di Alessio Tizzanini – Oltre 300 presenze ad una iniziativa di paese su tematiche sociali è un dato di per sé impressionante. È da qui che si può partire per raccontare il successo dell’evento “(d)istruzione a Gaza”, tenutosi a maggio al Cinema Italia di Soci (nella foto). Eppure, il valore dell’evento non si esaurisce nei numeri. Lo si trova anche nella partecipazione di un pubblico eterogeneo fatto di giovani, famiglie, docenti, ma, soprattutto, lo si trova nel coinvolgimento emotivo e nella scossa empatica generati dalle immagini, dalle testimonianze e dalle pellicole, che hanno restituito uno spaccato concreto e reale di quanto accade oggi in Palestina ed hanno messo tutti di fronte alla cruda realtà: la nostra scelta di opporci o di rimanere in silenzio non è neutrale: è una presa di posizione netta contro o a favore della distruzione dei nostri stessi diritti.
Ma di cosa hanno parlato gli ospiti sul palco? Il professor Mauro Sirigu, rappresentante per la Toscana della rete “La Scuola per la Palestina”, ha parlato di come la normativa scolastica relativa alla presenza di ospiti e testimoni si sia progressivamente irrigidita dopo le prime manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, rendendo di fatto molto complessa l’organizzazione di incontri sulla Palestina. In particolare, ha evidenziato come la richiesta di un contraddittorio su ogni tema possa talvolta risultare problematica e controproducente. A titolo provocatorio, ha osservato: “Se invitassimo una psicologa a parlare di pedofilia, dovremmo prevedere anche la presenza di un pedofilo?” – Per sottolineare i limiti di un’applicazione rigida di questo principio.
La concittadina Elisa Mariotti ha raccontato la storia di Wadih, bambino di 14 anni di Betlemme che il 2 ottobre 2020 è stato arrestato dalle forze di occupazione israeliane mentre giocava a pallone in un parco annesso da Israele. Wadih ha subito solo alcune delle violenze tipiche riservate ai fanciulli nelle carceri israeliane per poi essere rilasciato un mese dopo, di notte, in periferia, senza cellulare e senza che nessuna accusa fosse stata formulata nei suoi confronti. Da allora non è più lo stesso. Mohammed Aloosh, di Gaza, ha raccontato cosa significhi sopravvivere ad un genocidio: veder morire i familiari di fronte ai propri occhi, rischiare la vita per scavare a mani nude tra le macerie e sotto i bombardamenti nella speranza che un proprio caro sia ancora vivo, vagare alla ricerca di cure per un corpo ormai evidentemente senza vita ma che non si accetta che sia morto, perché è il corpo di un figlio. Da questa esperienza di cittadinanza attiva emergono tre riflessioni.
La prima riguarda la forza dell’iniziativa individuale. L’evento è nato grazie all’impegno di cittadini comuni, senza alcun supporto da parte di sponsor o istituzioni. La seconda riflessione è più impegnativa: possiamo e dobbiamo fare di più. La questione palestinese non può essere ridotta a una contrapposizione politica o ideologica: riguarda i diritti umani di tutti, anche di noi casentinesi.
L’”assuefazione” alla distruzione sistematica di una popolazione civile, denunciata dallo storico del genocidio Mark Levene, rischia di rendere le nuove generazioni insensibili rispetto al concetto di “moralità”, favorevoli rispetto al concetto di “violenza”, rassegnate rispetto al concetto di “diritti”. Non solo: anche il tema della nostra libertà di espressione, di critica, di dissenso, entra in gioco. Negli ultimi mesi, in Italia e in Europa si sono moltiplicati episodi di repressione, arresti, violenze nei confronti di chi si oppone al genocidio, una repressione che i governi stessi attuano contro i propri cittadini.
Basti vedere come le nostre istituzioni hanno “reagito” al rapimento di (ed alla sparatoria contro) cittadini italiani in acque europee, su suolo italiano (perché su nave battente bandiera italiana) da parte di uno stato straniero, a maggio 2026. La terza riflessione riguarda il potere dell’esempio. In un tempo segnato da un diffuso senso di impotenza, iniziative come quella di Soci dimostrano il contrario: ogni gesto può contribuire a costruire una coscienza collettiva più informata.
“Dare l’esempio” non è solo simbolico: è l’innesco di un cambiamento reale. Dobbiamo informarci, partecipare, parlarne.


