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lunedì, 28 Novembre 2022

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Nuove dighe nel Parco

di Fiorenzo Rossetti – Par di essere catapultati a cinquant’anni fa. Pensate a cosa deve essere stato il dibattito attorno alla progettazione e costruzione della grande diga di Ridracoli che oggi sovrasta l’abitato di Santa Sofia! Negli ultimi tre anni si è tornati ai medesimi battibecchi tra amministratori, ingegneri, ambientalisti e imprenditori. La crisi climatica e idrica, fornisce ad alcuni le motivazioni per la proposta di prevedere la realizzazione di nuove dighe, e ad altri quelle di puntare a mitigare il problema con soluzioni votate al risparmio e al rispetto per la natura.

Ma è proprio in questi ultimi mesi che il dibattito in Romagna si accende. Un convegno, realizzato a maggio scorso, da Romagna Acque Società delle Fonti, sulle sfide future del sistema idrico romagnolo in risposta ai cambiamenti climatici, ha destato stupore e infuocato un animato dibattito. Molto si è discusso sull’idea di realizzare un nuovo invaso nell’alveo del Bidente di Pietrapazza (praticamente sui confini del Parco nazionale). Pare, da calcoli ingegneristici dell’Università di Bologna, che manchino 20 milioni di metri cubi di acqua, rispetto agli attuali 110, per garantire il futuro approvvigionamento minimo per la Romagna. In realtà le dighe proposte sarebbero molte di più oltre a quella di Pietrapazza: come ipotesi di studio sono inserite a Modigliana-Tredozio, Acquacheta (San Benedetto), Cella (Bidente-Rabbi).  Sembrerebbe essere stata archiviata dagli studi la diga più grande e capiente delle proposte, quella in località Gualchiere, vicino a Bagno di Romagna, quest’ultima stimata in 18-20 milioni di metri cubi d’acqua di capienza (Ridracoli ne ha 33 milioni), che sembrerebbe creare problematiche ai cicli delle acque termali della nota località turistica bagnese.

Il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, almeno per il suo fronte romagnolo, dalle progettazioni viste, è assediato da programmazioni di cementificazione, regimazione delle acque e opere che dovranno “sacrificare” porzioni di territorio e quindi di biodiversità. Indubbiamente, se la diga di Ridracoli non fosse stata costruita (all’epoca il Parco non esisteva), difficilmente si sarebbe soddisfatta la grande sete della Romagna (spesso dovuta ad uno stile poco parsimonioso), che annovera una importante residenzialità, un tessuto produttivo agricolo e industriale importante e una pressione turistica elevata. Il Parco nazionale, nel caso specifico, offre importanti benefici alla qualità delle acque. Si pensi ad esempio al confronto con le acque prelevate dalle falde di pianura, sicuramente di qualità molto inferiore per gli usi potabili, e quindi al vantaggio di avere acque che sgorgano da un sistema ambientale integro e, appunto, protetto da un Parco.

La problematica climatica si manifesta con annate sempre più siccitose, associate a temperature medie in crescita. Non c’è dubbio: occorre agire in fretta. Ma come? E soprattutto, chi ha ragione nel dibattito? Come spesso accade la soluzione sta nel mezzo, ma è necessario partire dalla considerazione che per risolvere (o meglio mitigare) questo rilevante problema, non bisogna pensare di aggrapparsi a soluzioni che aggiungono altro calore, altra anidride carbonica, altro cemento e altra devastazione su ambiente e vita naturale. Non penso quindi che l’ingegneria possa salvare il mondo (o meglio l’umanità che popola questo mondo) e sono profondamente amareggiato nel vedere ministeri, ex all’ambiente e oggi di transizione ecologica, puntare unicamente invece sulle tecnologie dei calcoli matematici. Il problema lo circoscrivi mettendo tutti attorno allo stesso tavolo. Le opere ingegneristiche vanno realizzate, ma fatte dove non crei danni su quella componente naturale che occorre assolutamente preservare, perché l’ambiente naturale è ingranaggio fondamentale della macchina della Terra, ingranaggio che la “tecnologia” ha drammaticamente spezzato in alcune sue parti. Non si può contrastare il problema utilizzando la stessa fonte del problema! Come del resto non puoi riempire una diga se non piove o nevica!

Si deve agire contestualmente sul recupero del 30% delle acque che vanno generalmente perse, sull’utilizzo dei reflui (potrebbe portare oltre 20 milione di metri cubi d’acqua) per usi irrigui in agricoltura, con l’impiego di coltivazioni meno assetate (rispetto ad esempio a quelle del kiwi), ma anche sulle abitudini di ogni cittadino con i propri comportamenti e stili di vita. Ricordo che il maggior numero di guerre al mondo vengono combattute per il controllo di aree montane, naturali, unicamente per l’accesso alle risorse idriche. Nel suo piccolo, anche la situazione prospicente il Parco inizia a scaldarsi sul tema acqua.

In questo senso il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi potrebbe intervenire nel dibattito: per la sua parte scientifica di soggetto competente in questioni legate alla conservazione della biodiversità e gestione del territorio naturale, ma anche per la parte educativa in riferimento al ruolo dei sistemi naturali sulla stabilizzazione del clima e sulla importanza delle montagne e delle aree protette per la qualità dell’acqua di cui abbiamo bisogno per vivere. Infine, ricordo con piacere i tempi in cui facevo la Guida nel Parco e a quanto fosse significativo e utile all’accrescimento della consapevolezza, proporre moduli di educazione ambientale alle scolaresche sul tema acqua, utilizzando la tecnica delle “lunghe” escursioni in natura portando con sé un solo litro d’acqua nello zaino!

L’ALTRO PARCO Sguardi oltre il crinale

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