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lunedì, 28 Novembre 2022

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Toni, sindaco di Poppi: «Per il Pronto Soccorso faremo le barricate!»

di Mauro Meschini – Il 12 novembre 2016 era un sabato, come casualmente accade quest’anno. Per molti forse uno dei giorni segnati sul calendario, per il Casentino e per tantissimi cittadini che lo abitano una data da cerchiare e ricordare, purtroppo soprattutto con tristezza e rimpianto pensando a quello che da quel giorno poteva essere costruito e invece è svanito.

Quel sabato a Bibbiena fu organizzata una grande manifestazione (vedi la foto a destra) a sostegno dell’ospedale del Casentino e dei suoi servizi, in particolare del Punto Nascita. Un appuntamento a cui presero parte donne e uomini di tutte le età, a cominciare dai numerosissimi studenti delle scuole superiori.

Una bella giornata, nonostante il cielo nuvoloso, una giornata in cui tutti erano consapevoli di stare partecipando ad una battaglia difficile, in cui molto era già stato deciso. I sindaci, firmando i «Patti territoriali» avevano dato credito alle promesse dell’Azienda sanitaria e della Regione e accettato di chiudere il Punto Nascita. Nonostante questo in tanti avevano deciso di partecipare, convinti che fosse importante e che con la cancellazione del Punto Nascita, simbolicamente e nei fatti il luogo dove era possibile dare alla luce nuovi piccoli abitanti per questa vallata, potesse iniziare un lento declino e una più incisiva messa in discussione di servizi essenziali e fondamentali fino ad allora garantiti in questo territorio.

Già quello che era accaduto nei due anni precedenti doveva far capire quanto poco affidabili potessero essere le promesse che venivano fatte. Nel 2015 la sanità Toscana era stata oggetto di un duro ridimensionamento da parte della Regione, addirittura con due interventi di riforma nel giro di pochi mesi ma, contemporaneamente, era stata anche il tema su cui la parte migliore di questa Regione si era ritrovata promuovendo anche una raccolta firme a sostegno di un referendum di abrogazione delle norme approvate che, se fosse stato celebrato, avrebbe contribuito a portare finalmente profonde novità nelle politica, non solo sanitarie, della Toscana. Sappiamo invece come è andata, pur di impedire ai cittadini toscani di esprimersi, furono tenute anche sedute notturne del Consiglio regionale (a nostra memoria fatto mai accaduto né prima né dopo quel periodo…) per riuscire a far approvare modifiche che rendessero il referendum, in pratica, non più incisivo e impossibile da convocare.

Questo triste spettacolo, fortemente lesivo della democrazia, lo avevano potuto vedere anche i casentinesi che, per quanto riguarda questo territorio, si erano poi ritrovati a fare conti con richieste di chiusura da parte della ASL di quello che fino a poco tempo prima era considerato un fiore all’occhiello e un simbolo per il Casentino. Come più volte raccontato anche da questo giornale, nessuno dei sindaci decise di fare propria la lotta per il Punto Nascita, ci fu subito una resa totale, un adeguamento alle direttive della giunta regionale, dove già era presente Vincenzo Ceccarelli.

Ma perché dopo sei anni tornare a raccontare eventi che, purtroppo, sembrano accaduti in un tempo molto lontano? Semplicemente perché, in questo mese di novembre, ci troviamo a fare una sintesi di quello che da qualche mese, o forse anche di più, sta accadendo di nuovo nell’ospedale di Bibbiena. Sembra che quelle nubi nere che accompagnarono la manifestazione del 2016 siano di nuovo tornate a mettere in discussione quello che resta di un ospedale dove, dopo il Punto Nascita, è stata cancellata anche la chirurgia d’urgenza e dove, dopo il termine dell’attività del Dott. Rinnovati e i tempi lunghi per l’organizzazione del concorso per il nuovo primario, anche quella programmata potrebbe essere fortemente ridimensionata o cancellata.

Ci sono poi tanti altri segnali che portano a non essere per niente ottimisti e a mantenere ben vigile l’attenzione, in primo luogo la mancanza di trasparenza, di comunicazione, di discussione pubblica intorno al funzionamento dell’ospedale e dei servizi territoriali. Purtroppo tra i cittadini e i vertici di un’amministrazione o di un qualsiasi altro servizio o ente pubblico o privato non ci sono più soggetti intermedi, che possano fare da tramite, da strumenti di passaggio e scambio delle informazioni. La partecipazione alla cosa pubblica non si fa più in contesti organizzati e riconoscibili, si esprime attraverso frasi più o meno ispirate sui social e con i «like» che si possono distribuire o ricevere. In questo contesto il comunicato stampa di autocelebrazione è lo strumento più utilizzato, anche dai sindaci casentinesi, per presentare servizi e realizzazioni, che spesso però non rispondono ai requisiti o alle aspettative che possono nascere in chi legge la velina del giorno.

Questo contesto, in cui si comprimono le informazioni, non aiuta a capire come stanno realmente le cose, anche se, per fortuna, può capitare di venire comunque a sapere quello che accade, ma non è certo sulla casualità che si può costruire la discussione pubblica all’interno di una comunità come quella casentinese. Con alcuni articoli pubblicati sul nostro sito internet abbiamo, nello scorso mese di ottobre, reso pubblica la proposta che avrebbe dovuto interessare il servizio di automedica per il quale si pensava, in prospettiva, di avere sempre un volontario alla guida. Non scendiamo nei particolari, né commentiamo i pro e i contro di questa iporesi. Il problema era che queste novità sarebbero andate a calarsi in una strutturazione del servizio che, ormai da diversi mesi, vedeva già una pesante carenza proprio del medico, quindi il volontario si sarebbe trovato in più occasioni alla guida di un’automedica senza medico e, forse, con l’infermiere.

Rendere pubblica la cosa ha contribuito in pratica ha stoppare tutto e fare tornare alla situazione, precaria, che ormai è attiva da diversi mesi in cui abbiamo circa metà dei turni diurni senza il medico e gli interventi garantiti da un’ambulanza con infermiere. La dislocazione dell’infermiere presso la postazione di turno aveva portato le associazioni a proporre, per non allontanare l’infermiere dal Pronto Soccorso, di prevedere la presenza dell’ambulanza direttamente presso il Pronto Soccorso. Su questo si era registrata la contrarietà della ASL, che poi sembrava aver accettato la proposta, in realtà mai realmente concretizzata. Pensando all’atteggiamento della ASL viene da pensare che la novità dell’automedica guidata da un volontario potesse essere anche un modo per fare tornare l’infermiere presso l’ospedale, dove la scarsità di personale medico e sanitario si fa sentire, e non poco.

Questo è infatti un altro elemento che suscita preoccupazione rispetto al futuro dell’ospedale di Bibbiena, da tempo la scarsità di personale è un elemento costante. E non si tratta solo dei medici, certo al Pronto Soccorso ci sono solo 5 medici su un organico di 11, necessario a rendere operativo il nuovo servizio di emergenza urgenza per cui, non molto tempo fa, si sono realizzati importanti e costosi interventi di riorganizzazione strutturale. Ma anche nei reparti la situazione del personale medico non è diversa, abbiamo detto di Chirurgia, ma anche a Medicina c’è carenza. Quest’ultimo reparto poi sembra particolarmente sotto pressione sia per la mancanza di altre figure professionali, come gli operatori socio sanitari, soprattutto la notte, ma anche per la funzione di sostituzione di servizi territoriali assenti che è costretto in alcuni casi a svolgere. Da questo punto di vista la carenza di RSA per anziani (ci viene subito in mente quanto accaduto a Stia, dove si è portato alla chiusura una struttura simbolo per il paese, oppure Bibbiena, dove addirittura una RSA non è stata neppure realizzata…) e di una maggiore disponibilità di posti in strutture di degenza intermedia e di riabilitazione si ripercuote non poco sul reparto rendendo più faticoso lo svolgimento pieno della sua funzione di cura.

Rispetto alla carenza di personale, che si ripercuote da un reparto o servizio all’altro, da segnalare che, adesso, l’eredità della pandemia ha lasciato all’interno dell’ospedale una «bolla», quindi non una zona ben delimitata e con personale specificatamente dedicato. Si tratta invece di uno spazio con un numero limitato di letti seguito in maniera più continuativa da un infermiere e in cui poi si alternano, provenendo da altre zone dell’ospedale, diverse altre figure professionali. Ora, ricordando cosa è stato fatto in questi due anni per separare e dividere i contagiati e le procedure seguite, anche negli ospedali, per la loro gestione, le scelte attuate adesso fanno sorgere più di una perplessità, sempre sperando che non ci sia un nuovo aumento di contagi e ricoveri.

Sicuramente altro ci sarebbe da descrivere, e magari alcuni dei tanti che ogni giorno, per motivi di lavoro o di cura, si trovano a vivere situazioni complicate o di difficoltà potrebbero portare la loro testimonianza e, se fosse data loro la possibilità, contribuire a indicare possibili miglioramenti. Per adesso si resta in questo limbo, nella scomoda posizione di chi è consapevole che la situazione non è per niente positiva, ma non ha ancora il modo di comprendere pienamente dove questo potrebbe portare.

Ripensando al 2016 viene da dire che in quel caso l’assalto fu molto più deciso e diretto, chiusura del Punto Nascita e promesse ancora oggi in gran parte rimaste tali. Ma adesso, dopo la pandemia e in una situazione in cui le difficoltà e le carenze nella sanità sembrano così diffuse da apparire impossibile trovare il modo di colmarle, tutto appare più difficile.

In questi due anni di pressione del Covid, anche per riparare agli errori e alle scellerate scelte di ridimensionamento fatte in precedenza, si sono aperti i cordoni della borsa e una quantità enorme di risorse è stata praticamente buttata sul campo di battaglia. Tante di quelle risorse sono state probabilmente sprecate, come si continua a sprecarle adesso con l’incredibile sistema dei medici a chiamata, che vede anche le aziende sanitarie in difficoltà per la copertura di turni e servizi, ricorrere a medici per uno o due giorni in cambio di compensi di centinaia o migliaia di euro. Sembra impossibile che, dopo tutte le dichiarazioni di intenti e le promesse espresse durante il periodo più duro del Covid, adesso si possa anche solo pensare di garantire un servizio fondamentale come la sanità con queste modalità.

Ci sono molte cose da cambiare, anche perché presto non avremo più strumenti per riuscire a mantenere almeno il livello minimo indispensabile di assistenza e cura, sarebbe forse importante tornare con la mente a quel sabato 12 novembre 2016, quando ancora, nonostante le batoste già subite, la voglia di non mollare era forte e presente.

In questo sabato 12 novembre 2022 non ci sarà una manifestazione a cui partecipare, ma se anche solo per un attimo tutti dedicassero un pensiero a quello che questo territorio avrebbe il diritto di avere, forse potremo sperare di riuscire a spazzare via quelle pesanti nubi nere.

Il sindaco Carlo Toni: «Per il Pronto Soccorso faremo le barricate!» Il mese di ottobre è stato agitato da discussioni, notizie, incontri. Tra questi anche la Conferenza dei Sindaci di martedì 11 ottobre, l’occasione in cui i primi cittadini del Casentino si sono trovati a discutere con l’Azienda sanitaria dell’ipotesi di prevedere un volontario alla guida dell’automedica. Il nostro articolo era già uscito e raccogliendo qualche indiscrezione o notizia su quanto in quell’occasione fosse stato detto abbiamo capito che ci fosse stato un po’ di «movimento» e che qualcuno si fosse anche un po’ scaldato. Per questo abbiamo avuto un colloquio telefonico con il Sindaco di Poppi Carlo Toni che, senza tanti giri di parole, ci ha proposto il suo punto di vista.

Stiamo seguendo da vicino queste nuove decisioni che riguardano la sanità, abbiamo saputo che nell’ultima Conferenza dei sindaci si è arrabbiato… È vero? «Si, qui si devono dire le cose in modo chiaro e non si deve prendere in giro nessuno con soluzioni che poi non vanno bene. Anche l’ultima pensata di come gestire l’emergenza urgenza a me non piace, per due motivi. Prima di tutto non rispetta gli accordi che abbiamo preso… bene o male noi abbiamo un accordo con la ASL che stabiliva la presenza dell’automedica e questo da diversi mesi non viene garantito. Nel mese di ottobre nei turni dell’automedica (8-14 mattina; 14-20 pomeriggio e 20-8 notte) la notte è coperta e abbiamo il medico a bordo, ma negli altri 60 turni diurni per 32 volte non c’è il medico e viene utilizzata l’ambulanza guidata da volontari con un’infermiere. Questa ambulanza poi non sta al Pronto Soccorso, dove ci sarebbe anche bisogno, ma si sposta nella sede dell’associazione di turno. Tra l’altro, mentre nella proposta abortita fatta dalla ASL, che voleva che ci fossero H24 i volontari alla guida dell’automedica, si accettava che il volontario fosse presente al Pronto Soccorso, anche se non era sicura la presenza del medico, la stessa ASL non aveva voluto la presenza dell’ambulanza con i volontari, cosa che avrebbe permesso all’infermiere di rimanere a disposizione del Pronto Soccorso…».

Questo sembrava fosse stato accettato… ma poi non si è mai concretizzato? «Alla ASL andava bene che alla guida dell’automedica ci fosse un volontario, ma questa ipotesi ha incontrato dubbi e contrarietà ed è abortita…».

Quindi l’ipotesi del volontario alla guida dell’automedica è subito stata cancellata? «Non c’è più. Siamo ritornati all’organizzazione di cui parlavo prima… anche se c’è stato un tentativo di sperimentare la proposta senza avvisare nessuno, ma il volontario coinvolto ha reso subito le chiavi perché non si capiva a che titolo svolgesse quel servizio… Ora se i sindaci hanno un ruolo lo devono esercitare… Non si può più sentirsi dire alle riunioni dall’Azienda che «A Bibbiena hai cinque dottori, alla Fratta ce ne sono due, quindi devi essere contento…», oppure, che siccome a Sansepolcro non c’è la rianimazione e a Bibbiena invece c’è, devo essere contento… ma che discorsi sono! Non si possono avere servizi al ribasso… Può non essere colpa di nessuno la mancanza di medici, ma non si può accettare tutto perché altrove è peggio. Io guardo al meglio».

Nel vostro comunicato avete elencato le richieste e le promesse ricevute, ma non sembrano esaurire i problemi. Per esempio manca il personale, non solo i medici, anche gli operatori socio sanitari… «Certo. Ma se l’Azienda viene a dire che «L’ospedale di Bibbiena è un gioiellino». Cosa devo pensare? È così? A me non sembra… Noi abbiamo firmato quei benedetti «Patti territoriali», un accordo che partiva dalla qualità, dalla sicurezza e dall’expertise… ma nel 2012 il Punto Nascita di Bibbiena era considerato un esempio, con un numero di parti ben superiore ai 300…. poi qualche anno dopo i parti sono diventati meno di 200… Cosa è successo? Siamo così arrivati a Conferenze dei Sindaci dove ci dicevano che non era più sicuro…».

Ma non è stato un grande errore aver accettato la chiusura del Punto Nascita in cambio, in pratica, solo di promesse? «Per come era messa la faccenda era un prendere o lasciare, lo avrebbero comunque fatto. I sindaci pensarono in quel momento che di fronte a quello che sarebbe comunque successo si poteva provare ad aprire una trattativa e uscì l’idea dell’emergenza urgenza…».

Ma per chiudere il Punto Nascita iniziarono a far uscire il problema del mancato rispetto del numero minimo dei parti, non è che allo stesso modo potrebbero iniziare a dire che gli accessi al Pronto Soccorso sono pochi? «In una recente occasione ho riproposto proprio questo tema, non per riaccendere le polemiche sulla validità o meno della chiusura, ma per chiarire le cose…. l’altra volta fu introdotto il concetto dell’expertise, della qualità e della sicurezza che era legata al numero dei parti, adesso non vorrei che si iniziasse a far cambiare i colori ai codici di accesso al Pronto Soccorso, tanto che alla fine si possa dire che non ci sono i numeri per mantenere il servizio…».

Questo senza contare quanto è stato speso all’ospedale di Bibbiena per fare tutto il nuovo Pronto Soccorso… in quel caso anche quei soldi sarebbero stati buttati via… «Appunto. Qui ci vuole la garanzia che comunque vada il Pronto Soccorso rimanga perché se poi si inizia a dirottare tutto su Arezzo si va a congestionare il San Donato… Una cosa poi che non sono riuscito a sapere è se poi quei sei Punti Nascita in Toscana sono stati chiusi tutti…».

Ci sono state realtà della Toscana dove i sindaci invece di accettare quello che veniva proposto hanno scelto di battersi in difesa dei servizi sanitari. Questo poteva essere fatto anche in Casentino e magari può essere fatto ora. Se vengono a dire che si chiude il Pronto Soccorso cosa si fa? «Si fanno le barricate, questo non è accettabile. Il servizio deve essere garantito come abbiamo sottoscritto nei Patti. Era prevista l’automedica? Ci deve essere…».

Poi non si può continuare a parlare di Montagna, aree interne e tante bei progetti senza garanzia di adeguati servizi. Se le persone non possono avere un minimo di sicurezza e assistenza dove vivono se ne vanno. Il Casentino in questi anni ha perso migliaia di persone… «Non si possono fare convegni sulle aree interne e marginali se poi a fare mancare i servizi al territorio sono le istituzioni. Un Pronto Soccorso che funziona all’ospedale del Casentino ci deve essere, è un diritto uguale per tutti avere l’opportunità di essere salvato sia se abito ad Arezzo, a Catanzaro, a Milano o a Poppi…».

E adesso che succede? Ci sono altre scadenze previste? «Noi il 9 di novembre ci dobbiamo rivedere in una Conferenza dei Sindaci, con il problema dell’ambulanza con infermiere che copre i 32 turni senza il medico…».

Non sono semplici queste discussioni fra tanti sindaci… Viene da pensare ancora una volta che se invece di 10 comuni ne avessimo uno, massimo due…. le cose andrebbero meglio? «Io sul Comune Unico ho un’altra visione… quello che dobbiamo fare è cercare di alzare il tiro e cercare contatti più in alto, perché chi parla con noi ha già un mandato vincolante e risorse limitate da impiegare».

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