di Melissa Frulloni – Andrea Ricci, conosciuto da molti in Casentino come “Bridge”, originario di Bibbiena, è nato e cresciuto nella nostra vallata, da settembre del 2019, vive e lavora in Myanmar (ex-Birmania), come Rappresentante Paese per il Cesvi ed è capo progetto dell’iniziativa “SAFECROPS – Economie Comunitarie Resilienti e Organizzazione della Produzione Sostenibile in Dry Zone, Myanmar”.
Vogliamo raccontarvi la sua storia perché, in seguito all’emergenza Covid19, non ha modo, ad oggi, di tornare in Casentino. Gli aeroporti internazionali del Myanmar e di molti paesi limitrofi sono chiusi ai voli commerciali di linea e non ci sono certezze su quando riapriranno.
“Anche se sono tranquillo della scelta di essere rimasto, ho maturato un grande desiderio di rivedere i miei cari e abbracciare la mia terra. Quindi penso che appena riapriranno gli aeroporti tornerò in Italia per un po’ di vacanza nel verde e meraviglioso Casentino.” Ci ha detto Andrea.
Si, avete letto bene, Andrea ha deciso di restare in Myanmar nonostante fosse venuto a conoscenza del diffondersi della pandemia ed avesse chiaro il rischio di poter rimanere bloccato in un Paese tanto lontano dal nostro.
Quando e come sei venuto a conoscenza del diffondersi del Coronavirus?
«Il Myanmar è al confine con la Cina, quindi il diffondersi del virus è stato particolarmente preoccupante e potenzialmente esplosivo fin dal principio in quanto molti sono i lavoratori transfrontalieri che quotidianamente attraversano il confine con la Cina. La dichiarazione dell’OMS di pandemia ha sancito la connotazione globale di questo virus. Il governo del Myanmar ha agito senza esitazione con misure forti e nette per la prevenzione dando un grande senso di responsabilità che, secondo me, è mancato a molti governi europei. Qui in Myanmar, non certo uno Stato modello di efficienza, appena arrivata a gennaio la notizia del virus, le frontiere di terra con la Cina sono state chiuse e prese decisioni forti che hanno limitato, come un po’ da per tutto, le libertà personali.»
Perché hai deciso di restare? Perché non sei subito tornato a casa?
«L’Ambasciata Italiana di Yangon ha assistito in maniera eccellente i cittadini italiani residenti in Myanmar, organizzando voli speciali per il rimpatrio. Molti sono rientrati immediatamente, al dilagare del virus; considera che il servizio sanitario del Myanmar è uno dei peggiori al mondo! Io invece ho scelto di restare… Mi trovo nella città di Bagan, recentemente inserita nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Nonostante qui le strutture sanitarie che potessero garantire standard adeguati in caso di necessità, sono assenti, sono rimasto per due motivi; da un lato percepivo il rischio contagio molto minore in Myanmar che Italia, che a fine Marzo, quando hanno chiuso gli aeroporti, era il focolaio d’Europa e probabilmente del mondo. Dall’altro perché non mi sono sentito di tradire la mia missione in uno dei momenti più difficili della storia del Paese che mi ospita. Sapevo di avere a disposizione strumenti per aiutare concretamente le comunità rurali già in difficoltà prima dell’emergenza. Questa consapevolezza mi ha spinto a rimanere…»
Il lockdown ha limitato la libera circolazione di beni e persone e in Myanmar, il progetto portato avanti da Andrea ne ha risentito. Per fortuna, anche da lui è stata la tecnologia a venire in aiuto delle popolazioni. “Ormai anche i contadini delle zone più remote del mondo possiedono uno smartphone e hanno accesso a piattaforme come Facebook, Messanger, Viber, WhatsApp. Stiamo quindi sfruttando questi strumenti della modernità per fornire il necessario supporto tecnico ai produttori. I contadini si stanno abituando a questa nuova forma di comunicazione che consente di non interrompere il flusso di informazioni necessarie. E dunque nemmeno quello del denaro. Non è la stessa cosa ovviamente, ma è un nuovo fronte che non si è fatto intimorire dal Covid-19.” Ha continuato Andrea.
“SAFECROPS”, il progetto a cui è a capo, è finanziato con circa 2 milioni di euro su tre anni dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e implementato da Cesvi Myanmar in partenariato con Associazione Microfinanza e Sviluppo e Network Activity Group. Il progetto mira a migliorare le economie delle famiglie contadine e delle micro e piccole imprese che fanno parte delle filiere del sesamo, arachide e fagiolo (mungo verde), principali coltivazioni e fonti di entrata nelle zone di intervento. L’intervento adotta un approccio olistico su tre aspetti della filiera agricola: l’aumento quantitativo e qualitativo della produzione; l’accesso al mercato; la governance. Una catena complessa, soprattutto in una zona con caratteristiche ambientali che portano all’inclusione del Myanmar nella lista dei paesi più colpiti dai cambiamenti climatici. Il suo cuore pulsante è l’istituzione di un fondo di garanzia per i coltivatori e le micro e piccole imprese della zona: fornire garanzie ai produttori per l’accesso al credito con un fondo specifico.
“Il Myanmar, e nello specifico la Dry Zone dove lavoriamo, un’ampia area arida tra le regioni di Magway, Mandalay e Sagaing, in Myanmar, è, secondo le statistiche ufficiali, un’area tra le più esposte al mondo al cambiamento climatico, dove, secondo la Banca Mondiale (2018), vive oltre il 63% della popolazione birmana più povera. E dove l’83% dei residenti dipende da un’agricoltura caratterizzata da bassa redditività, scarsa diversificazione, dipendenza dal credito, vendite individuali. Il rischio che un regime troppo basso delle piogge monsoniche faccia saltare il raccolto, è ogni anno più probabile. Molti contadini non hanno accesso al credito e vivono ben al di sotto della soglia della povertà assoluta. E in questi mesi, con le misure anti Covid-19, che limitano spostamenti e complicano qualsiasi operazione, le cose sono peggiorate. I prestiti di governo e istituti di microfinanza sono sospesi, molti agricoltori non sono in grado nemmeno di investire in sementi per la produzione.” Ci ha spiegato Andrea.
Che cosa ti preoccupa di più di questa situazione? 
«Stiamo vivendo la crisi globale più nera della nostra generazione e le decisioni che le persone e i governi prenderanno nei prossimi tempi cambieranno il mondo per molti anni a venire. Dobbiamo scegliere tra alternative e molte delle misure provvisorie che sceglieremo in questa situazione di emergenza condizioneranno le nostre vite per molto tempo. Questa è la natura delle emergenze, accelerano drammaticamente i processi storici. Una delle mie principali preoccupazioni è di essere messo davanti alla scelta tra privacy e salute. È una falsa scelta, in quando come cittadino ho diritto ad entrambe. Penso che sia possibile proteggere la salute e sconfiggere il Coronavirus senza dover istituire dei regimi totalitari ma responsabilizzando i cittadini e rafforzando il senso di comunità. Quando le persone sono informate su questioni scientifiche, quando confidano sulle autorità, possono autotutelarsi e proteggersi anche senza un grande fratello che controlla. Quindi perché invece di investire in sistemi di controllo e sorveglianza non cerchiamo di ricostruire la fiducia delle persone nella scienza, nelle autorità pubbliche e nei media. Il Coronavirus è un banco di prova molto importante per i cittadini. Nei prossimi tempi dovremmo scegliere se credere a evidenza scientifica e esperti sanitari o se credere a cospirazioni di politici irresponsabili ed auto-referenziali.»

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Da una distanza così importante (non solo geografica) come vedi il Casentino? 
A tutti fa uno strano effetto vivere sotto lockdown, e l’effetto è ancora più strano se il lockdown è vissuto in un altro continente. Vedere l’Europa, l’Italia, il Casentino da cosi lontano cambia totalmente la prospettiva. L’osservazione diventa meno coinvolta e più asettica e consente di vedere chiaramente i difetti della cultura che ci appartiene, del nostro mondo di provenienza, malato di eurocentrismo e di una elevata considerazione della propria civiltà quale araldo di democrazia, convivenza pacifica, diritti universali e conquiste varie. Credo che abbiamo molto da imparare da paesi come il Myanmar; si parte dall’idea che da queste parti ci sia un peccato originale che impedisce agli asiatici oggi e agli africani domani, di essere come noi. L’Occidente visto da Oriente risulta sempre autoreferenziale, ammalato di un provincialismo culturale per cui o gli altri seguono i nostri modelli o sbagliano.
A volte sento attribuire l’esplosione del contagio e il numero dei morti in Lombardia e in Italia alla “sfortuna”. Ma penso sia dovere farsi un bagno di umiltà e imparare da chi ha fatto meglio di noi, anche se in Asia, in un paese considerato sottosviluppato. Perché l’Italia sarà anche stata sfortunata. Ma la mancanza di DPI, la scarsità di terapie intensive, la mancata chiusura delle attività produttive, il poco personale sanitario, l’insufficiente coordinamento fra Stato, Regioni e Comuni, la mancanza di produttori nazionali di materiale sanitario cruciale in caso di epidemie, l’indebolimento dei presidi sanitari territoriali, ecco: quella non è sfiga. È il segno di un Paese preso enormemente alla sprovvista dal Covid-19 e che dovrà umilmente imparare da chi ha fatto meglio. Se non altro, per rispetto delle migliaia di vittime di questo disastro.
In questo senso il Casentino è un’isola felice in un mondo alla deriva. Un territorio che per fortuna è rimasto intatto alla devastazione ambientale frutto di lunghi anni di “progresso” e immune da molte malattie sociali. È una terra fantastica, ricca di storia, arte e cultura e dove si gode di un altissimo livello di benessere. Come “isola felice” il Casentino ha poca tendenza all’apertura al mondo esterno e a processi di integrazione.
Ma questo virus ci mette davanti ad un’altra scelta importante; continuare con la logica di divisione del “noi” e “loro” o intraprendere la strada della solidarietà e cooperazione globale? Se sceglieremo la strada della divisione, dei muri, dei porti chiusi non solo prolungheremo la crisi ma creeremo le condizioni per future catastrofi ben peggiori di questa. Se sceglieremo la strada della solidarietà, sarà una gran vittoria non solo contro il Coronavirus, ma contro tutte le future epidemie e crisi che colpiranno il genere umano e l’ambiente.»
Le riflessioni di Andrea sono davvero interessanti e, da parte nostra, condivisibili. Si capisce che sono frutto di un lungo percorso, nonostante la sua età, che lo ha portato a conoscere situazioni e vivere esperienze molto distanti dal Casentino e non solo geograficamente. La cultura della cooperazione di cui parla potrebbe essere la chiave per rialzarsi dopo questi mesi bui. In piena emergenza abbiamo già sperimentato quanto sia più vantaggioso aiutare, condividere, sorreggersi l’un l’altro, come membri di un’unica razza, quella umana.
Una bella storia quella di Andrea che ci fa sentire ancora più orgogliosi di essere casentinesi e di averne uno dall’altra parte del mondo che sa rappresentare con grandi capacità la nostra terra.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 320 | Luglio 2020)