… ma la situazione reale adesso qual è? «Sono circa 50 anni che vivo le vicissitudini delle due fabbriche, ma non mi ero mai ritrovato in una situazione così disastrosa come quella di adesso. Nel campo tessile in generale, ma che qui in Casentino è ancora più marcata. Siamo rimaste quattro o cinque tessiture in tutto il territorio, c’è rimasta una filatura, ma se perdiamo la tintoria-rifinizione queste tessiture in conto terzi dovrebbero lavorare esclusivamente per Prato o per Biella, ma non è proponibile. Già noi con la chiusura della filatura nel 2001 ci chiedemmo con mio babbo se era il caso di continuare con i telai. Avendo la filatura ci facevamo inviare la lana da Prato e riuscivamo a fare più di una lavorazione arrivando a restituire il tessuto greggio, senza la filatura ci abbiamo provato, ma era tutto un andare avanti e indietro e il guadagno rimaneva per la strada… la Consuma ci consumava…».
Nel vero senso della parola! «Per questo negli ultimi anni sempre più ho puntato all’abbigliamento in Panno Casentino, ma contemporaneamente, specialmente per alcuni mercati orientali, si è ripreso a vendere anche molto tessuto. Con l’inizio della guerra della Russia contro l’Ucraina però quei mercati si sono fermati. I costi di gas, luce e carburanti schizzati alle stelle. Adesso le nuove guerre in Medio Oriente e i problemi nei trasporti navali hanno portato ulteriori problemi, già prima di Hormuz con le difficoltà del passaggio da Suez. Così far arrivare la Lana dall’Australia è diventato più costoso o per le spese assicurative aumentate o per l’allungamento del percorso che richiede costeggiare l’Africa, ma poi a quel punto invece di entrare nel Mediterraneo le lane vanno verso l’Inghilterra e per importarle successivamente, dopo la Brexit, occorre più tempo e ulteriori spese. Tutti questi problemi, possono aver contribuito anche a complicare la situazione della Manifattura del Casentino che avrebbe necessità di avere una produzione continuativa durante tutto l’anno per fare fronte alle spese di gestione degli impianti…».
Per superare le difficoltà dei trasporti si potrebbe produrre lana qui da noi? «C’è un progetto che sto portando avanti da 15 anni per riportare l’allevamento di pecore da lana in Casentino. Qualche anno fa ero quasi riuscito a coinvolgere alcune persone, ma poi non si è concretizzato niente anche perché, purtroppo, non sono rimasti molti pascoli qui da noi di quelli disponibili un tempo… al tempo della transumanza dei greggi tra il Casentino e la Maremma… In Casentino ormai si allevano soltanto pecore da latte, allora ho cercato altrove, in Maremma, in Mugello, verso la Romagna… Abbiamo fatto un primo esperimento con un allevatore che teneva in inverno le pecore nella pianura modenese e poi in estate le portava sull’Appennino. Il risultato è stato positivo e anzi il tessuto prodotto è stato tra l’altro scelto da Fendi per produrre la sua famosa borsetta “Baguette” in occasione dei 25 anni di produzione nel progetto “Hand in Hand”. Purtroppo la morte dell’allevatore ha interrotto momentaneamente il progetto e io ho dovuto seguire il gregge di pecore, che intanto i figli avevano venduto, arrivando in Abruzzo dove un pastore lo aveva comprato. La collaborazione è così ripresa con lui e con altri pastori che avevano iniziato a fare la transumanza tra Campo Imperatore d’estate e il pescarese in inverno. Anche qui ho trovato delle lane ottime tanto che quest’anno avrei dovuto avviare la produzione partendo dalla lana italiana. Purtroppo si è bloccato tutto, io ho quasi 5.000 kg di lana che sarebbero da lavorare… la filatura dovrei comunque farla a Prato perché in Casentino, ad oggi, non ci sono i macchinari specifici per produrre il filo necessario alla tessitura del mio Panno Casentino. Poi comunque dopo aver fatto la tessitura occorrerebbe portare i tessuti a Soci per la rifinizione, ma sono fermi e io da luglio dello scorso anno non rifinisco una pezza di Panno Casentino…».
Quindi non state producendo niente? «No, non abbiamo praticamente più tessuto finito…e di conseguenza non possiamo più cucire i nostri cappotti…».
Sarebbe possibile unire le forze dei vari soggetti che oggi sono comunque parte della filiera del Panno e strutturare una produzione sostenibile e di qualità? Visto anche la novità della proposta della Casentino Lane che ha annunciato di voler far ripartire la produzione… «Ci abbiamo provato. In autunno noi di Tessilnova, la Manifattura del Casentino, il Lanificio Bellandi e la Tacs abbiamo fatto insieme delle riunioni in Regione e ci saremmo poi dovuti incontrare una volta al mese. Ma non abbiamo avuto più notizie. E purtroppo di tempo non ne è rimasto molto… anche perché alla Manifattura del Casentino avevano già trovato acquirenti per i macchinari e se i macchinari vengono venduti non si può certo pensare che lì possa ripartire una produzione… la guerra ha per adesso bloccato la vendita, ma questo momento di incertezza potrebbe concludersi a luglio quando, se non riprenderanno i contatti già avviati, procederanno a trovare altri compratori interessati… Ora la Manteco, che ha rilevato la filatura Casentino Lane nel 2023 alla Ferrantina, ha annunciato insieme al Sindaco Vagnoli questo ambizioso progetto, senza però coinvolgere nessuno di noi produttori storici, tantomeno la Manifattura del Casentino… ma partire da zero in un sito nuovo con una nuova rifinizione non è certo semplice, per l’investimento richiesto, per i tempi lunghi, per i macchinari necessari. Per quanto mi riguarda, se non ci sarà modo di riprendere la produzione a breve, anche io dovrò tra qualche mese mettere in liquidazione l’azienda… dopo non so cosa farò, forse cambierò lavoro. Certo quello che non mi va è pensare di fare il Panno Casentino a Prato o a Biella, sapendo già che non viene bene e non è originale…».
Non sarebbe conveniente e comunque non avrebbe senso… «Ma non viene! La macchina che è a Soci fu modificata dalle Maestranze interne, frutto dell’esperienza e della tradizione tramandata da secoli nella produzione di questo Panno con il ricciolo. Le macchine che hanno altrove sono standard e producono un prodotto con un ricciolo finto che non garantisce la qualità consueta e richiesta, abbiamo già fatto questa esperienza una quindicina di anni fa quando ci fu la prima crisi del Lanificio di Soci. In attesa che la produzione ripartisse, e in quel caso si sapeva che sarebbe ripartita, per una stagione la produzione fu spostata a Prato. Ma l’abbigliamento che poi fu realizzato mi portò solo tante contestazioni da parte dei clienti che si rendevano conto che il tessuto non era certo paragonabile a quello conosciuto. A futura memoria, per non fare mai più una scelta del genere, ho ancora un cappotto a una gruccia in magazzino, ma il ricciolo non esiste più… Abbiamo fornito il Panno a tanti marchi famosi, già con mio babbo abbiamo fatto ricerche per scegliere le lane migliori e adesso abbiamo questo progetto per le lane italiane. Abbiamo sempre studiato le modalità di tessitura e mio babbo diceva che è importante come lavora un telaio perché da quello già si capisce la qualità del prodotto finale. Noi abbiamo sempre continuato a produrre seguendo la scheda tecnica del Lanificio di Stia e utilizzando una specifica combinazione tra lane diverse. Tutto questo non può essere perduto!».
La testimonianza di Claudio Grisolini ci ha permesso di fare un viaggio nel tempo, un viaggio tra eventi e fatti, più o meno noti, che in diversi periodi hanno acceso l’attenzione in Casentino. A legare tutte queste vicende un sapere, una cultura propria del nostro territorio che, ci viene ricordato oggi, da secoli è conosciuta al di fuori di questa vallata. Allora qui non si tratta di garantire solo che si possa continuare una produzione locale e tipica, ma che non venga cancellata una parte stessa del Casentino, perché il Panno rappresenta ed è in grado di far conoscere e di parlare del Casentino molto di più di tante uscite sui social o sui giornali portate avanti da improvvisati testimonial…
Ma tornando a quello che adesso è necessario fare, c’è oggi la volontà di salvare e dare un futuro al Panno Casentino? Per una volta, possiamo avere una visione di più ampio respiro che guardi al futuro di tutto il nostro territorio? Sarebbe importante che, come abbiamo auspicato nell’intervista, si riuscisse a trovare una sintesi comune che permettesse di rilanciare il progetto Panno Casentino, partendo magari dalla ripresa della produzione di lana nel nostro territorio. A questo proposito, ci permettiamo di ricordare che da alcuni anni (e quante volte ci è stato ricordato…) è attiva una scuola per pastori, ci sembrerebbe quasi naturale pensare ad un collegamento, ad un obiettivo comune…
Sono progetti, proposte, obiettivi che dovrebbe indicare la politica, purtroppo su questo drammaticamente assente, con i sindaci casentinesi per adesso latitanti e una Regione che non continua a essere presente come dovrebbe.
Sinceramente non possiamo pensare che del Panno Casentino resti solo un Museo, ma occorre che tutti adesso sentano il dovere e l’urgenza di agire perché non c’è più tempo, forse neppure per un «ultimo Panno»!


