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lunedì, 24 Giugno 2024

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Voglio una vita social!

di Federica Andretta – Disintossicazione digitale per ritrovare il proprio benessere e riscoprire la bellezza della vita offline. È davvero possibile, considerata la dipendenza dei giovani dai social?

Ne abbiamo parlato con Peter Henry Rossi (nella foto sotto). Laureatosi alla Manchester Metropolitan University in “International Business Ethics and Sustainability”, Peter si occupa di benessere digitale, è ambasciatore di #Safesocial e creatore di Pitafocaia. #Safesocial è un progetto creato da Bailey Parnell per tutelare la gioventù ad un uso responsabile dei social e raggiungere il Digital Wellbeing (il benessere digitale) ottenendo il massimo dei benefici dai social e riducendo al minimo i grossi rischi ad essi legati. Pitafocaia aiuta i giovani e le persone a raggiungere il benessere digitale e ad evitarne l’uso meccanico e ripetitivo riducendo il tempo trascorso davanti allo schermo. Peter e Bailey si occupano anche del progetto “Social Media Wellbeing” (“Avoid Mindless Scrolling. Let Social Media Stimulate your creativity”) volto a promuovere nelle scuole il benessere digitale, aumentando la consapevolezza negli studenti degli effetti della tecnologia digitale; un modo per condividere le loro intuizioni personali e sperimentare le loro abitudini digitali, incoraggiandoli ad un dialogo aperto e ad una navigazione digitale equilibrata e arricchente.

Peter, raccontaci della tua esperienza all’estero… «Andare a Manchester è stata una delle scelte più difficili: salutare la mia famiglia, i miei amici e la mia comfort zone. L’università mi ha accolto come un ragazzo abbastanza insicuro delle sue decisioni e confuso sul percorso da intraprendere. A peggiorare le cose furono i social: vedevo i miei amici divertirsi mentre io faticavo ancora ad ambientarmi. Fu solo dopo il primo anno che mi resi conto che più guardavo le storie su Instagram, più avrei rallentato il processo di adattamento; mi sentivo strano quando una foto non riceveva tanti like o vedevo le storie degli altri tutti insieme mentre io ero da solo, confuso, lontano da tutti. Fondamentale fu la decisione di indirizzare i miei studi di “International Business Management” verso il ramo dell’etica e della sostenibilità. Ho potuto così analizzare il tema della gratitudine: questa permette all’uomo di mettere a fuoco ciò che vale davvero, di ignorare le cose più futili e i bisogni superflui, creando una catena positiva in cui spingere il prossimo ad essere una persona migliore. Questo si lega all’educazione ricevuta dalla mia famiglia secondo cui la gratitudine è ricchezza mentre la lamentela è povertà; invece di lamentarci di ciò che va male bisogna essere sempre grati di ciò che va bene. Pitafocaia è nato dalla combinazione di questi pensieri che, abbinati all’esperienza personale, mi hanno reso consapevole di quanto rispecchino la realtà di oggi. Il continuo confronto nei social ci ha cresciuto con il concetto materialistico che più abbiamo, più siamo contenti ma così non si trova la felicità ma solo una crescente dipendenza che non ci concede di gustarci le cose semplici. Abbiamo tanto per cui essere contenti e paragonarsi sui social è desiderare la vita altrui, ci dimentichiamo di quanto siamo fortunati anche solo di star bene».

Peter, come nasce Pitafocaia e cosa significa? «Pitafocaia è la necessità continua di esprimere la nostra creatività, le nostre idee e le nostre opinioni, quel fuoco che ognuno di noi ha dentro l’anima, quella passione che ci rende unici e diversi e che di solito tendiamo quasi a nascondere, perché malvista quando ci si paragona. Pitafocaia vuole ricordare ad ognuno di noi di aver qualcosa da dare in questa vita e non sarà un numero di like o di seguaci a renderci speciali o degni di rispetto ma come ci approcciamo ad una persona e la trattiamo. Molte volte entrando nei social ci si trova in una trappola in cui ci si sente in continuo paragone e si ha costantemente timore di non essere abbastanza per i nostri followers. Quando ci si distacca e si prende il controllo dei social si inizia a sentire quella leggerezza, fondamentale per il nostro benessere. Il nome nasce, perché ad ogni festa ero sempre l’ultimo ad addormentarsi e a tenere gli altri svegli, il che mi rendeva la pietra focaia della serata e vista la somiglianza con il mio nome, diventò Pitafocaia. Ho chiamato così quest’iniziativa, perché vedevo tanti dei miei coetanei, me incluso, usare inconsciamente i social per rovinare le connessioni umane, perdere la concentrazione e creare ansia e stress alla nostra salute mentale. Sentivo la necessità di ricordare a tutti che troppo tempo sui cellulari ci rende “Phombie” (termine recente per indicare “una persona che fissa il proprio dispositivo mobile o telefono in uno stato di stordimento senza emozioni. Spesso è talmente fissata sullo schermo, in uno stato simile a quello di uno zombie, da ignorare completamente le altre persone e l’ambiente circostante”). Pitafocaia è una sveglia, un campanello d’allarme, una SCINTILLA per ricordarci che non siamo PHOMBIE ma possiamo creare qualsiasi cosa vogliamo; per farlo però bisogna avere il controllo sui telefoni e capire che non devono essere loro a monitorarci».

Com’è nata la collaborazione con Bailey? «Grazie a LinkedIn, probabilmente il social media che preferisco di più in quanto ti concede di manifestare la tua creatività e trasformarla in opportunità di lavoro, almeno questo è quello che è successo a me. Dopo aver visto il Ted Talk di Bailey, “Is Social Media Hurting your Mental Health”, che consiglio a tutti, le ho scritto chiedendole se avesse qualche consiglio su come potessi impostare il progetto Pitafocaia ad Arezzo, vista la sua esperienza e il modo semplice ed efficace in cui riassumeva il concetto di social media. Bailey si è dimostrata molto gentile e dopo avermi dato qualche consiglio in merito, mi ha invitato ad una interview per diventare ambassador di #safesocial. Ciò dimostra che i social sono una fonte di opportunità; bisogna evitare però l’uso meccanico, ripetitivo e nocivo delle applicazioni».

Con quante persone lavori e porti avanti le tue iniziative? «Per adesso sono da solo ma stiamo creando un progetto importante al Liceo Scientifico F. Redi basato sulle opinioni e feedback dei ragazzi; voglio che tutti si sentano coinvolti nel progetto Pitafocaia, i social fanno ormai parte di noi! Pitafocaia è qui per tutti e vuole fornire uno spazio comune di confronto, solo così si potrà fare del bene alla comunità».

Sei stanco di vedere le persone isolarsi e sentirsi inutili. Come mai? «Mi ha sempre dato fastidio quando una persona non veniva inclusa in un gruppo, vederla isolata mentre una semplice conversazione o un interesse nei suoi confronti avrebbe potuto farla sentire meglio. In qualsiasi situazione mi trovassi mi veniva spontaneo trattare tutti quelli che mi portavano rispetto allo stesso modo, non mi è mai piaciuta la popolarità e il prendere in giro una persona che non lo fosse. Amo conoscere le persone, imparare da loro e dalle loro esperienze, perché penso che ogni conversazione sia un’enorme fonte di informazioni, insegnamenti ed emozioni a cui rinunciamo quando ci nascondiamo dietro ad un cellulare, cose che solo le connessioni umane ci possono regalare».

Cancellarsi dai social non serve a nulla. Hai mai chiuso un account? Se sì, per quanto tempo? Ti è davvero servito a staccare per un po’ la spina? «La social detox non è una soluzione sostenibile, in quanto eliminare i social porta molto spesso ad un ulteriore isolamento e alla rinuncia delle potenzialità che essi offrono. È comunque fondamentale per distaccarci da qualcosa che ci riempie la nostra giornata. Tutto ciò che porta via così tanto tempo deve essere analizzato con distacco per capirne gli effetti. Molto stress è generato dal paragone e dal confronto con la persona seguita e certe emozioni negative sono create da un ‘mi piace’ mancato o da un messaggio non ricevuto. Ho provato la social detox per una settimana e poi per due ritrovando tutta quella concentrazione, attenzione e produttività investita nei social e che mi rendeva più stressato, distratto, ansioso e certe volte invidioso di altre persone scordandomi quanto valessi. Non ho mai eliminato il mio account, perché non la ritenevo una soluzione efficace. Messaggiare con i miei amici e conoscere nuove persone è un’esperienza che non mi negherò mai e che penso nessuno debba fare. Grazie alla social detox capiamo che il più delle volte stiamo sui social per controllare quanti seguaci o like riceviamo o per leggere fino all’ultimo post con la promessa di smettere (ma non è mai così). Fateci caso però, da quando avete scaricato Instagram e Tik tok fino ad oggi avete mai passato un giorno senza le app?

Staccare dai social ti fa rendere conto che non sono una cosa fondamentale. Ciò di cui abbiamo bisogno è parlare con le altre persone. Quindi se durante questa detox sentirete la necessità di riscaricare le app (perché succederà), parlatene con la vostra famiglia, con le vostre amiche o amici. Per chi volesse partecipare alla social detox viene fatta ogni settimana dalla domenica sera prima di andare a dormire fino a mercoledì alle 11 del mattino. Sarà una sfida individuale con voi stessi e non una gara a chi riuscirà a stare più ore senza i social ma semplicemente un esperimento da prendere con leggerezza per vederne gli effetti su di noi. Sarà anche un’occasione per parlare, avvicinarci e realizzare che siamo tutti caduti in una trappola senza alcuna colpa ma involontariamente».

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