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martedì, 17 Febbraio 2026

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Esperienze di primo soccorso in Casentino

di Melissa Frulloni – Il Casentino è territorio vasto quanto articolato, fatto di piccoli centri, vie di montagna e una strada non proprio degna di questo nome (al netto di semafori, code, lavori e deviazioni…). In un contesto come il nostro, il servizio di emergenza non è solo una questione di mezzi, ma soprattutto di persone. I volontari delle Misericordie casentinesi rappresentano un presidio fondamentale di sicurezza e solidarietà: uomini e donne che garantiscono ogni giorno la presenza sulle ambulanze, sia come piloti sia come soccorritori impegnati nel primo intervento. Grazie al loro impegno volontario, spesso silenzioso ma costante, il diritto alla cura e all’assistenza diventa concreto anche nei paesi più distanti, rafforzando un modello di soccorso basato sulla vicinanza e sulla preparazione.

Quello che è successo a Soci ci ha spinti ad interrogarci ancora una volta sul servizio di emergenza del Casentino: che cosa succede quando accade un evento del genere? Chi presta, in Casentino, il primo soccorso in situazioni critiche?

Ci siamo posti queste ed altre domande per fare luce sulle dinamiche in cui tutti, nostro malgrado, ci potremo ritrovare in caso di incidenti o malori. Lo abbiamo fatto raccogliendo la testimonianza di un volontario, che preferisce restare anonimo, ma anche con un’intervista a Gabriele Conticini, Governatore della Misericordia di Bibbiena.

“Sono molti anni che faccio il volontario nella Misericordia, ma da un po’ di tempo ho deciso di non prestare più servizio nell’ambulanza. Attualmente accompagno chi ha bisogno a fare visite mediche, oppure mi occupo delle dimissioni ospedaliere, nel caso in cui il paziente debba essere riportato a casa con uno dei nostri mezzi. Ho preso questa decisione perché spesso noi volontari ci ritroviamo in situazioni davvero critiche e per motivi personali ho deciso che non me la sarei più sentita di doverle affrontare. La mancanza di un medico a bordo dei mezzi non mi fa stare tranquillo e la sensazione è che molto sia lasciato a noi volontari. Lo dimostra anche quello che è successo a Soci, in cui i primi ad intervenire in quella tragedia sono stati proprio dei volontari.” Ci ha spiegato il volontario.

Gabriele negli ultimi anni il sistema di emergenza in Casentino è cambiato. Cosa è successo? «Negli ultimi anni, a causa della forte carenza di medici, la centrale operativa di Arezzo ha dovuto riorganizzare il servizio integrando maggiormente la figura dell’infermiere. Oggi in Casentino, pur con molte difficoltà, sono sempre garantite almeno due ambulanze con infermiere a bordo, affiancate da una ambulanza composta solo da volontari. Quando una manca, purtroppo, è quasi sempre quella senza infermiere. Di notte ci sono ambulanze con soli volontari e un automedica con medico e infermiere a bordo. Questa organizzazione non rispetta completamente quanto previsto dalla normativa regionale che prevederebbe due ambulanze con volontari, un’ambulanza con infermiere e un’automedica con personale sanitario. La situazione attuale non è l’ideale e rappresenta una soluzione di emergenza, resa necessaria dalla mancanza di risorse umane, in particolare dei medici.»

Quando arriva effettivamente un medico in caso di emergenza grave? «Nella maggior parte dei casi il primo medico che può arrivare in Casentino è quello dell’elisoccorso Pegaso. In alternativa può arrivare un medico da fuori valle, ma solo in situazioni particolari. In ogni caso, ciò che fa davvero la differenza è il tempo: anche il miglior professionista può fare poco se l’intervento avviene troppo tardi. Ricordiamo comunque che gli infermieri impiegati nel sistema di emergenza hanno una formazione avanzata e specifica e la loro presenza garantisce che ci sia comunque un sanitario.»

Quale è il ruolo operativo dei volontari? «Ai volontari si insegna che sono gli “occhi e le orecchie” della centrale operativa. Devono descrivere con precisione ciò che vedono, senza interpretazioni personali. La valutazione clinica spetta alla centrale, che attraverso domande mirate è in grado di comprendere rapidamente la gravità della situazione e attivare i soccorsi necessari. Sono fermamente convinto che una vita si possa salvare anche senza un medico a bordo delle ambulanze, perché nel 99% dei casi ciò che salva davvero è il massaggio cardiaco eseguito tempestivamente. Certo, servono sangue freddo, formazione e lucidità e in questo il volontario può fare la differenza. I volontari devono operare comunque entro limiti ben precisi; ricordarsi il loro ruolo, senza sostituirsi ai sanitari e soprattutto fermandosi laddove c’è necessità di una diagnosi medica.»

Qual è oggi la principale difficoltà per le associazioni di volontariato? «Senza dubbio la carenza di volontari e non perché manchi la voglia o non ci siano più persone di buona volontà, ma perché è cambiata la società. Non esiste più il “tempo libero”: esiste il “tempo liberato”, cioè quello che si decide consapevolmente di sottrarre ad altro. Fare il volontario in ambulanza richiede turni lunghi, spesso di sette/dieci ore, ed è un impegno che assomiglia sempre più a un lavoro. Per farlo bisogna consapevolmente decidere di dedicarsi a quello, “togliendo” o meglio “sostituendo” altre attività con questa. Questo aspetto incide tantissimo in un contesto come il nostro dove la popolazione è sempre più anziana e quindi aumenta il bisogno di assistenza. Allo stesso tempo i giovani studiano o lavorano fuori dal Casentino e faticano a garantire una presenza continuativa. Aggiungiamo anche la distanza dagli ospedali maggiori che rende il servizio nella nostra vallata ancora più delicato rispetto alle città.»

Cosa servirebbe per migliorare la situazione? «Credo che un maggiore collaborazione tra le associazioni di volontariato potrebbe fare la differenza. Fare rete, uscendo dalla logica del “siamo solo volontari”, perché in realtà quello che forniamo come Misericordia è un servizio pubblico a tutti gli effetti e se si decide di garantirlo, va fatto fino in fondo. Il Casentino ha bisogno di ambulanze operative sul territorio, perché i tempi di intervento qui sono inevitabilmente più lunghi, vista proprio la conformazione del nostro territorio.»

Secondo te, c’è una sorta di resistenza all’uso dei defibrillatori o comunque esiste una “cultura dell’emergenza” che andrebbe rivista? «I defibrillatori sono strumenti salvavita, semplici da usare e sempre più diffusi sul territorio, ma troppo spesso risultano inutilizzabili. In molti casi sono chiusi a chiave, con le chiavi introvabili, oppure collocati in luoghi non immediatamente accessibili. Questo accade per la paura che qualcuno possa danneggiarli, ma è un paradosso: uno strumento pensato per salvare vite finisce per non poter essere utilizzato proprio quando serve. A questo si aggiunge il problema culturale ancora più profondo, che accennavi. Molte persone hanno paura di usare il defibrillatore, temono di sbagliare o di assumersi responsabilità. Altre pensano che “tanto arriverà qualcuno più preparato” o che ci sarà sempre qualcun altro a intervenire al posto loro. Il risultato è che, nei minuti decisivi, nessuno agisce. Nei corsi di primo soccorso lo diciamo chiaramente: non usare un defibrillatore significa non dare alcuna possibilità di sopravvivenza. Questi dispositivi sono automatici, parlano, guidano passo dopo passo e impediscono l’erogazione della scarica se non è necessaria. Sbagliare è praticamente impossibile. L’unico vero errore è non fare nulla.

Purtroppo poche persone hanno una reale formazione di primo soccorso o hanno seguito un corso per l’uso del defibrillatore. Il primo soccorso non deve essere visto come qualcosa “da professionisti”, ma come una responsabilità collettiva. Perché in una situazione di emergenza non stiamo salvando “qualcun altro”: potremmo stare salvando un familiare, un amico, un collega, o un giorno noi stessi. Se vogliamo davvero salvare più persone (e avere la possibilità di essere salvati) dobbiamo investire in formazione e accessibilità. I defibrillatori devono essere aperti, facilmente trovabili e utilizzabili da chiunque e le persone devono sentirsi legittimate ad agire. La cultura dell’attesa va sostituita con la cultura dell’intervento: pochi minuti possono fare la differenza tra la vita e la morte.»

Cosa ci insegnano gli episodi più drammatici? «Devono servire a migliorare il sistema, non a cercare colpe. Serve più formazione, più consapevolezza e meno paura delle responsabilità. Solo così si può rafforzare una rete di soccorso che, nonostante tutte le difficoltà, continua a reggersi sull’impegno, sulla competenza e sul cuore dei volontari.»

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