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sabato, 9 Maggio 2026

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Bibbiena: “cinque mesi di incapacità politica”

Esiste un momento preciso, nella vita di una comunità, in cui la cronaca di una tragedia smette di essere soltanto una ferita collettiva per trasformarsi in un atto di accusa politica senza appello. Per il Comune di Bibbiena questo momento è arrivato il 13 novembre 2025, all’indomani della morte del piccolo Leo. In quel giorno, il sequestro dell’asilo nido Ambarabà di Soci ha privato cinquantanove famiglie di un servizio educativo fondamentale, aprendo un vuoto che l’amministrazione aveva il dovere morale, prima ancora che istituzionale, di colmare immediatamente. Gestire l’emergenza non era una scelta tra le tante, non era una possibilità subordinata ai tempi della burocrazia: era il compito primario di chi indossa la fascia tricolore.

Eppure, dopo cinque mesi di immobilismo, silenzi strategici e risposte irridenti, il bilancio che ci troviamo a tracciare è quello di un naufragio totale. Un intero anno educativo è andato perduto, i bambini sono stati privati della loro continuità relazionale e le famiglie sono state lasciate a gestire da sole un carico organizzativo ed economico insostenibile.

Quello che emerge non è il racconto di una difficoltà oggettiva, ma la cronaca di una precisa scelta politica: la scelta di non agire, di aspettare che il tempo sbiadisse le responsabilità e che la stanchezza dei cittadini sostituisse la loro legittima pretesa di efficienza. La narrazione ufficiale con cui il Sindaco Vagnoli ha tentato di giustificare questi mesi di inerzia crolla miseramente di fronte alla cronologia dei fatti. Fin dalle prime ore successive alla tragedia, la Regione Toscana aveva manifestato una disponibilità totale all’interlocuzione e al supporto.

Un’amministrazione lungimirante avrebbe colto quella mano tesa per costruire subito un percorso d’uscita. Invece, la Giunta ha scelto l’arrocco, chiudendosi in un isolamento inspiegabile che ha costretto il Comitato dei genitori a farsi carico di compiti che spetterebbero all’ente pubblico. È paradossale e politicamente umiliante che siano stati i cittadini a dover sollecitare i livelli istituzionali superiori perché il Comune, nel frattempo, restava immobile. Ma l’apice del cinismo è stato forse toccato giá nei giorni immediatamente successivi al fatto, durante le sedute di Commissione e di Consiglio, quando di fronte alle proposte del gruppo di opposizione Lista di Comunità, il Sindaco ha osato paragonare l’attuale emergenza al periodo del lockdown.

Affermare che i cittadini in qualche modo faranno, perché anche durante la pandemia si sono arrangiati, non è solo una caduta di stile senza precedenti, è la dichiarazione ufficiale di una resa politica. È il messaggio spietato di un’istituzione che dice ai suoi cittadini di non contare su di lei, trasformando il concetto di comunità in un deserto dove ognuno deve salvarsi da solo. Mentre il Sindaco minimizzava, la realtà dei numeri scavava un solco profondo tra il palazzo e la strada.

Tra poche settimane il Consiglio comunale sarà chiamato ad approvare il rendiconto di bilancio al 31 dicembre 2025, e i dati contenuti in quel documento sono un insulto alla dignità delle famiglie di Soci. L’avanzo di amministrazione disponibile, ovvero denaro liquido dei cittadini libero da ogni vincolo e utilizzabile immediatamente, ammonta alla cifra enorme di 847.811 euro. Più volte durante le sedute dei Consigli Comunali ci è stato ripetuto che quei soldi venivano tenuti da parte per le grandi emergenze, quasi fossero un’assicurazione per i tempi bui.

Ebbene, se la chiusura improvvisa di un asilo nido che serve sessanta famiglie e la crisi sociale che ne consegue non rappresentano un’emergenza, allora ci chiediamo quale sia la definizione di urgenza per questa Giunta. A fronte di quasi un milione di euro pronti all’uso, l’amministrazione ha stanziato la cifra ridicola di 15.000 euro, di cui appena 5.000 sono stati effettivamente erogati. Soltanto undici famiglie su cinquantanove hanno ricevuto un sostegno, e non perché le altre famiglie non avessero bisogno, ma perché ci troviamo di fronte a una misura tardiva, burocratica e incapace di intercettare i sacrifici reali dei genitori. Un bonus che non riconosce le ferie consumate, i permessi presi per necessità ma solo le aspettative e congedi retribuite al trenta per cento non è un aiuto: è un’offesa alla verità dei fatti. La vicenda del bonus babysitter rappresenta perfettamente il modus operandi di questa amministrazione: prima la derisione, poi il diniego e infine la concessione forzata quando ormai è troppo tardi, quando ormai i genitori non possono più scegliere quelle misure che è stato poi chiesto loro di rendicontare.

Fin dai primi giorni avevamo chiesto un sostegno economico diretto, sentendoci rispondere dal Sindaco che non c’erano abbastanza babysitter in Casentino e che, in fondo, le famiglie avrebbero saputo arrangiarsi come fatto in pandemia. A dicembre, la porta è stata chiusa in faccia ai genitori con una conferma ufficiale: il bonus non si sarebbe fatto. Poi, improvvisamente, la marcia indietro. Il bonus è ricomparso magicamente solo dopo che la pressione mediatica, i nostri comunicati, le manifestazioni di piazza del Comitato e il Consiglio comunale aperto del 29 gennaio avevano messo la Giunta spalle al muro.

È la prova che l’amministrazione non agisce per convinzione o per cura dei cittadini, ma solo per autodifesa politica sotto lo stress dei riflettori. Il risultato di questa manovra è stato un fallimento certificato dai numeri. Una misura che arriva quando il danno è già fatto, quando le soluzioni di emergenza sono già state pagate a caro prezzo dai genitori, non è una risposta amministrativa: è una forma di comunicazione elettorale postuma che sa di beffa. Per mesi ci è stato propinato il mantra secondo cui bisognava attendere il dissequestro della Procura per poter anche solo immaginare una sede alternativa o un cronoprogramma di lavori, mesi in cui tenere i figli a casa era una scelta “pedagogica”, pensata a quanto pare proprio per il loro benessere.

Si è trattato di una menzogna politica costruita per mascherare la mancanza di visione. Qualunque amministratore dotato di buonsenso poteva prevedere fin da novembre che un sequestro penale legato a un’indagine per omicidio colposo non si sarebbe risolto in pochi giorni. Era evidente che i tempi della giustizia si sarebbero sovrapposti a quelli della scuola, rendendo l’anno educativo 2025-2026 un percorso a ostacoli. Noi quella previsione l’avevamo fatta, ed è per questo che avevamo proposto l’unica soluzione seria e immediata: i moduli prefabbricati ad uso didattico. Non si trattava di una provocazione da bar, ma di un progetto strutturato. Avevamo effettuato sopralluoghi con aziende specializzate, verificato la fattibilità tecnica delle aree, le tempistiche di installazione e ottenuto preventivi reali.

Eppure, in Consiglio, queste proposte sono state accolte con sufficienza e persino con qualche risatina di scherno dai banchi della maggioranza. Oggi, quelle risatine si sono trasformate nel pianto di un servizio che non esiste più e nel cronoprogramma del 20 marzo che prevede la riapertura dei servizi a giugno… se tutto va bene. Il fatto che nessuno in maggioranza abbia voluto nemmeno sedersi a un tavolo per valutare seriamente la via dei moduli prefabbricati dimostra che l’obiettivo non era risolvere il problema, ma evitare di assumersi la responsabilità di una gestione straordinaria.

A questa incapacità operativa si aggiunge un deficit di democrazia che rende il quadro ancora più fosco. In un momento di crisi, la trasparenza dovrebbe essere il primo valore di un’amministrazione. Invece, abbiamo assistito a un sistematico oscuramento delle informazioni. È inaudito che i rappresentanti dei cittadini in Consiglio debbano apprendere notizie fondamentali sull’andamento delle istanze giudiziarie direttamente dai genitori o dalla stampa, anziché da una comunicazione ufficiale del Sindaco. Questo modo di intendere il potere come un segreto da proteggere anziché come un servizio da condividere ha trasformato Bibbiena in un fortino assediato, dove chi pone domande viene visto come un nemico e chi propone soluzioni come un disturbatore. L’amministrazione Vagnoli ha scelto deliberatamente di trasformare un’emergenza sociale in un terreno di scontro politico, rifiutando ogni forma di collaborazione e chiudendo la porta a quel tavolo di lavoro condiviso che avevamo chiesto con insistenza per unire le forze di maggioranza e opposizione nell’interesse dei bambini.

Le conseguenze di questo arroccamento sono devastanti e ricadono interamente sulle spalle dei più deboli. Non dimentichiamo le educatrici del nido, professioniste che da mesi vivono nell’incertezza della cassa integrazione straordinaria, colpite in un settore delicatissimo dove la continuità del rapporto con il bambino è tutto. Di loro non si è mai parlato del resto in questi mesi, ma la responsabilità politica si estende anche a loro: persone e famiglie che hanno dovuto fare i conti sia con il trauma di quanto successo sul loro luogo di lavoro che con le inevitabili difficoltà, umane e lavorative, che ne sono conseguite. Il danno arrecato al tessuto sociale della nostra comunità è incalcolabile e va ben oltre il disservizio tecnico. Un bambino in questa fascia di età che perde sei mesi di asilo perde tappe fondamentali del suo sviluppo cognitivo e relazionale che nessuna riapertura tardiva a giugno potrà mai restituire.

Ma c’è una ferita ancora più profonda: il crollo della fiducia dei cittadini verso le proprie istituzioni. In questi mesi è mancato l’ascolto, è mancata l’empatia, è mancata la capacità del Comune di farsi carico del dolore e delle difficoltà dei propri abitanti. Questa è la vera colpa di chi governa: aver trattato la vita dei bambini, l’organizzazione delle famiglie e il legame umano con la cittadinanza come variabili secondarie rispetto alla comodità di non esporsi, di non rischiare e di non disturbare gli equilibri di un bilancio che serve solo a fare bella figura sui giornali a fine anno.

Quello che abbiamo vissuto in questi mesi è la dimostrazione di un’amministrazione che non guida la comunità, ma si limita a subirne le vicende, reagendo soltanto quando la pressione mediatica o la protesta di piazza diventano insostenibili. Un’amministrazione che agisce solo sotto scacco non sta esercitando la politica, sta semplicemente facendo gestione dei danni per salvare il proprio consenso. Chi ha scelto l’immobilismo ora deve rispondere del fallimento di un intero sistema educativo.

Bibbiena merita molto di più di un’amministrazione che ride delle proposte altrui mentre i suoi asili restano sbarrati e i suoi conti correnti restano pieni di soldi che non ha il coraggio di spendere per i propri figli.

È tempo che questa Giunta si guardi allo specchio e riconosca che il vero sequestro dell’Ambarabà non è stato quello della Procura, ma quello dell’incapacità politica di chi doveva proteggerlo e non lo ha fatto.

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