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sabato, 1 Ottobre 2022

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Dare o non dare i numeri

di Sefora Giovannetti – Il titolo di questo articolo è volutamente provocatorio perché vuole prendere in considerazione l’annosa tematica relativa alla valutazione in ambito scolastico. Il termine valutare, deriva dall’antico “valuto” che riprende la parola latina “vàlitus”, essere forte, la quale a sua volta deriva da “valére”, avere prezzo. “Io valuto”, alla lettera, significa attribuire un prezzo, conferire un valore commerciale a qualche cosa.

In senso figurato il termine assume il significato di attribuire un valore non direttamente economico, a cose o persone. Detta così può sembrare che il ruolo dell’insegnante sia quello di porsi in cattedra per dare “giudizi”, e attribuire uno specifico valore ai vari discenti. Ma la scuola non è un tribunale, essa ha il primario compito di accompagnare i ragazzi nella crescita e non quello di emettere giudizi tassativi su di essi. Inoltre sempre la scuola ha come compito, quello, altrettanto importante, di fare emergere i talenti insiti in ogni discente, per poi fare sviluppare parallelamente anche una forma di responsabilità dello stesso, sia nei confronti dello studio sia nei confronti della vita. Insomma la valutazione ha un importante ruolo formativo: essa deve sostenere i discenti nelle difficoltà che incontrano, deve offrire una strada per superare i limiti personali, deve al contempo dare valore agli alunni, tenendo ben presente la storia scolastica di ogni individuo.

Di fronte a questa riflessione relativa alla valutazione possiamo chiederci se il numero, da sempre utilizzato nelle scuole, sia effettivamente banalizzante. Di certo esso facilita nel doverci collocare o dover collocare un soggetto all’interno di una scala di misurazione. Se per esempio abbiamo un compito a risposte chiuse, dove dobbiamo rispondere con delle x allora sarà facilmente giudicabile che il compito ha raggiunto 8 risposte su 10. Ma in tutti gli altri casi, l’attribuire ad un compito una cifra, risulta sin troppo semplicistico poiché, al contrario, l’insegnante dovrebbe applicare un tipo di valutazione che sia di tipo multidimensionale: una valutazione che tenga di conto di più voci.

Questo appare abbastanza chiaro quando, per esempio, diamo da correggere uno stesso compito a tre insegnanti diversi. Ognuno di questi avrà un proprio punto di vista sullo stesso lavoro. Occorre quindi fare focus sui livelli raggiunti dal discente rispetto agli obiettivi proposti. Esiste quindi una valutazione che sia formativa ed educativa? Una valutazione che non comunichi solo attraverso i numeri ma faccia uso di parole, di annotazioni e di descrizioni.

Che abbia come finalità quella di valutare la complessità di un individuo tenendo conto anche della storia personale dello stesso? Una valutazione dunque che esamini le varie voci che compongono un giudizio e le sviluppi ognuna con estrema attenzione. Una valutazione che dovrà essere il risultato quindi di un dialogo tra discente e docente, che andrà a migliorare il discente ma agirà positivamente anche sul docente. E che, non ultimo, sviluppi in ogni ragazzo una propria attività di autovalutazione. Da ciò che è stato scritto si evince che valutare non deve avere lo scopo giudicante di rinchiudere gli individui in definizioni o paletti limitanti, ma deve avere come scopo quello di educare e di formare l’individuo, di indurlo a migliorare nel proprio lavoro, ad adottare un metodo sempre più efficace, sviluppando un’autovalutazione personale.

La valutazione, quindi, non è solo attuabile ogni tanto, somministrando “prove”, ma dovrebbe essere “continua”, dovrebbe essere fatta ogni giorno, di certo non ponendosi dall’alto della cattedra, osservando il ragazzo aridamente dall’alto verso il basso, ma provando a stare accanto ad esso. Cercando di comprendere come l’alunno lavora, quanto lavora, quali sono le sue prerogative, le passioni e gli obiettivi. Quindi è auspicabile non utilizzare solo numeri ma fare uso anche di annotazioni e descrizioni. I numeri hanno abituati gli alunni a dare attenzione solo e unicamente a questi, e la responsabilità non è solo dei ragazzi ma anche di certi professori sin troppo ligi alle medie.

Oppure di certi genitori che concepiscono le valutazioni dell’8 o del 9 come vere e proprie medaglie non solo dei loro figli ma addirittura proprie. Optiamo quindi per ricucire un dialogo tra alunni e insegnanti dove la valutazione non serva né a punire né solo ad inorgoglire. Questo abbiamo visto è un metodo che negli anni porta solo a disaffezionare i ragazzi allo studio. Cerchiamo un metodo che riporti il focus su l’amore nei confronti dello studio e sulla capacità degli insegnanti di dare un indirizzo ai discenti che li porti ad essere appassionati del loro lavoro e curiosi, non solo della media numerica che otterranno a fine anno, ma anche e soprattutto del percorso che hanno intrapreso.

SEFORA GIOVANNETTI Docente scuola secondaria di primo grado Rassina

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