di Fiorenzo Rossetti – In Romagna le recenti alluvioni del 2023 e 2024 hanno lasciato segni molto pesanti; nella sua gente in modo particolare. Tanto se ne sta parlando ancora; ogni goccia d’acqua che cade evoca tristissimi ricordi e scatena paure molto profonde. Tra le migliaia di opinioni che circolano su questo argomento, dalle più autorevoli a quelle da “Università della strada” che ci donano i social, spicca il punto di vista di un ex del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Alessandro Bottacci, oggi in pensione, che è stato dirigente degli uffici biodiversità del Corpo Forestale a Roma, nonché direttore del Parco.
Complice la partecipazione ad una serata divulgativa che ha svolto in una città romagnola nel mese scorso, Bottacci ci ha condotto a fare una approfondita riflessione sulle cause che avrebbero determinato le violente e tragiche alluvioni, che hanno seminato morte e danni in Romagna, illustrandone possibili soluzioni. Dichiarazioni molto potenti quelle di Bottaci, che non sono passate inosservate e che hanno avuto l’effetto di far meditare una parte della platea, facendo vacillare alcune convinzioni comuni.
Ha parlato di “errori” nella gestione del territorio, a partire dalla eccessiva impermeabilizzazione dei suoli romagnoli, dovuti alla smodata cementificazione avvenuta negli anni, che impedisce l’assorbimento dell’acqua nel sottosuolo e favorendo lo scorrimento in superficie. Poi lo stesso ha diretto l’attenzione dell’opinione pubblica verso le opere (del recente passato e attuali) che hanno agito sulla modifica della velocità di deflusso della piena dalla montagna verso valle.
Torrenti montani cementificati e taglio a raso della vegetazione lungo le sponde dei fiumi, secondo Bottacci, sono l’innesco perfetto per le alluvioni. Le cause di quanto avvenuto (e di quanto potrebbe avvenire) vengono poste dall’ex direttore del Parco, di fronte a sistemi naturale, quali boschi e foreste che potrebbero giocare un ruolo determinante nella difesa dalle precipitazioni violente, e nel cambio di paradigma dall’attuale visione che vede attività attuali mirate a velocizzare il flusso dell’acqua, a quella che vede la necessità di rallentare l’acqua.
Foreste, quindi, che oltre a mitigare il clima (agendo sull’energia presente nell’atmosfera), creano anche un suolo poroso, capace di assorbire l’acqua piovana, evitando la salita in superficie, che poi genera l’erosione e provoca gli allagamenti. Le indicazioni delle relazioni di Bottacci puntano sull’aumento delle attenzioni da tenere verso la montagna, quale elemento in grado di trattenere l’acqua, evitando che i torrenti siano troppo coinvolti e carichi da compromettere i fiumi più a valle.
Montagna, foreste e boschi in grado di aiutare gli interventi fatti in pianura con le casse di espansione ad esempio. L’ex forestale condanna anche i tagli “a raso delle sponde fluviali” che si scorgono lungo gli argini fluviali dei fiumi romagnoli che precipitano dalla montagna al mare. Vegetazione fluviale che può concorre alla diminuzione della potenza della portata idrica, assicurando anche meno erosione e tenuta degli argini.
Infine, Bottacci, ci ha voluto consegnare alcuni consigli per evitare altri scempi. Sono quattro: “Ampliare le superfici forestali; fermare il taglio indiscriminato della vegetazione ripariale; arrestare la permeabilizzazione a valle; conservare la montagna”.
Beh, questo è il Parco! Un valore inestimabile, sia dal punto di vista ecologico, che può contribuire a mitigare i rischi alluvionali; sia dal punto di vista della formazione di persone sensibili, dall’intelletto e competenza scientifica in grado di aprire e illuminare il pensiero di questa complessa società.
(Nella foto di repertorio, Ponte a Poppi dopo l’alluvione del 1966)


