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lunedì, 16 Febbraio 2026

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Per una Provincia elettiva e forte

di Gabriele Versari – Anche questo mese, come purtroppo spesso è accaduto negli ultimi due anni, si parla di un nuovo capitolo per la viabilità del nostro territorio. Nello specifico, il tema approfondito nelle seguenti righe sarà quello inerente ai finanziamenti governativi destinati alle province per il miglioramento e la manutenzione delle strade cosiddette “provinciali o secondarie”, di cui il Casentino è ovviamene ricolmo.

A detta del presidente della Provincia di Arezzo Alessandro Polcri, le risorse paiono essere sempre di meno. Ciò viene evidenziato dallo stesso Polcri in un’intervista rilasciata a “La Nazione” di Arezzo, in cui il presidente esprime il suo disappunto verso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per lo scarso interesse riservato all’Ente provincia in toto. Ci si ritrova quindi con sempre meno investimenti a disposizione e sempre più disagi per gli automobilisti e i camionisti, con evidenti ritardi nei cantieri e disappunto da parte di tutta la cittadinanza. Nell’ultimo periodo, ciò che preme maggiormente ai casentinesi in relazione al tema della cosiddetta “viabilità fragile” è la situazione dell’arteria SR71 che, anche se di competenza regionale, vede tre cantieri attivi.

Polcri ragguaglia subito sulla situazione dopo gli ultimi sviluppi. «Ribadisco ciò che è stato asserito nella precedente intervista pubblicata su “La Nazione”: se non si interviene subito con maggiori investimenti si rischia di arrecare un danno non solo alla valle casentinese, bensì a tutta la provincia aretina. Non si tratta solo della nostra provincia purtroppo: dalla promulgazione in Gazzetta Ufficiale nel 2014 della riforma Del Rio, infatti, le risorse destinate alle province vengono stanziate attraverso dei cosiddetti “fondi di riequilibrio” dal governo centrale. Tale ripartizione garantisce ben pochi introiti, i quali vengono stanziati “col contagocce” e non sono sufficienti nemmeno per il basilare funzionamento della macchina amministrativa».

In che modo la Legge Del Rio ha portato le province ad un taglio netto delle risorse a disposizione? «Si tratta di una norma inizialmente provvisoria pensata per essere adattata alla successiva ipotetica riforma costituzionale del 2016 che, tra le altre cose, avrebbe previsto anche la cancellazione delle provincie in quanto enti amministrativi. Come è ben noto, però, il referendum non vide mai la luce poiché ebbe esito negativo; dunque, le province ancora oggi sono in auge, ma a causa della legge Del Rio – che da provvisoria è passata ed essere definitiva – hanno cambiato il proprio assetto organizzativo. Nel frattempo, la provincia è stata svuotata delle risorse finanziarie di cui prima della suddetta legge godeva, riducendo di 2/3 il personale e facendo venire meno molte delle proprie funzioni in mano ad oggi alla regione. Inoltre, oggi i rappresentanti provinciali non sono più eletti con voto popolare, bensì vengono scelti sulla base delle preferenze dei sindaci e dei consiglieri comunali dei comuni facenti parte della provincia stessa. Fatto sta che oggi la provincia è uscita dai radar della politica nazionale, ma continua ad avere importanti funzioni, quali la manutenzione stradale come anche nell’ambito dell’edilizia ad esempio. Materie che meriterebbero di avere una visione programmatica di lungo corso, di fatto impossibile da espletare vista l’attuale legislazione.

C’è bisogno, a parer mio, di ritornare ad una elezione diretta del consiglio provinciale e, in secondo luogo, di potenziare le deleghe. Aumentando il numero di deleghe riservate alle province verrebbe automaticamente riconosciuta maggiore autonomia finanziaria. Al momento, in commissione Senato è al vaglio una proposta di legge che prevede di destinare una quota IRPEF ai fondi provinciali, di modo che l’ente possa beneficiare di maggiori fondi ed effettuare, di conseguenza, una reale programmazione degli interventi».

Conferma che, nell’attuale momento storico, le province vengono spesso bistrattate quando ad esse ancora competono importanti ruoli di salvaguardia del territorio? «Esatto. Basti pensare ai comuni più piccoli delle aree interne come quelli del Casentino. Se non ci fossero le strade provinciali non ci sarebbe nemmeno la possibilità di accedere a determinati luoghi, paesi, comuni. L’ente provincia è essenziale in questo frangente. Rappresenta di fatto il corpo intermedio tra i piccoli comuni e la regione. La sua cancellazione significherebbe arrecare un ulteriore danno alle aree interne delle regioni come la valle casentinese, ricolma di strade secondarie».

Le province si sono mobilitate per, quantomeno, mettere una pezza all’importante taglio dei fondi? «Per fortuna, vista la drammatica situazione relativa al taglio di liquidità del 70% sulle strade di proprietà della provincia cui ho fatto riferimento, UPI (Unione Province d’Italia) ha lanciato un messaggio per richiamare l’attenzione del governo, con il coinvolgimento di sindaci e amministratori locali. Il monito pare essere stato accolto poiché è stato aperto un tavolo di lavoro dove c’è l’impegno da parte del governo nel tentativo di rimettere i fondi per la manutenzione delle strade. Più che di fondi, però, al momento si discute di tempistiche di realizzo: oltre alla necessità di aumentare l’introito destinato alle manutenzioni c’è anche quella di avere a disposizione un lasso di tempo sufficiente a portare a termine le operazioni, non solo per quanto riguarda i lavori ma anche tutti gli step burocratici necessari. Dunque, dilatando le tempistiche in cui le manutenzioni debbono essere portate a termine, la riuscita è possibile anche con meno risorse. La partita si gioca quindi su alcuni tecnicismi che però, in questo caso, fanno la differenza. Ad oggi la situazione è ancora di confronto, dunque incerta. Non c’è, da parte del governo, una chiusura totale al dialogo, ma non c’è nemmeno la garanzia di un potenziamento delle risorse. Siamo sul chi va là, entro i prossimi due mesi sapremo l’esito della trattativa».

Per ciò che concerne l’attuale situazione viabilità in Casentino, la Provincia di Arezzo può far sentire la propria voce su ciò che viene deciso a livello regionale sui diversi cantieri presenti oggi lungo la SR71, di fatto l’unico tratto che permette di raggiungere Arezzo partendo dalla valle e viceversa? «La provincia ha un’unica delega relativa ai percorsi stradali regionali, e cioè quella della manutenzione. Ciò significa che noi ci occupiamo delle asfaltature. Gli interventi straordinari naturalmente sono in capo alla regione. Quest’ultima sta intervenendo per far sì che gli spazi di viabilità più stretti siano allargati. È evidente che il problema del Casentino sia la presenza di un solo asse stradale principale e l’assenza di una viabilità alternativa. Dunque, quando ci sono dei lavori in corso, la viabilità ne risente e non si può fare nulla per evitarlo. Anche in futuro, quando i lavori saranno terminati, se avvenisse un grande incidente il tratto sarebbe nuovamente bloccato. L’unica soluzione sarebbe quella di creare una doppia viabilità, che in termini teorici è possibile ma non in quelli pratici a causa della mancanza di risorse. Adesso ciò che la regione si pone come obiettivo primario è migliorare ciò che già esiste; quindi, rendere la SR71 totalmente accessibile anche per i mezzi pesanti tramite l’allargamento delle corsie dove queste sono più strette. Di fatto non ci sono alternative, se non pazientare qualche anno per fruire di una migliore viabilità durante quelli successivi al fine lavori».

Secondo lei è stato fatto tutto il necessario per rendere i tempi di miglioramento infrastrutturale quanto più rapidi possibile? Ci sono stati mesi in cui i lavori erano totalmente fermi nonostante le condizioni meteo non fossero avverse…». «Il presupposto del “fermo cantiere” rientra in qualunque opera pubblica e sostanzialmente non porta ad una dilatazione eccessiva dei tempi di lavoro (al massimo un paio di mesi in più). L’unico modo per non incorrere in alcun disagio sarebbe stato quello di costruire da zero un’alternativa alla strada regionale, ma ribadisco che le risorse non sono sufficienti. I micro-miglioramenti, nel lungo periodo, ripagheranno la pazienza dei cittadini e delle aziende. Purtroppo, i tempi delle lavorazioni sono stabiliti dalle imprese in appalto con le quali la regione si accorda inizialmente. Dunque, entrano in gioco anche i fornitori di queste imprese. Solo quando tutto è al proprio posto i lavori possono procedere spediti. In ogni caso, tengo di nuovo a sottolineare che, anche se nulla fosse andato storto, i lavori si concluderebbero al massimo due mesi prima del previsto. Purtroppo, quando si fanno opere pubbliche il disagio è sempre da tenere in considerazione. Si potrebbe optare per non apportare nessun miglioramento e lasciare tutto così com’è, ma nel lungo periodo tutte le nostre infrastrutture ne risentirebbero. Bisogna avere una visione maggiormente prospettica, che guarda al futuro».

Per chiudere, crede che il tavolo di trattative aperto da UPI nei confronti del governo porti ad un miglioramento della situazione fondi per le province? «Sono fiducioso, anche perché non ci sono alternative alla manutenzione: minori accorgimenti stradali significano maggiore rischio di incidenti e disagi; dunque, confido nel buon senso del Ministero poiché non credo che il governo si possa permettere di non curarsi di così tanti chilometri di strade sparse per tutto il paese. Nelle prossime settimane sapremo quanto sarà deciso…».

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