di Mauro Meschini – È stato ed è un lungo inverno. Non stiamo parlando naturalmente del meteo e del trascorrere delle stagioni, ci riferiamo invece a quello che quotidianamente vediamo accadere lontano e vicino a noi. Sembra impossibile, sembra davvero un brutto sogno, ma non lo è. Solo sei anni fa, proprio in queste settimane, continuavamo a vivere un’esperienza fino ad allora inimmaginabile. Siamo stati per alcuni mesi chiusi nelle nostre case a guardare scorrere sui video di televisori, PC e cellulari immagini che sembravano provenire da un altro pianeta.
Città deserte; studenti costretti a seguire le lezioni a distanza; ospedali al collasso; medici, infermieri, operatori sociali e sanitari costretti a turni massacranti e in prima linea contro un nemico invisibile, di cui erano però drammaticamente evidenti gli effetti. Era questo il nostro presente solo un lustro fa, o poco più. E non era finita lì, perché anche nei mesi successivi abbiamo vissuto un caotico alternarsi di timide aperture e nuovi lockdown fino alla lenta uscita dall’emergenza e al ritorno alla normalità che però, vedendo oggi anche solo come si vive e sono cambiate le abitudini nei nostri comuni casentinesi, forse non è mai tornata davvero. Ma di quei lunghi mesi ricordiamo anche altro, le tante parole e promesse spese per pronosticare un futuro assolutamente diverso e, sicuramente migliore, dove l’attenzione per la salute, per il pianeta, per il futuro di tutti sarebbe stata centrale; dove tutto sarebbe stato diverso. Erano promesse? Erano forse parole che cercavano di esorcizzare la paura, i timori per una situazione che appariva apocalittica?
Quello che possiamo dire oggi è che ciò che è venuto dopo è stato ben altro. Guerre; popoli affamati, bombardati, sterminati; muri sempre più alti tra gli Stati; il dilagare di idee razziste e fasciste; l’odio e l’indifferenza sempre più forti verso i poveri, verso chi è in difficoltà, verso chi ha il colore della pelle diverso, professa un’altra religione o solo parla un altro dialetto… Ecco l’inverno in cui siamo caduti, praticamente in tutto il pianeta, come se il Covid, le vittime che ha provocato e le lezioni che avrebbe dovuto dare non fossero mai esistite. Siamo ancora in mezzo al guado, e probabilmente non siamo ancora sicuri che prima o poi raggiungeremo comunque una riva.
Ma in questo cupo periodo alcune luci si sono accese. In Italia dopo quasi quattro anni di Governo della destra, che ha fatto di tutto per cambiare il tessuto democratico del nostro Paese, la vittoria dei NO al referendum contro le norme che avrebbero voluto stravolgere parte della Costituzione ha rappresentato un’importante dimostrazione di tenuta della nostra Democrazia. Questo è sembrato ancora più vero quando si è poi saputo che gran parte di quel risultato era dovuto alle giovani generazioni, che hanno partecipato in massa scegliendo di respingere quanto veniva proposto.
Poche settimane dopo ecco un altro segnale positivo, questa volta per l’Europa. Nelle elezioni parlamentari ungheresi viene sconfitto il vassallo della Russia Orban dopo sedici anni di potere ininterrotto in cui ha stravolto regole fondamentali delle istituzioni democratiche in quel Paese. Adesso l’Ungheria può di nuovo guardare al resto dell’Unione, non con un Governo bolscevico, ma con una nuova maggioranza che si riconosce nei valori democratici propri del nostro continente, gli stessi valori che tanti stanno cercando di cancellare, a cominciare da Trump negli Stati Uniti. L’accendersi di queste luci in questo freddo inverno porta un po’ di speranza che andrà coltivata, cullata, fatta crescere permettendo proprio ai giovani e alle ragazze, che in Italia come in Ungheria sono stati protagonisti di questi positivi risultati, di essere parte fondamentale di un movimento che restituisca voce e visibilità alla Democrazia, alla Giustizia, alla Libertà e alla Solidarietà.
Ora, presi forse dall’entusiasmo, nel nostro piccolo abbiamo immaginato che questo «vento che cambia» potrebbe produrre i suoi fecondi effetti anche su contesti più piccoli e certamente meno fondamentali per il futuro del Pianeta, ma comunque importanti per chi li conosce e li vive.
Abbiamo così pensato al nostro Casentino, ricordando che sono ormai trascorsi 14 anni dal referendum per il Comune Unico, un referendum forse troppo presto archiviato, un referendum che abbiamo considerato e consideriamo ancora una grande, ennesima, occasione persa. Siamo convinti di questo e a rafforzare il nostro pensiero ci sono i fatti e gli eventi che hanno caratterizzato questi 14 anni, in cui forse si pensava e ci si illudeva che fosse sufficiente avere qualcuno seduto su una poltrona in Consiglio regionale per garantire un futuro radioso e positivo a questa vallata. In realtà le cose sono andate in maniera diversa. Questi 14 anni hanno visto la chiusura del Punto Nascita dell’ospedale di Bibbiena e un suo graduale depotenziamento.
In questo periodo il Casentino ha subito un lento spopolamento, soprattutto nelle sue frazioni più decentrate con la chiusura di tanti esercizi commerciali. Sempre questi anni hanno visto la realizzazione di interventi sulla viabilità che hanno creato e stanno creando disagi e problemi, lasciando fondamentalmente inalterato il cronico isolamento di questo territorio… Sarebbe potuto andare in un altro modo? Se ci fosse stata una reale guida unitaria, un sindaco, un Consiglio comunale riconoscibile e presente, un progetto complessivo e organico per tutto il Casentino, sarebbe andata diversamente? Se quel sindaco avesse davvero difeso gli interessi di questa vallata avremmo oggi una situazione diversa? Certo, non lo possiamo sapere, sappiamo però benissimo cosa significa avere questo animale a 10 teste spesso in contrasto tra loro.
Cosa significa avere un peso politico insignificante su tutte le maggiori tematiche che poi pesano e peseranno sul futuro dei cittadini. Cosa significa lo scheletro della ex Sacci del Corsalone, simbolo stesso dell’incapacità di decidere e progettare. Per fortuna però, sappiamo anche altro, sappiamo che in questi 14 anni tanti giovani e tante ragazze sono cresciuti/e e diventati/e grandi in questo territorio. I diciottenni di oggi avevano allora solo 4 anni, un numero grande di bambini e adolescenti di allora ha oggi acquisito il diritto di decidere e può dire la sua sul proprio futuro e sul futuro del Casentino…
Ci piace pensare che anche questa ventata di idee e di freschezza casentinese abbia, come i loro coetanei italiani, scelto di dire NO al referendum e magari si ritrovi e condivida i movimenti per la pace, per la Palestina, per la promozione di politiche contro il cambiamento climatico, insomma tutto ciò che, nonostante tutto, in questi ultimi pesanti anni ha rappresentato una luce, una speranza, un motivo per credere ancora nel futuro.
Ebbene, siamo convinti che se davvero ci fosse la possibilità di discutere seriamente, cosa che non è mai stata fatta e neppure permessa, di Comune Unico e di una nuova organizzazione amministrativa di questa vallata, questa parte di Casentino, la parte che ne rappresenta di fatto il futuro, sceglierebbe di sostenere questa proposta di dare un’opportunità a questa terra e di essere parte attiva di questo importante cambiamento.


