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martedì, 17 Febbraio 2026

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Armando Tacconi, maestro dell’intaglio

di Federica Andretta – Quando ammiriamo la meravigliosa scultura sul tronco del vecchio ippocastano (situato in piazza a Badia Prataglia) non si può non rimanere estasiati dalla maestria con la quale il legno una volta intagliato ha dato forma ad una magica e spettacolare rappresentazione. Il secolare “castagno dindo”, simbolo del paese di Badia e testimone della sua storia da oltre duecento anni, dovette essere abbattuto a causa di una malattia incurabile. Per preservarne la memoria, un professore di storia dell’arte in pensione e scultore del legno originario di Badia Prataglia Armando Tacconi trasformò il suo tronco maestoso nell’opera intitolata “Le sacre foreste”; la scultura raffigura i tre monasteri del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi (Badia Prataglia, Camaldoli e La Verna). L’opera, inaugurata con una cerimonia solenne, è diventata un simbolo immortale della memoria, della spiritualità e delle radici del paese, mantenendo vivo lo spirito dell’amato albero.

Acclamato dalla critica, Il ritratto che ne emerge di Armando è davvero ricco. Per la storica dell’arte Liletta Fornasari, Armando è noto per la sua profonda interpretazione delle antiche tradizioni del Casentino attraverso l’uso del legno. Egli abbina la propria maestria scultorea a soggetti sacri locali creando opere che riflettono un “gusto antico”. La sua eccellenza tecnica deriva direttamente dalle metodologie e dalla perizia utilizzate nella pittura su tavola medievale.

Presentiamo Armando ai nostri lettori. Dopo gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia e la facoltà di Architettura di Torino hai prestato servizio come Professore di Storia dell’ArteDisegno GeometricoArredamento e Scenotecnica e hai lavorato altresì per numerose gallerie d’arte con notevole successo da parte della critica, conseguendo importanti premi e riconoscimenti. Tanti i servizi TV a te dedicati e come non citare tra le tue opere la medaglia per Papa Giovanni Paolo II in occasione della sua visita alla Verna il 17 settembre 1993. Vuoi illustrarci questo tuo ricco percorso professionale? «Il mio percorso di formazione inizia a 16 anni, quando decido di lasciare gli studi tecnici a Bibbiena per iniziare quelli artistici all’Istituto d’Arte di Anghiari. Fin da piccolino ho sempre amato disegnare e costruire; modellavo minuscole figure umane con la pasta colorata di Pongo anche mentre guardavo la tv. Quella di Anghiari era una scuola sul restauro del mobile (oggi purtroppo chiusa) e il percorso prevedeva vari laboratori in funzione del restauro come laboratorio di intaglio, di tarsia, di laccatura-doratura e quello di restauro vero e proprio. Ecco, acquisite le basi di queste discipline le ho usate per creare le mie opere. I miei colori, la doratura e le lacche sono realizzate secondo le antiche ricette che si perdono nella notte dei tempi. A 20 anni (in possesso di tre abilitazioni all’insegnamento) venni chiamato all’Istituto d’Arte di Saluzzo e l’anno successivo rientrai come insegnante di ruolo a Castel San Niccolò. Ho insegnato in ogni ordine di scuola: dalle medie alle magistrali a San Giovanni Valdarno, al liceo di Sansepolcro, ma poi ho preferito rimanere in Casentino per il legame con il mio territorio. Qui ho lavorato e da qui ho partecipato ad eventi ed esposto in varie gallerie, oltre ad alcune personali: la Galleria Vomero di Napoli, la Fortezza da Basso di Firenze, lo Spazio espositivo Guicciardini e la Galleria “Il Castello” a Milano, poi Arezzo, Bibbiena, Stia, Pratovecchio, La Verna e Badia Prataglia. Inizialmente ho seguito anche i mercati dell’arte e sono stato inoltre inserito nei maggiori cataloghi (Bolaffi compreso). Tuttavia, quella non era la strada che faceva per me».

Nella tua attività ti occupi di scultura in legno, pittura moderna e anticata. Quali sono stati i lavori più significativi che hai realizzato in passato e nel presente? «La scultura su legno è la mia preferita, sono nato e vissuto a Badia Prataglia dove il legno è stato alla base dell’economia del paese. Il profumo del legno invadeva i Castelletti dove gli artigiani con maestria davano forma agli oggetti che il mercato richiedeva. Da bambino rimanevo incantato nel veder apparire con un ultimo colpo simultaneamente (da un unico “rocchio” di faggio) quattro pale da grano. Amo giocare con la materia: il legno, in particolare, mi dà la possibilità di ricercare i volumi, il chiaroscuro, le luci e le ombre su superfici levigate o ruvide, di alternare le texture con craquelé a patinature o oro zecchino per ottenere quei riflessi che richiamano le opere antiche del nostro territorio. La scultura poi mi permette di riflettere, osservare, modificare in itinere, visto che l’opera richiede molto tempo, quindi parto con un’idea e spesso il risultato è migliore del progetto, anche perché sono molto esigente e non mi accontento facilmente».

Come nasce questa passione per l’arte, in particolare quella per la scultura in legno e i bastoni? «Vorrei che i miei bastoni raccontassero il Casentino e che non fossero semplici supporti per la camminata ma vere e proprie piccole sculture che custodiscono l’anima del territorio. Tra le fitte foreste di faggio e abete che abbracciano Badia Prataglia ho indirizzato la mia passione anche nell’intagliare bastoni da passeggio che fondono natura e spiritualità. Ogni pezzo, ricavato da rami di nocciolo o castagno selezionati personalmente sui sentieri, è un omaggio ai tesori del Casentino. Dagli elementi naturali ai simboli austeri de La Verna, Camaldoli e Romena, cerco di dare nuova vita al legno, creando compagni di viaggio unici che portano la storia del luogo sacro direttamente tra le mani dell’escursionista. Per i bastoni devo ringraziare il mio amico Marco Visi, anche lui casentinese, che crea dei veri capolavori con una fantasia incredibile, usando materiali diversi spesso recuperati in foresta come corni di cervo, capriolo, daino, ossi, sassi o legni particolari. Decine di bastoni unici, originali un po’ naif ma che esprimono esattamente il suo amore per la natura e il buon cammino».

Hai qualche artista e modello a cui ti ispiri per le tue opere? «Lo studio e l’insegnamento hanno ampliato il mio modo di vedere e di esprimermi in arte; la scultura lo traduce in materia. La mia scultura non è né antica né moderna: è il punto d’incontro in cui la scuola e lo studio forniscono la grammatica mentre la contemporaneità e l’esperienza forniscono la libertà di linguaggio. Anacleto Lupo (critico d’Arte della Gazzetta del Mezzogiorno) visitando una mia personale scrisse: “Classicismo? Futurismo? Astrattismo? Metafisica? Avvenirismo? In Armando Tacconi direi che c’è un po’ di tutto: un conflitto di linee e di colori, di vuoti e di pieni, un accumulo di tematiche e problematiche, un urgere dal di dentro insistente e struggente. Un andare avanti e indietro senza uscita. Ma in questo agitarsi, in questo smarrirsi, ecco dei varchi improvvisi, che lasciano intravedere ampi orizzonti e stupende profondità…”».

Quali tra questi tre ambiti: scultura in legno, pittura moderna e pittura anticata hai più nel cuore e senti più tuo e meglio ti rappresenta? «Vorrei risponderti con una mia riflessione: … spesso mi perdo / Tra il Chi sono / E il Chi vorrei / Ma sempre mi ritrovo / In un pezzo di legno / E un colpo di mazzuolo».

Progetti per il futuro? «… e il cammino continua…  non ho progetti particolari, vado dove la mia mano può svelare l’anima del legno. La chiusura lampo è diventata un simbolo mio che inserisco nelle opere scultoree e nella pittura. Significa di non fermarsi all’apparenza, andare oltre. La cerniera serve per dare uno stacco, per far capire che si tratta di due realtà diverse. Mi piace usare il legno come se non fosse materiale rigido ma plastico da modellare. Creo oggetti in cui sembra che il legno sia sciolto.»

Puoi approfondirci il significato della tua iconica cerniera? Penso ad esempio ad opere come “Le Sacre Foreste” (di cui abbiamo ampiamente parlato ad inizio del nostro servizio); “Fantasie nei ricordi” del 2015, una tavola di castagno con incisa all’interno una chiusura lampo; “Castelli del Casentino” del 2022 e “Il vero ingresso” del 1995 dove la cerniera si apre su un portone di ingresso dallo stile antico… «Delle noiose pagine che ho dovuto studiare negli anni della scuola una teoria che mi muove la coscienza e mi fa riflettere e approfondire le ricerche è il pensiero filosofico di Platone che ci parla di un mondo reale del quale conosciamo solo le ombre. Quindi ciò che noi vediamo, tocchiamo, amiamo sono solo proiezioni; ed ecco che il telo di questa nostra percepita realtà si apre per introdurci nell’infinito incognito… del reale».

E l’omino con le braccia alzate che compare in tue numerose opere come “Le Sacre Foreste”, cosa rappresenta? «Una figura longobarda che impartisce una benedizione sulla vita. I cerchi longobardi attorcigliati rappresentano lo svolgimento della vita umana e delle foreste sacre».

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