di Beatrice Mazzanti – Sono passati molti anni dalla chiusura di quella che, per Bibbiena e il Casentino, è stata una delle fabbriche più significative del territorio. Eppure, ancora oggi, quasi con un pizzico di malinconia, si sente dire: “la zona del Tannino”.
Un nome che evoca un passato fatto di lavoro, comunità e identità locale. Abbiamo intervistato Alessandro Cecconi, regista del cortometraggio dedicato proprio alla storia del Tannino, ma anche profondo conoscitore e affezionato di questo luogo, come ci ha raccontato lui stesso… «Mio padre è nato a Bibbiena, quindi io qui ci venivo da bambino, per questo la storia del Tannino è una storia meravigliosa che non volevamo andasse perduta. Molta gente conosce la ciminiera, ma non necessariamente sa che cosa c’è dietro. È una storia che ho riscoperto parlando con le persone, facendo ricerche, anche attraverso l’archivio del Comune. La storia si scrive quasi da sola: c’è una nascita, una vita, una morte e una risoluzione. Da qui i quattro atti del documentario. Ho vissuto quasi tutta la mia vita all’estero, lavorando nel cinema e nella musica, quindi lo strumento più naturale per raccontare questa vicenda mi è sembrato proprio il documentario».
Come nasce l’idea di realizzare un documentario sul Tannino? Qual è l’obiettivo principale del film: divulgare, sensibilizzare, raccontare una storia? “Il Tannino mi interessava soprattutto come storia. Ho lavorato per moltissimi anni nel cinema e nella musica, e ho sempre amato raccontare le storie. Stare nel Tannino è sicuramente qualcosa di molto bello, perché è una realtà importante: ha dato vita a Bibbiena Stazione, ha permesso a tante famiglie di lavorare e ha lasciato un’impronta significativa sul territorio, anche al di fuori della fabbrica. Tutto ciò che ruotava intorno, i boschi, l’organizzazione dei trasporti per il legname e il resto; faceva parte di un sistema vivo e prezioso. Quindi, alla prima domanda, direi che la motivazione principale è stata raccontare una storia. È chiaro che, nel farlo, viene naturale anche sensibilizzare la popolazione, perché con il passare degli anni sempre meno persone conoscono davvero la storia del Tannino. Tutti conoscono e vedono la ciminiera, che è po’ come la nostra Torre Eiffel, ma pochi sanno che cos’è il Tannino e che cosa rappresentava davvero la fabbrica del Tannino. Questi due aspetti, il racconto e la riscoperta, si sono quindi collegati in modo naturale».
Quali sono state le principali difficoltà nel raccontare questa storia? E cosa ti ha colpito di piu? «La cosa che mi ha colpito di più durante la realizzazione è stato sicuramente l’amore che le persone, coinvolte in gioventù, in un modo o nell’altro, hanno ancora oggi per il Tannino. Era una situazione particolare: spesso i nonni o i genitori di chi ho intervistato lavoravano lì. Il Tannino, di per sé, rappresentava un’innovazione anche sociale per Bibbiena Stazione. Come dice uno degli intervistati, Lorenzo Senso, “al Tannino si voleva bene tutti quanti”. Sicuramente questa è stata davvero una cosa bella da scoprire. Le persone del luogo sono molto coinvolte emotivamente, perché Bibbiena è una comunità piccola: quasi tutti avevano un nonno, uno zio o un vicino che lavorava al Tannino».
Che tipo di pubblico speri di raggiungere con questo lavoro? «La vecchia generazione è naturalmente più interessata, ma stiamo facendo molto anche per le nuove generazioni. Abbiamo in programma diverse attività con le scuole, perché ci piacerebbe che i ragazzi conoscessero la storia del Tannino e capissero quanto sia stata importante per Bibbiena».
Cosa dovrebbero trovare i casentinesi in questo tuo documentario? “La risposta è semplice: è bello, è interessante e soprattutto racconta una parte della nostra storia che è importante conoscere. È fondamentale sapere che cos’era la fabbrica del Tannino e quanto ha dato a Bibbiena Stazione. E se qualcuno ha avuto parenti o nonni che ci lavoravano, allora la visione diventa anche un vero e proprio tuffo nei ricordi, un viaggio nel proprio passato».


