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domenica, 3 Luglio 2022

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I dirigenti privatizzati, al servizio dei partiti

Da mesi la revisione della spesa del Governo Monti, diventata legge lo scorso 7 agosto, è al centro dell’attenzione politica, in particolare per la prevista riduzione del 20% dei dirigenti e del 10% dei dipendenti pubblici. I sindacati hanno lanciato l’allarme per il mancato rinnovo del contratto per 100.000 lavoratori precari, ma, se l’accanirsi contro i più deboli ripropone una politica poco nobile tesa a salvaguardare i privilegi delle numerose caste, la riduzione del numero dei dirigenti porta a considerazioni più sottili.
La reazione civile provocata da Tangentopoli produsse una riorganizzazione della funzione pubblica secondo i principi di servizio, trasparenza, alleggerimento burocratico, ma soprattutto separando il potere politico di programmazione e governo da quello di gestione, affidato alla responsabilità dei dirigenti, ai quali soltanto compete il potere di spesa. Si volle così troncare il pernicioso collegamento fra politici e imprenditori, decisioni pubbliche e interessi privati; il nuovo sistema impediva al politico corruzione e concussione, a meno che il dirigente non fosse complice.
Ma questa riforma era scomoda, insopportabile per un sistema di partiti avvezzo a fruire dei beni pubblici e ad essere un distributore di privilegi piuttosto che di equità: bisognava forzare la legge, introdurre un cavallo di Troia, prevedere una qualche forma di dirigenza a contratto di nomina politica. Così nel 2000 il testo unico sugli enti locali inserì un 5% di dirigenti a contratto privato, il governo Berlusconi nel 2011 alzò la percentuale per gli enti virtuosi al 18% e il governo Monti, con legge n.44 dello scorso 26 aprile ha portato tale limite al 10%, elevato al 13% nei comuni tra 100.000 e 250.000 abitanti e al 20% in quelli sotto i 100.000.
Ad aprile Monti aumenta al 20% la quota di dirigenti a contratto privato, sostanzialmente scelti dai politici e quindi dai partiti, e ad agosto approva la riduzione del 20% dei dirigenti pubblici “di ruolo”: non si vuole intervenire sulla riduzione dei costi della dirigenza, ma consentire ai partiti di riprendere, privatizzandola, il controllo del potenziale sistema di clientele che ruota attorno alla pubblica amministrazione. D’altronde, il censimento a fine 2010 del Ministero dell’Interno aveva già registrato una riduzione dei dirigenti degli enti locali rispetto all’anno prima del 10,4%, ma la diminuzione di quelli di ruolo era stata del 16%, contro un complessivo aumento del 6,6% di quelli assunti con contratto a tempo determinato. Non riduzione quindi, ma privatizzazione della dirigenza pubblica e consegna della stessa alla discrezionalità dei partiti: la definitiva occupazione dello Stato!

Simone Borchi, dirigente pubblico
Corriere della Sera – Corriere fiorentino, 4 Ottobre 2012 p.12

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