di Matteo Bertelli – Avete presente quando vi sentite a disagio a prendere il treno, magari perché già è buio e non vi fidate di quel posto vuoto e spettrale che è la stazione ferroviaria? Non vi è mai capitato? Allora i casi sono due: o il Casentino ha qualcosa di diverso dal resto dell’Italia, oppure non prendete il treno.
Infatti, nell’immaginario popolare, le stazioni sono ritrovo di persone considerate comunemente dei poco di buono: pensate solamente, facendo vagare la mente fuori dalla vallata, alla stazione degli autobus fiorentini, dove, rigorosamente intervallata dall’annuncio delle partenze, una voce ricorda con un’insistenza quasi disarmante di “fare attenzione ai borseggiatori”.
Personalmente, da pendolare, non ho mai visto niente del genere, ma la gente (giustamente?) ha paura. Ha paura, soprattutto se, ad accompagnare le voci sulle tetre stazioni, vede segni del più grande sintomo del terrore: il degrado. Murales sbiaditi, bottiglie rotte, in casi estremi siringhe, il povero malcapitato corre a capo chino verso il treno tenendo ben saldo il portafoglio alla vista di questi segnali, ed è un dato di fatto difficilmente confutabile, a maggior ragione se il sole è già calato all’orizzonte.
Ma col Casentino, una piccola realtà lontana dalle paurose metropoli, tutto questo cosa c’entra? Niente, o meglio, poco. Le nostre stazioni, per fortuna, non hanno ancora mai avuto i problemi delle sorelle maggiori, ma, quasi per una sorta di emulazione fraterna, gli interventi pubblici a loro dedicati non sono mai mancati.
Basti pensare alla piuttosto recente installazione di una mostra fotografica perenne a Rassina, “La porta del Casentino”, con la triplice finalità di abbellire, preservare la cultura e promuovere siti tanto piacevoli quanto sottovalutati. Oppure al progetto portato avanti nei locali della stazione di Pratovecchio Stia, dove è stato aperto un vero e proprio museo (con orari di apertura al pubblico che, prima delle modifiche, avevano suscitato qualche perplessità) per utilizzare quegli spazi che, giustamente, hanno la possibilità e la capacità di tornare a essere protagonisti, un po’ come quando le macchine le usavano solo gli scrittori di fantascienza e il treno era la vera innovazione.
Altro caso particolare e degno di nota è l’ambizioso progetto “Binario 0”, portato avanti dal Comune di Bibbiena presso la propria stazione. Quello che ci troviamo di fronte è un vero e proprio agglomerato di servizi, così come ci conferma anche chi ci lavora, volti a migliorare la vita sia del casentinese che del turista capitato, per caso fortuito o meno, nella nostra vallata.
È stato creato un portierato di quartiere, utilissimo per chiunque abbia bisogno di aiuto, con una persona pronta a aiutare a risolvere i problemi più disparati; sono state create reti con alcune tra le più rilevanti associazioni turistiche casentinesi, è stato progettato di creare, nel piano superiore della stazione di Bibbiena, una sorta di rifugio per i pellegrini, sfiniti da un viaggio che, magari, li porterà da Düsseldorf a Roma, senza dimenticare di passare però da Chiusi della Verna. Tutto fantastico, e lo diciamo davvero, senza l’ironia che i lettori più maliziosi potrebbero additarci.
Ma – perché sì, c’è un “ma”- prendiamo proprio l’esempio del pellegrino in viaggio verso il bellissimo Santuario, distante poco più di 20 chilometri dalla stazione di partenza, in questo caso a Bibbiena. Questo ragazzo è senza macchina, visto che sta procedendo in un cammino spirituale (e non è un caso così esagerato ed isolato come si pensa), e non vede l’ora di vedere quei luoghi sacri di cui il collega, in Germania, gli ha parlato tanto bene.
Dopo una sveglia di buon mattino in una qualche struttura ospitante, il malcapitato raggiunge la stazione di Bibbiena. Non si è informato sugli orari dei mezzi in partenza per il Santuario (grave errore che dubito onestamente al giorno d’oggi altri potrebbero fare, ma serve per la trama della nostra storia) ed è domenica. Sono le otto e un minuto. La Sita gli sfreccia accanto proprio mentre è a pochi passi dall’obbiettivo e, affranto, non sa più come fare per poter raggiungere la sua destinazione.
Ecco per cosa esiste il “Binario 0”, direte voi. Supponendo che il servizio sia disponibile anche di domenica (non è questo il punto della critica, continuate a leggere prima di giudicare), sarà proprio lì che si dirigerà il nostro turista tedesco dopo essersi informato su cartelli, cartine e mappe decisamente ostiche da decifrare. Peccato però che l’uomo che lo riceverà, con un garbo e una gentilezza che è raro trovare in chi fa un mestiere del genere, subissato da domande per ore e ore, non sarà in grado di dargli alcuna buona notizia. E non perché è un incompetente o perché questo progetto non funzioni, il motivo è decisamente più banale: la Sita successiva passerà dopo circa 7 ore, giusto il tempo per poter visitare il centro storico di Bibbiena almeno 4/5 volte, esattamente quello che orde di ragazzini avevano appena finito di fare non più di otto ore prima.
Qui la storia finisce, non ci è dato sapere se il tedesco ha deciso di aspettare, di farsela a piedi o di tornare direttamente a casa prendendo un aereo da Firenze (in sette ore potreste fare, all’incirca, tutte e tre le cose). Fatto sta che questa novella ha una morale decisamente forte. Un esempio stiracchiato, ma un sintomo che, anche nelle condizioni normali dei giorni feriali, si presenta, seppur più tenuamente, vedere per credere.
E di questi esempi ne potremmo fare sicuramente altri: lo studente pendolare/fuori sede che, partendo da Bibbiena, Stia, Rassina o quel che sia, arriverà ad Arezzo in un’oretta, pronto per aspettare in quella stazione almeno un’altra mezz’ora, per poi godersi l’ultimo tratto, il tutto a causa della mancanza delle coincidenze locali.
I servizi per i concittadini, come il portierato offerto dal progetto bibbienese o il recupero dell’area di Rassina, così come il museo stiano, dedicato a curiosi di tutto il mondo, sono decisamente apprezzabili e siamo contenti che la nostra vallata sia sulla scia delle più grandi metropoli europee negli interventi di questo tipo.
Ma – è l’ultimo, promesso – quello che sfugge è la tempistica: perché interventi per concittadini e turisti presso le stazioni, quando treni e site non sono propriamente i mezzi preferiti dai locali, né sono attrezzati per i turisti?
Premesso nuovamente che recuperare e prevenire dal degrado sia moralmente e, soprattutto, concretamente coerente e giusto, i dubbi sono sintetizzabili in una sola domanda: ha senso investire (in maniera anche intelligente, lo ripetiamo) in una stazione prima di massimizzare realmente le sue potenzialmente infinite possibilità?
(tratto da CASENTINO2000 | n. 304 | Marzo 2019)


