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domenica, 25 Febbraio 2024

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Parassiti, clima e agricoltura

di Marco Roselli – Come abbiamo più volte descritto anche sulle pagine di Casentino2000, i territori della provincia stanno cambiando, quelli montani in particolare. La coltura dell’olivo sta rapidamente salendo verso nord, così come quella della vite, oggetto di cospicui investimenti fino in alto Casentino. Il nocciolo è ormai una realtà e di altre specie stanno ragionando gli imprenditori agricoli, anche per diversificare le produzioni. Se questo dinamismo è da considerarsi un bene per il mondo agricolo è importante sapere che spesso le colture non viaggiano da sole, ma sono accompagnate da ospiti non graditi, i quali, quando le condizioni si presentano favorevoli, possono dar luogo a infestazioni tali da distruggere completamente non solo il raccolto ma anche gli impianti.

Dalla flavesceza dorata, che minaccia la viticoltura, alla cimice asiatica per arrivare alla Drosophila suzukii, entrambi fitofagi che attaccano alberi da frutto ma non solo. Dalla vespa velutina, il calabrone killer che stermina le api e mette in pericolo la biodiversità, fino alla rogna dell’olivo, che non è un parassita “nuovo”, ma che con lo spostarsi dell’olivicoltura estende la propria minacciosa presenza. Dal cinipide galligeno dei castagni, già affrontato anni fa anche in Casentino al cerambicide dal collo rosso (Aromia Bungi), un pericolo per pesche, albicocche e susine fino ad arrivare al batterio Erwinia amilovora, il quale provoca gravissimi danni a melo e pero. Sono queste alcune specie portate in Toscana dalla globalizzazione degli scambi e dai cambiamenti climatici che stanno causando milioni di euro di danni alle produzioni agricole con pesantissimi effetti sul piano alimentare, ambientale, paesaggistico ed economico. Parassiti alloctoni arrivati da Asia, Nord America e da altre aree del globo e che hanno trovato, nelle nostre campagne, habitat congeniali favoriti dal caldo anomalo, soprattutto invernale, ma anche da controlli poco accurati alle frontiere.

Al fine rendere un servizio cercherò di focalizzare l’attenzione sui parassiti di nuova introduzione in relazione alla loro natura e alle colture interessate, descrivendone brevemente sintomi e caratteristiche. Il messaggio è dunque chiaro: conoscere per riconoscere al fine di evitare di far entrare malattie terribili in comprensori dove queste ancora non ci sono, o quanto meno limitarne il più possibile la diffusione.

Viticoltura Flavescenza dorata Al primo posto tra gli organismi più pericolosi, considerando l’importanza del settore che sviluppa oltre 1 miliardo di euro di valore interessando quasi 13 mila aziende e 60 mila ettari di superficie agricola c’è la flavescenza dorata, inserita nella lista dei 20 organismi nocivi per il territorio dell’Unione Europea.

La flavescenza dorata è una fitoplasmosi appartenente al gruppo dei giallumi della vite. Il nome viene attributo dalla colorazione gialla dorata che assumono le foglie, i tralci ed i grappoli di vitigni a bacca bianca una volta colpiti. L’agente che causa la malattia è un fitoplasma, ossia un organismo procariote riconducibile a un batterio appartenente alla classe dei Mollicutes, la cui sopravvivenza è possibile solo all’interno della pianta ospite e dell’insetto vettore. I fitoplasmi si insediano nei tessuti dell’ospite provocando il blocco della linfa elaborata e inducendo uno squilibrio delle attività fisiologiche dalla pianta stessa. I sintomi sono variegati a seconda dei vitigni e degli organi interessati, tuttavia, quello che è necessario sapere è che se non controllata la malattia porta alla distruzione dell’intero vigneto. La malattia è talmente pericolosa da essere sottoposta a quarantena e lotta obbligatoria secondo il decreto ministeriale nº 32442. A complicare le cose è il fatto che l’agente infettivo è veicolato da un insetto, lo Scaphoideus titanus. Le uniche attività possibili contro questa malattia consistono in azioni di prevenzione. In primo luogo è necessario acquistare barbatelle certificate; successivamente, in caso di sintomi, anche solo con poche foglie alterate, è fondamentale contattare i servizi fitosanitari regionali e adottare i protocolli di difesa.

Pomacee e piante ornamentali Colpo di fuoco batterico Considerando l’importanza del comprensorio frutticolo della Valdichiana e il crescente interesse per la melicoltura nelle zone montane è bene segnalare Erwinia amylovora o colpo di fuoco batterico, scoperto nei nostri territori nel 2021. E’ una malattia causata da un batterio, il cui nome comune deriva dal fatto che le foglie delle piante infestate imbruttiscono come se avessero preso fuoco. Il patogeno colpisce sia le pomacee da frutto (pero, melo) sia diverse piante ornamentali e spontanee appartenenti alla famiglia delle Rosacee (biancospino, cotogno, cotogno da fiore, agazzino, sorbo, nespolo comune, nespolo giapponese). Le piante malate, una volta individuate, devono essere eradicate, così come previsto dal piano regionale. In caso di incertezza contattate sempre un professionista e non sottovalutate nulla, anche in questo caso, infatti, le attività di riconoscimento e prevenzione sono fondamentali e in caso di acquisto di piante nuove è sempre bene osservare che si presentino esenti da sintomi visibili. E’ bene sapere che il colpo di fuoco batterico è trasportato sia a breve distanza, da frutteto a frutteto con le attività umane (potature, innesto) ma anche a lunga distanza attraverso i venti i quali, sollevando l’essudato batterico ormai asciutto, sono in grado di trasferire il patogeno da un continente all’altro.

Olivicoltura Rogna dell’olivo Questa malattia non è una novità, ma visto che la coltura dell’olivo si sta espandendo, soprattutto in Casentino, non ci stancheremo mai di ripetere quanto sia pericoloso sottovalutarla. Al momento i territori a nord della provincia risultano esenti, ma bisogna considerare che la presenza del batterio, anche in forma latente, è pressochè scontata in ogni pianta. La sua progressione è favorita da errate pratiche colturali per questo motivo, soprattutto all’acquisto di nuovi esemplari, è bene osservare che non siano presenti tubercoli sfuggiti all’attività ispettiva del vivaista.

Apicoltura Vespa velutina La vespa velutina o calabrone asiatico è molto diffuso nella provincia di Massa Carrara dove è partito recentemente un monitoraggio su larga scala attraverso trappole e nella vicina provincia di Lucca, ma primi casi sono stati rilevati anche nel pistoiese e nel pratese. In un anno, nella sola città di Massa, sono stati distrutti 80 nidi, un numero quattro volte superiore a quello dell’anno precedente. Individuata per la prima volta in Lunigiana, per fermare la sua invasione, gli apicoltori hanno creato una vera e propria squadra anti-vespa velutina formata da 300 “addetti ai lavori” che si occupano di neutralizzare i nidi ed effettuare il monitoraggio sulla presenza dell’insetto. Al fianco degli apicoltori si è schierata la Regione Toscana che ha stanziato le prime risorse per realizzare in tutta la Toscana un sistema di controllo della presenza della specie e, al contempo, dare corso all’attività di distruzione dei nidi. Qualche segnalazione c’è stata anche nella nostra provincia, speriamo si tratti di casi sporadici. Chiunque si accorga della presenza dell’insetto e dei suoi ricoveri può contattare le autorità competenti.

In altri numeri di questa testata abbiamo già parlato della Cimice asiatica, del Cinipide del castagno e altri temibili parassiti verso i quali gli agricoltori hanno compiuto notevoli sforzi per il contenimento. I continui scambi commerciali e gli inverni sempre più miti contribuisco ad aumentare i pericoli per le coltivazioni.

E’ vero che anche in passato sono arrivate da oltre oceano malattie importanti (basti pensare alla peronospora della vite o alla fillossera) ma queste situazioni si verificavano raramente.

In questi anni, invece, assistiamo all’ingresso di una pluralità di organismi difficili da combattere perfino con la ricerca moderna, la quale, nonostante gli sforzi, non riesce a “stare al passo” con la variabilità delle specie che arrivano, si insediano, si diffondono.

E’ solo attraverso la conoscenza, una attenta osservazione degli investimenti ed il sostegno alla ricerca che si possono arginare fenomeni potenzialmente devastanti.

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