di Francesco Benucci – Trent’anni dopo l’uscita nei cinema del film Il ciclone, la celebre espressione che lo identifica e lo suggella, esprimendo al contempo spensieratezza, divertimento, gioia collettiva, è più viva che mai. Perché se è vero che una pellicola lascia spesso e volentieri qualche traccia sia negli spettatori sia negli interpreti, è altrettanto indubbio che questa regola aurea del cinema, questa magia che talvolta fa scorrere all’infinito certe sequenze nella nostra memoria e nei nostri cuori, risulta amplificata nel caso dell’opera di Leonardo Pieraccioni, dato che, come recita proprio il lungometraggio in oggetto, “il ciclone, quando arriva, ‘un è che t’avverte. Passa, piglia e porta via. E a te, ‘un ti rimane altro che restare lì, bono bono a capire che, forse, se ‘un fosse passato, sarebbe stato parecchio, ma parecchio peggio”.
Ed in effetti quell’estate del 1996, tra ballerine di flamenco, motorini distrutti, colpi di ramato e gratta e vinci, resta nell’immaginario collettivo, soprattutto per noi casentinesi, alla luce del fatto che buona parte delle riprese si svolsero proprio in provincia di Arezzo, tra Stia, Poppi e Laterina.
Giustappunto il ricordo delle suddette location ha ispirato l’associazione culturale Conte Mascetti in modo tale da porre in essere un’iniziativa originale, simpatica e coinvolgente, ossia un tour di cineturismo sulle tracce di tutti quei luoghi resi celebri dalla commedia in oggetto: così, ogni weekend di giugno e luglio, i partecipanti si sono ritrovati a Stia, nella piazza Tanucci più volte presente nel film, dove il protagonista passeggia per andare al lavoro o si ferma al bar e dove sono state girate le scene nell’officina di Pippo e nel negozio di erborista di Carlina fino al matrimonio tra Naldone e Franca. Hanno poi proseguito per Poppi, visitando la farmacia e il negozio di Nello, il fruttivendolo, e contestualmente hanno avuto l’occasione di vedere altri siti significativi dei due borghi, godendo di quelle peculiarità genuine e affascinanti che impreziosiscono la nostra vallata.
Come se non bastasse, i promotori dei cinetour hanno inoltre realizzato, per celebrare ulteriormente il film, un Gin Ginoo dedicato al mitico personaggio a cui dette la voce il maestro Mario Monicelli, ed una birra artigianale Dos Los Ramatos alla canapa del Casentino, in omaggio alla divertente scena, appunto, del ramato! E d’altronde Il ciclone è stato un tornado di emozioni uniche e indelebili anche per chi ne è stato protagonista; a conferma di ciò abbiamo sentito due attori coinvolti in quello che è diventato un cult movie della cinematografia nostrana: in primis ecco Sergio Forconi, interprete del mitico Osvaldo Quarini, padre di Levante, Libero e Selvaggia. L’artista toscano, accanto ad una grande professionalità richiesta da un lavoro impegnativo nel momento in cui devi entrare in un personaggio e farlo tuo, rievoca innanzitutto il clima di diffusa e divertita complicità che si respirava sul set, un clima derivante da una conoscenza pregressa, per cui molti membri della troupe avevano già collaborato o comunque avevano assistito gli uni agli spettacoli degli altri, e che ha dato vita ad una chimica fondamentale per il successo dell’opera visto che poi questa, oltre a cementare un rapporto che lega tuttora il cast, si è trasmessa altresì al pubblico rendendolo ancora più partecipe ed entusiasta nel corso della visione.
A riprova di quanto scritto, quando si ritrova a discutere con altri della famiglia Quarini, Forconi ha spesso l’impressione che gli interlocutori ne parlino come di un nucleo di cui vorrebbero fare parte perché ricco di rispetto, affetto, spontaneità e con un, sano, lato trasgressivo, a rendere il quadro completo e variegato. L’interprete di Osvaldo ricorda che i luoghi delle riprese sembravano costruiti appositamente per il film e d’altra parte il Casentino lo frequentava già in precedenza, quando ci veniva con la moglie “per prendere una boccata d’aria” e perché ci si mangia bene, e continuerà a frequentarlo dopo allorché, soprattutto a Stia, le persone lo riconoscono, alcune lo ospitano in casa e con le loro premure, la loro gentilezza e la loro accoglienza lo fanno sentire un “cittadino onorario” della comunità.
Dalle sue parole emerge un sincero affetto per la nostra terra, definita meravigliosa così come i suoi abitanti, che ti fanno sentire uno di loro, ed emerge parimenti qualche gustoso aneddoto, come quello riguardante la celebre scena del ramato in cui il nostro si lancia nella nota affermazione “il ramato va dato un giorno sì e un giorno no” per poi, dopo l’uscita del film, essere ripreso da alcuni spettatori che, esperti della questione, gli hanno fatto bonariamente notare che il ramato dato così spesso rischia di bruciare le piante! Del resto Forconi, delle “licenze poetiche” che i film giustamente si prendono per esigenze narrative, se ne intende molto bene, alla luce di una lunga e rinomata carriera artistica che lo ha visto partecipare a opere di generi diversi e anche ritornare nella nostra vallata, nello specifico a Camaldoli, per la commedia, sempre di Pieraccioni, Il pesce innamorato.
Certo è che in questo percorso Il ciclone, per lui come per molti di noi, è stato uno snodo importante e indimenticabile che è passato, ci ha stravolti e ha lasciato qualcosa di bello. A tale assunto non sfugge neppure la seconda voce alla quale ci siamo rivolti per celebrare il trentennale dell’opera: stiamo parlando di Natalia Estrada, l’interprete di Penelope, una delle ballerine di flamenco che porteranno un turbinio di emozioni ed eventi nel bel mezzo della campagna toscana! E anche in questo caso i primi ricordi sono del clima che si respirava sul set: una miscela di complicità, risate inaspettate ed entusiasmo, un’energia che ti entrava nelle ossa, un’atmosfera da famiglia che si ritrova a tavola dove ognuno dice la sua ma nessuno si arrabbia; a ulteriore testimonianza di ciò basti pensare che, quando provavano le battute prima del ciak, spesso già scoppiavano a ridere, salvo poi, grazie a un bravo direttore d’orchestra come Pieraccioni, riuscire a girare la scena senza perdere quella spontaneità nata durante la prova.
E certamente, nel creare questo contesto ideale, contribuivano anche i luoghi delle riprese così come i relativi abitanti: Estrada riferisce di sensazioni indimenticabili, di mattine fresche, di girasoli che sembravano dipinti, del piacere di quei respiri lenti, sinonimo di pace e serenità, di comparse gentili e con un’ironia, tipicamente nostrana, che ti fa sentire subito a tuo agio, di persone meravigliose, simpatiche, veraci e animate da una curiosità buona e non invadente. E che queste affettuose rimembranze siano profondamente sentite dalla nostra, lo confermano almeno tre indizi che, manco a dirlo, fanno inevitabilmente una prova: l’acquisto di un quadro “gigante” del pittore/pianista Massimo Meda, con un campo di girasoli, per avere sempre con lei quel sapore e quel profumo della campagna aretina; il tentativo di acquisto, per puro romanticismo, del casolare di “noi atris” a Laterina e il fatto che, frequentando quelle zone per via dei cavalli, una volta in loco, non abbia resistito eseguendo così un pezzo della coreografia che tutti ricordano sulle note di “The rhythm is magic”; infine, il ricordo di una signora che le portava ogni mattina il caffè, accompagnandolo con pane senza sale e olio di famiglia versato con orgoglio e abbondanza, e che, nel compiere questa operazione, tra un racconto esilarante e l’altro, le diceva “questo è caffè bono. Quello del catering l’è come l’acqua sporca, suvvia”. E sul fatto che fosse buono, aggiunge Estrada, aveva assolutamente ragione!
Sempre restando nell’ambito degli aneddoti, la nostra “Penelope” ce ne rivela un altro, riferito alla scena del boomerang: “sulla carta era semplice: lo lanci, lui torna, colpisce Levante e fine. Ma il boomerang… aveva un carattere suo. Secondo me era aretino anche lui (ride). Sembrava di dover fare una scena con un gatto o un cavallo, era quasi impossibile farlo arrivare dove richiesto per la ripresa, infatti, è stata lunga ma ne è valsa la pena perché è uno dei momenti più iconici del film”. E a proposito di cavalli oggi la vita di Natalia Estrada è fatta di natura, spazi aperti, allievi da seguire, puledri da domare e sogni da vivere, senza la necessità di applausi e palcoscenici ma sempre “on stage” con cavalli e cavalieri: tra l’altro ha due puledre a Pergine Valdarno, presso il caro amico Marco Baroldi, che, non a caso, ha chiamato Penelope e Selvaggia, e si reca spesso col compagno Drew Mischianti a fare corsi di equitazione naturale proprio nelle zone suddette.
E anche in questa sua evoluzione c’è molto della pellicola in oggetto: “quel periodo del Ciclone lo ricordo con gratitudine e gioia. È stato un pezzo di strada che mi ha portata dove sono ora: più semplice, più libera. E ogni volta che qualcuno mi parla del film, sento ancora quel vento gentile che mi ha cambiato la vita…e che continua a soffiare, tuttora”. Ed in effetti non si può che concordare: Il ciclone è davvero arrivato, ci ha travolti ed è passato, eppure, ancora a distanza di trent’anni, siamo qui a pensare che, senza quel tornado di emozioni, divertimento e risate, sarebbe stato parecchio, ma parecchio peggio e che a volte, nei film come nella vita, quei momenti di sana evasione e incontrollabile gioia sono in grado di dissipare ogni angustia, con la stessa travolgente, entusiasta e perentoria carica di uno spagnoleggiante…“olé”!



