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martedì, 9 Giugno 2026

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Gaza: l’istruzione mentre tutto brucia

di Alessio Tizzanini – Dopo aver attraversato l’Italia, finalmente la mostra (D)istruzione a Gaza approda in Casentino, dal 21 al 31 maggio 2026 presso il Cinema Italia a Soci. Per descriverne l’essenza e la portata, abbiamo dato voce alle persone che l’hanno reso possibile: Nandino Capovilla, parroco di Marghera e ideatore della mostra, a cui dobbiamo l’introduzione che segue, e Dahman Abu Sultan (@dahman.eyad su Instagram), reporter che vive a Gaza, che ha scattato le 14 fotografie che compongono la mostra e che abbiamo avuto l’onore di intervistare in esclusiva per CASENTINO2000.

“Ogni mostra di fotografie cerca di essere unica nel modo di raffigurare, mostrare o raccontare. E scusate se abbiamo la pretesa di originalità, ma crediamo che questa lo sia, visto l’effetto dirompente che la mostra ha prodotto nelle scuole, negli studenti e nei docenti. Non solo perché le 14 immagini hanno obbligato a riparlare della Palestina quando un complotto diffuso tenta di chiudere il discorso in quanto divisivo, ma anche perché testimoniano lo “scolasticidio” ancora in corso a Gaza quando per tanta opinione pubblica sarebbe più opportuno non riproporlo tutte le mattine a studenti, docenti e chiunque passa nei corridoi di una scuola. Il successo di questa mostra, che continua ad essere richiesta da nord a sud, è in realtà proprio nello svelare la realtà di un’ingiustizia che da due anni abbiamo sotto gli occhi senza che si riesca a portarla in cattedra per comprenderla, studiarla e sentirla parte del percorso educativo dei nostri giovani.” – Nandino Capovilla

Dahman, parlaci di te… «Mi chiamo Dahman Abu Sultan, ho 26 anni, vengo dalla Striscia di Gaza, precisamente dal campo profughi di Al-Shati. Sono un fotografo e montatore e, dallo scoppio della guerra, sono diventato più attivo.»

Hai 131 mila follower, sei già molto popolare: cosa ti spinge a rischiare la vita per continuare a fare video e fotografie? «Quando è iniziata la guerra il 7 ottobre, abbiamo iniziato a usare le piattaforme social per parlare della nostra vita quotidiana, di ciò che stiamo soffrendo, della portata della distruzione in cui viviamo: una cosa che la mente umana fatica a comprendere. Abbiamo deciso che non potevamo restare in silenzio. Le persone che ci seguono non sono solo numeri: sono persone che trasmettono il nostro messaggio. Noi forniamo loro informazioni reali ed integrali di ciò che sta accadendo, e grazie a loro queste informazioni arrivano alla comunità esterna a Gaza. Quindi li consideriamo un aiuto fondamentale per diffondere consapevolezza rispetto a ciò che, realmente, stiamo vivendo.»

Che messaggio vuoi trasmettere a chi visita la tua mostra? «Vorrei che capissero che siamo stati capaci di resistere. E che la resistenza non è fatta solo di armi: ognuno di noi, a modo suo, può resistere. Questo è il messaggio che spero ogni visitatore si porti con sé, raccontato attraverso le immagini che mostrano la nostra vita per quello che è realmente (e non attraverso le rappresentazioni distorte fornite da altri). Sono immagini reali che mostrano come ciascuno di noi, ad esempio, lavorando per mantenere vivo il sistema di istruzione, esercita la resistenza.»

Cosa si può fare concretamente per aiutare la Palestina? «Una cosa importante che si può fare è organizzare eventi di sensibilizzazione per spiegare cos’è davvero la Palestina, chi siamo e qual è il nostro diritto a tornare nelle nostre terre. Io, ad esempio, oggi vivo a Gaza, ma la mia famiglia viene da Hamama: sono un “rifugiato” a Gaza. Abbiamo visto quanto queste iniziative possano avere un impatto concreto: eventi, mobilitazioni e proteste davanti alle ambasciate hanno portato a risultati reali. A volte hanno contribuito a migliorare la situazione, ad aprire i valichi e persino a far entrare aiuti. Questo dimostra che l’azione collettiva può avere effetti positivi e tangibili.

Parliamo di speranza ed obiettivi. Cosa ti dà la forza di andare avanti, ogni giorno? «Sin da bambino dico che finché ci svegliamo, dormiamo e il sole continua a sorgere, significa che c’è ancora speranza. Il mondo pensa che la guerra sia finita, ma noi viviamo ancora le sue conseguenze. Ora siamo sotto assedio, ma riusciamo in qualche modo a lavorare. Cerchiamo di sistemare ciò che abbiamo tra le rovine della guerra, cerchiamo di tornare alla vita. Finché il sole sorge, noi esistiamo ancora.»

Ma è questa idea a dare forza a te, o sei tu a dare forza a lei? «Sono io che devo darle forza. Abbiamo vissuto un genocidio: qualsiasi persona razionale che attraversasse ciò che abbiamo vissuto noi non riuscirebbe a comprenderlo. Se ci pensasse troppo, si fermerebbe, avrebbe bisogno di assistenza psicologica. Ma noi non abbiamo tempo di fermarci: il paese ha bisogno di noi. Dobbiamo continuare.»

Com’è oggi la situazione a Gaza? Le scuole hanno riaperto? Come vivono i bambini? «La situazione è estremamente difficile. Il 7 aprile ci siamo svegliati con un massacro: dieci persone uccise a pochi metri da noi, tra cui un giovane su una bicicletta. Questo dimostra che la violenza non è finita. Mentre l’attenzione del mondo viene spostata altrove, Gaza continua a vivere sotto bombardamenti e sotto assedio. Le scuole, in gran parte, non sono ancora tornate alla normalità: molte sono occupate da sfollati che hanno perso le loro case. Le poche attività educative esistenti sono iniziative informali, spesso in tende improvvisate, perché le aule sono state distrutte o non sono utilizzabili. La crisi educativa è gravissima: non si tratta solo di distruzione fisica, ma anche di una perdita di istruzione che rischia di aumentare l’analfabetismo. I bambini sono le vittime più colpite. Tanti bambini, anche molto piccoli, stanno vivendo da anni senza istruzione. Ma la scuola non è solo apprendimento: è anche crescita, valori, stabilità. È inevitabile che subiscano le conseguenze della mancanza di questo ambiente. La loro vita è durissima. Molti bambini sono costretti ad assumersi responsabilità da adulti: procurare acqua, trovare cibo, aiutare la famiglia a sopravvivere. La loro quotidianità è completamente cambiata.»

Parliamo della tua vita personale: qual è la parte più difficile della tua giornata? «La difficoltà più grande è riuscire a organizzare la giornata. Uscire per lavorare significa prima di tutto trovare un posto sicuro, avere accesso a internet e riuscire a muoversi tra mille ostacoli. Anche il lavoro stesso è rischioso: fare riprese in certi luoghi può essere pericoloso. Esci la mattina senza sapere se tornerai a casa. Portare una videocamera oggi significa esporsi: è vista quasi come un’arma e puoi diventare un bersaglio in qualsiasi momento. Per questo cerchiamo semplicemente di arrivare a fine giornata e riuscire a concludere qualcosa, anche solo una piccola parte del nostro lavoro.»

Qual è il tuo obiettivo per il futuro, come artista e come palestinese? «Il mio desiderio più grande è che la mia generazione e quelle che verranno non debbano vivere ciò che abbiamo vissuto noi. Spero che tutto questo finisca, non solo la guerra, ma anche le sue conseguenze, che rischiano di durare per anni. Vorrei che queste ferite si chiudessero il prima possibile, per non segnare il futuro. E soprattutto, voglio che le nuove generazioni abbiano chiara la verità: capire chi siamo, cosa abbiamo vissuto e perché. Che sappiano che siamo nel giusto, che questa è la nostra terra.»

Le parole di Dahman colpiscono come un pugno allo stomaco, ma al tempo stesso danno speranza e fanno capire che questa speranza dipende da ciascuno di noi. L’orrore che si sta consumando sotto gli occhi del mondo non è solo una tragedia lontana: è l’idea che la forza possa schiacciare il più debole senza conseguenze. Che alcune vite valgano meno di altre. E – forse è questo l’aspetto più inquietante – che tutto ciò possa avvenire alla luce del sole, normalizzato, giustificato, persino difeso. Per costruire un futuro migliore serve il coraggio di guardare in faccia ciò che oggi ci fa paura. Perché fingere di non vedere, scegliere di non ascoltare, decidere di non parlare di ciò che sta accadendo in Palestina non ci renderà più sicuri.Non salverà noi. Non salverà i nostri figli. Anzi, rischia di produrre l’effetto contrario.

Citando Moni Ovadia, attore e scrittore ebreo antisionista: “Chi oggi sceglie di non schierarsi, e non parlo di schieramenti di partito, sta rinunciando a decidere tra civiltà e barbarie. Un giorno, quando i peggiori dittatori del futuro compiranno crimini indicibili con apparente legittimità, e qualcuno proverà a invocare i diritti umani, essi potranno rispondere: “Zitti, buffoni. Cosa avete fatto con la Palestina?” E avranno ragione. Non avremo più titolo per parlare.”

La domanda è: ci va bene lasciare che questo sia il futuro in cui vivranno i nostri figli? Dahman ci insegna che un’alternativa c’è e che ciascuno di noi nel suo piccolo può fare la differenza per renderla possibile: approfondire cosa realmente accade in Palestina tramite fonti autorevoli e qualificate, parlarne con un amico, mostrare un simbolo di solidarietà, organizzare un evento o anche semplicemente parteciparvi sono solo alcune delle tante azioni efficaci alla portata di tutti.

Trovate altre idee concrete qui: forgaza.org

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