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martedì, 17 Febbraio 2026

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Se i vegetali perdono la bussola

di Marco Roselli – Il cambiamento climatico è uno dei fenomeni globali più studiati del nostro tempo e i suoi effetti sull’agricoltura e sulla crescita delle piante sono diventati un argomento cruciale per scienziati e agricoltori ma non solo. Le variazioni di temperatura, i cambiamenti repentini delle precipitazioni, l’aumento della frequenza di eventi estremi e l’alterazione dei cicli stagionali, stanno trasformando il modo in cui le piante crescono, si sviluppano e producono. In questo articolo analizzeremo l’impatto di questi cambiamenti sui vegetali ponendo particolare attenzione su quello che viene definito come “fabbisogno in freddo” di talune colture.

Temperature L’aumento delle temperature globali ha impatti diretti sulla crescita delle piante, vediamo di seguito alcuni fenomeni frequenti degli ultimi anni.

Accelerazione del ciclo di crescita: temperature più alte possono anticipare la germinazione delle sementi e accelerare la maturazione dei frutti, riducendo il tempo per accumulare riserve di nutrienti.

Stress termico: molte piante, in particolare quelle acclimatate da secoli in ambito temperato, non tollerano temperature elevate durante la fioritura portando a minore vitalità del polline e scarsa allegagione. In diverse annate abbiamo assistito a disseccamento del polline dell’olivo a causa delle temperature troppo alte.

Cambiamento nei confini climatici: specie tradizionalmente coltivate in determinate aree potrebbero non essere più adatte a quei climi.

Cambiamenti nelle precipitazioni Siccità: la diminuzione delle precipitazioni causa carenze idriche che compromettono la fotosintesi e portano alla morte delle piante, oppure determinano una persistente chiusura degli stomi. Nelle ultime estati, infatti, abbiamo assistito ad un prolungato fermo vegetativo estivo già a partire dalla metà di luglio, sia in colture non irrigate che in zone forestali di media collina con una drastica riduzione nell’accumulo delle sostanze di riserva.

Eccesso di pioggia: piogge abbondanti che cadono in tempi brevissimi possono causare ristagni idrici e favorire malattie fungine (marciumi radicali, malattie del fusto e fogliari).

Eventi meteorologici estremi Venti forti e tempeste: possono danneggiare fisicamente le piante, abbattere alberi con danni a persone e cose. Questi eventi, negli ultimi anni, sono tristemente e frequentemente in cronaca.

Ondate di calore: l’eccessiva evaporazione dell’acqua dal suolo e dalle foglie aumenta il fabbisogno idrico delle piante con disseccamenti quasi istantanei provocati da un repentino ed intenso irraggiamento.

Gelate fuori stagione: le temperature sotto zero in momenti imprevisti possono danneggiare piante sensibili o le fioriture.

Il fabbisogno in freddo delle colture arboree La maggior parte degli alberi da frutto regola il ciclo colturale sulla base delle temperature e per capire che siamo in inverno, la pianta deve “sentire il freddo”. Le basse temperature che una determinata specie assorbe, regolano il suo riposo vegetativo preparandola alla fioritura della primavera successiva.

Osservando la pianta che durante i mesi invernali ferma la sua attività e perde le foglie si potrebbe pensare che il gelo sia una condizione negativa per il frutteto, ma non è così. La precisa sequenza di basse temperature che una determinata specie dovrebbe assorbire, regola il riposo vegetativo dei vegetali preparandoli alla fioritura primaverile. Guai se non si verificasse la stagione fredda: gli alberi resterebbero disorientati e potrebbero addirittura perdere le gemme.

La quantità di freddo invernale va da un livello massimo nelle piante dei climi temperato freddi fino a un minimo per quelle delle zone tropicali.
In altre parole, le specie e addirittura le varietà hanno la specifica necessità di accumulare un determinato numero di ore di basse temperature durante l’inverno. Se ciò non accade, i fenomeni che portano al completamento degli abbozzi fiorali all’interno delle gemme non hanno luogo, provocando diverse anomalie nello sviluppo.
Quando gli inverni sono miti si può registrare un prolungamento della dormienza (le gemme aspettano un freddo che non viene), a causa del mancato soddisfacimento del fabbisogno in freddo. Tuttavia, alla fine della stagione le gemme sentono il calore e si muovono, ma evolvono in modo anomalo. Ciò rappresenta un vero e proprio limite alla produttività economica delle colture frutticole ma anche nella normale vita delle specie vegetali in generale.

Cosa succede se il fabbisogno di freddo non è soddisfatto Come sopra accennato, dato lo stato confusionale in cui si trovano i vegetali – condizione indotta da una mitezza cui non erano abituate – sono frequenti i danni da gelate tardive. Gli pseudo inverni si interrompono bruscamente già a metà febbraio, determinando fioriture precoci ai primi di marzo per peschi, albicocchi, susini e poco più avanti per ciliegi e peri.

A fine stagione il vortice polare prima o poi si rompe, seguendo i cicli astronomici che il pianeta terra percorre da miliardi di anni e ciò permette a uno dei suoi lobi di scendere di latitudine portando masse di aria fredda in grado di scalzare la stagione calda già attiva. A quel punto il gioco è fatto: si verificano ormai puntualmente anno dopo anno gelate tardive.
Le gemme possono addirittura cadere a causa del mancato completamento degli abbozzi fiorali.

Per lo stesso motivo, anche se le gemme proseguono la propria evoluzione anomala si ha scarsa fioritura.

Tutto ciò si traduce in una pessima allegagione, in una maturazione ritardata dei frutti che risultano spesso piccoli e deformi. Nei casi più gravi la fioritura può essere del tutto assente.

I numeri del freddo necessario alla diverse specie e varietà Per la stima del fabbisogno in freddo ci sono numerosi metodi, tra cui uno molto semplice, che consiste nel calcolo del numero di ore con temperatura inferiore ai 7° C e altri più complessi.

Senza addentrarci in tecnicismi riportiamo di seguito il fabbisogno in freddo necessario alle diverse piante da frutto.

Melo e cotogno hanno bisogno di circa 1000/1200 ore di freddo. Sono piante con un bisogno di freddo abbastanza elevato, inadatte a zone con climi miti e inverni caldi. In base alla varietà il valore del fabbisogno in freddo può variare leggermente infatti ne esistono alcune, come Annurca e Limoncella, che possono essere coltivate anche al sud. Queste ultime sono eccezioni se paragonate alle centinaia di cultivar e varietà riscontrabili al nord.

Pero e nashi: 800/1000 ore di freddo. Tra le pomacee sono più adattabili rispetto al melo.

Ciliegio: 800 ore circa. La più settentrionale delle piante drupacee.

Pesco: 600/800 ore, variabili in relazione alle diverse varietà.

Albicocco e susino: 500/800 ore. Anche in questo caso gli adattamenti varietali sono molto particolari dato che esistono varietà di albicocche coltivate nelle valli Svizzere oppure alle pendici dell’Himalaya.

Mandorlo, pistacchio, noce, nocciolo, castagno: 200/600 ore.

Vite: circa 200 ore.

Ulivo: tra le 100 e le 250 ore.

Kaki, fico e melograno hanno un basso fabbisogno di freddo, circa 100 ore possono bastare. Si adattano comunque senza troppi problemi a inverni più freddi.

Agrumi. Gli agrumi non hanno necessità alcuna di freddo, infatti li troviamo coltivati solo nell’Italia meridionale.

Strane prefioriture autunnali – Non solo bizzarrie… In alcuni ambienti è facile notare, in autunno inoltrato, soprattutto su melo e pero (a volte anche su drupacee), delle fioriture anomale. I fattori responsabili di questo fenomeno, noto come “prefioritura”, sono da ricercare nelle condizioni di forte siccità estiva, seguita da un autunno con abbassamenti anche modesti di temperatura e da piogge. Quando si verificano queste condizioni le piante possono percepire un “falso inverno” e credere che questo sia finito quando le temperature, successivamente si rialzano. In questo modo viene stimolata la schiusura delle gemme le quali non vanno soggette a uno stadio di profonda dormienza.

Ovviamente quelle fioriture non produrranno frutti, ma questo ci dice molto sulla tendenza evolutiva dell’era che stiamo vivendo. Non è peregrino ipotizzare che se questa linea climatica dovesse proseguire, molte colture sarebbero costrette a “emigrare al nord” abbandonando zone sempre meno favorevoli per essere sostituite con specie e/o varietà con basso fabbisogno in freddo.

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