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mercoledì, 22 Settembre 2021

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Il più alto d’Italia!

di Fiorenzo Rossetti – Svetta alto il “sasso” de La Verna; proteso verso il cielo a staccarsi da tutto l’orizzonte circostante. Verticali le rocce all’intorno, quasi impenetrabili mura di un castello. Il Santuario francescano abbraccia quella roccia che viene da lontano, diversa da quelle della parte nord del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Il suo nome è “Calcarenite”. Formatasi qualche milione di anni fa nell’antico oceano prospiciente l’attuale Liguria, è poi scivolata dove oggi la vediamo, su “zatteroni” d’argilla mossi dalle forze dell’Appennino in formazione.

Tale conformazione geologica forse ha determinato il destino del luogo, scelto dal Santo, Francesco, ed eletto “Luogo più sacro al mondo” (come si legge sul portale d’ingresso al Santuario). Una foresta ammanta la montagna fin su la vetta del Monte Penna. Abeti e faggi, con il proprio portamento elegante e maestoso, contribuiscono ancor più all’effetto complessivo di un’amena Terra che tenta di toccare il cielo; luogo mistico, carico di senso religioso.

La foresta di San Francesco, con le sue colonne arboree, sembra una grande, alta cattedrale naturale, perciò definita “monumentale”. La sua storia gestionale è legata intimamente alla conduzione francescana, da sempre attenta al rispetto della natura. Trattasi di un luogo giunto a noi quasi intatto, uno di quelli a più alta naturalità forestale in questa parte di Appennino.

Molti visitatori si fermano al Santuario e tralasciano il favoloso anello escursionistico che permette di assaporare anche questi grandi valori geologici, naturalistici e storici.
Un paio di mesi fa, un comunicato, una notizia con tono sensazionalistico da Guinness dei primati. Su segnalazione di un frate del Santuario viene svolta una precisissima misurazione su alcuni alberi della foresta. Così si è scoperto che, a poca distanza dalle costruzioni, in una vallettina interna al sistema forestale, vive l’abete bianco, o, meglio, l’albero (autoctono), più alto d’Italia!
Alto 51,85 metri, con circonferenza di 5,22 metri e una un’età stimabile attorno ai 300 anni!

Una notizia fantastica, che premia l’opera di rispetto, cura e conservazione dei valori naturali ispirata dal pensiero e dalla vita di San Francesco.
All’annuncio si susseguono articoli, video e post sui vari social istituzionali e non, inneggianti alla clamorosa scoperta, alla maestosità naturalistica di questo Parco; alcuni con riferimento ad un nuovo motivo di visita all’area protetta.
Mi reco con regolarità in questo luogo: a piedi, come nuovo pellegrino; ascolto la foresta; calmo l’animo e traggo spunti per crescere, per rafforzare e mantenere salde radici nella mia terra, proprio come questi alberi.

Così ho fatto anche poche settimane fa. Cominciata l’escursione non mi è da subito venuta in mente la notizia relativa all’albero più alto d’Italia. Poi, quando il mio pensiero si è raccordato alla notizia, è stato bello sentire ancor di più il valore di questo luogo, senza però sentire il forte desiderio di scovare questo ormai famoso albero per poterlo ammirare.
Proseguendo il percorso escursionistico non ho fatto troppa fatica a capire dove si trovasse il “Gigante della Verna”: due cartelli in legno sorretti da altrettanti pali, evidentemente posticci e che non hanno nulla a che fare con la segnaletica tradizionale che si incontra lungo i sentieri del Parco, ora indicano la via per raggiungerlo.

Quanti sarebbero curiosi di andarlo a vedere? Tantissimi, a giudicare dalla larga traccia lasciata sul cotico forestale.
Un sentiero che porta al centro di quel magnifico complesso forestale tanto decantato (attraverso una parte della foresta che prima non era così altamente frequentata ed era lasciata a ritmi e presenze più “naturali”), mirando dritto all’albero “da Guinness” (corredato da altro cartello posticcio scritto con pennarello a mano).
Ora scarponi e, ancor di più, scarpette, infradito e tacchi, solcano in gran quantità questa via per arrivare al cospetto del grande abete.

È nel mio pensiero che l’apertura di nuove vie (in questo caso non sono in grado di dire da chi provenga l’iniziativa) in un habitat così prezioso e unico tradisca la missione di conservazione della biodiversità e dei luoghi. Sono concetti forse un po’ tecnici, che però ai miei occhi di biologo si materializzano: frazionamento e riduzione di habitat, che si unisce al nuovo disturbo arrecato ad un ecosistema che di Guinness ne farebbe anche a meno.

La mia riflessione è in primo luogo diretta a ritrovare il senso delle parole di San Francesco, vocate all’estrema povertà e all’amore per la natura e tutte le sue creature.
Oggigiorno le minacce per la natura non vengono più dall’ascia del boscaiolo, ma, più subdolamente, da un semplice click: si dà inizio ad una complessa rete di condivisioni che genera presenze turistiche massicce, non sempre ben consapevoli sui luoghi e sul modo corretto di frequentarli. La troppa e incessante frequentazione può addirittura arrivare a determinare la perdita del bene, meraviglia e luogo che si vuole a tutti i costi valorizzare. Il modello di comunicazione, anche istituzionale, adottato è fondamentale nel successo di una strategia. Così, per poter portare avanti al meglio il compito affidatoci di conservazione dei valori naturali, occorre valutare attentamente le modalità di comunicazione; pensare alla prevenzione e all’educazione alla frequentazione.

Auspico un’evoluzione in tal senso e spero che anche il Parco agirà per consentire al “più alto d’Italia” (e agli altri del suo habitat), di continuare a svettare solo e indisturbato, per tantissimi altri anni, senza sentieri e clamore, ma con onore e rispetto.
In fin dei conti, l’altezza dell’albero non può che essere assaporata, dell’escursionista che sosta ai suoi piedi, solo grazie ad un cartello che ne indica le dimensioni. Ogni albero della foresta, con la propria centenaria maestosità, suggerisce quel sentimento di piccola grandezza nell’uomo.

È davvero necessario questo nuovo pellegrinaggio alla ricerca del Guinness?

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