di Anselmo Fantoni – In tutti i paesi ci sono personaggi particolari e Soci non fa eccezione, di persone particolari ne abbiamo avute, ne abbiamo e sicuramente ne avremo. Attori di un film con personalità profonde, anticonformisti e comunque sempre improntati all’originalità. Salvo Salvi, «Il Salvino», è stato uno di questi, dissacrante e impertinente senza mai essere maleducato o sopra le righe, nato troppo tardi per fare il soldato e troppo presto per non ricordare gli orrori della Seconda Guerra mondiale, ci ha lasciato un’eredità importantissima, una fotografia del tempo che fu, tanti piccoli particolari di una storia che non troveremo mai nei grandi saggi storici di giornalisti importanti.
Ricordo da bambino quando mi capitava di passare dal bar pasticceria Susi, rimanevo fermo in silenzio ad ascoltare Salvo, i suoi amici con cui discutevano animatamente, Roselli, Baracchi, Rossi, Caporali e raramente anche lo stesso Susi, insieme ad altri attori occasionali.
Ogni domenica si facevano governi, si sfiduciavano ministri, si facevano finanziarie, era per me affascinante, una scuola di politica gratuita, Salvo era repubblicano, chi sa se il dramma dell’8 settembre abbia influito sulla sua scelta, forse non ha condiviso il pensiero della maestra di Peppone e Don Camillo che in punto di morte rimprovera il Sindaco con parole commoventi: «non si manda via il Re».
Ma nel caos della follia bellica nulla sembrava più avere senso e, a una generazione cresciuta all’ombra del Duce, il tradimento del Re risultò imperdonabile. Una cosa è certa, il Nostro nei suoi ultimi anni ha svolto un minuzioso lavoro di ricerca storica, ben quindici libri, una sintassi asciutta, periodi assolutamente in contrasto con quelli di manzoniana memoria, ma che hanno stampato sulla carta aneddoti e storie minori che sarebbero andate irrimediabilmente perse, un’opera omnia di quasi un secolo di storia del laborioso paesino di Soci sviluppatosi intorno al suo lanificio oramai perduto.
Questa meraviglia di aneddoti e fotografie è nata per caso, per la voglia di rivivere giorni felici e spensierati, dietro un grande uomo si dice sempre ci sia una grande donna, anche per Salvo è stato così, la ricerca, la digitalizzazione e la strutturazione dei racconti è stata possibile grazie al controllo finale di Massimo Trenti ma soprattutto del grande lavoro di Ramona. Arrivata giovanissima come badante del Salvino nei vent’anni in cui si è presa cura di lui il suo ruolo si è trasformato, prima da segretaria per la realizzazione dei vari libri, inserendo nel computer i testi autografi, fino ad arrivare a svolgere la funzione di figlia adottiva. Salvo aveva scelto di essere single, ma quando parlava di Ramona gli occhietti birbi si accendevano di una luce particolare, gli voleva bene e lei lo ha ricambiato con una dedizione difficile da trovare, a volte, nei figli veri.
Questo piccolo grande uomo ha preparato minuziosamente la sua dipartita, avvolto in un sudario ha voluto con sé soltanto una sigaretta, l’unica sua trasgressione, era un laico repubblicano un amante del XX settembre, ma come spesso accade nei paesini d’Italia, Brescello e le storie del grande Guareschi ne sono diventate l’emblema, anche i più rivoluzionari alla fine hanno dentro una scintilla di spiritualità.
Di lui rimarranno le visioni e le analisi politiche nazionali e internazionali, perché Salvo era informatissimo, le notizie che recuperava dai giornali e dalla televisione però le rielaborava alla luce del suo vissuto non fermandosi mai alla superficie e dandogli una propria interpretazione spesso molto corrispondente al vero.
Chi vuol conoscere Soci tra il ‘900 e oggi non può fare a meno di leggere i libri di Salvo per rivivere un passato che non c’è più, per conoscere un’Italia che è oramai scomparsa, per capire cosa eravamo e cosa siamo diventati, né migliori né peggiori ma semplicemente e irrimediabilmente evoluti.
Non ci sono parole che possano ringraziare abbastanza questo sociano vero, in fondo neanche gli avrebbe fatto piacere un’elegia troppo elaborato, ma la sua memoria stampata nei suoi racconti resterà nel tempo e fra qualche generazione alcuni potranno capire il significato profondo dei ricordi di un paesano avvinto al suo paese proprio come l’edera.



