di Francesco Benucci – Là dove scende il fiume la natura, impetuosa, libera, rigogliosa, si prende i suoi, legittimi e primigeni, spazi; là dove scende il fiume albergano vitalità, resilienza, riti di passaggio, biodiversità, armonia; là dove scende il fiume, lontano dai centri urbani, “umanizzati e al contempo spesso disumanizzanti”, ciascun ospite dovrebbe assumere un atteggiamento improntato all’ascolto e all’osservazione, al rispetto e alla gentilezza, alla salvaguardia e alla valorizzazione.
È quello che accade nell’ambito dell’Antica Acquacoltura Molin di Bucchio, situata nel territorio di Stia, proprio là dove scende, dalla sorgente ubicata sulle pendici del Monte Falterona, il fiume Arno. In loco, dal 2017, su iniziativa dei promotori Alessandro Volpone, Andrea Gambassini, Sara Baldini, ai quali si è poi unito Claudio Serangeli, è nato un progetto che, tramite il recupero di una storica troticoltura nata alla fine dell’800, ha avuto, in primis, come obiettivo la conservazione della biodiversità, tutelando le specie ittiche locali (appenniniche) a rischio di estinzione.
Già in questo input di partenza risiede la speciale peculiarità di un percorso che non vuole sovrapporsi con modalità invadenti al tessuto naturale ma, anzi, al contrario, cerca fortemente di convivere con esso, integrandosi, sostenendosi vicendevolmente, portando nuova linfa nel contesto verde e migliorando, parimenti, la qualità della propria vita, in un clima di virtuosa coesistenza: ecco allora la precisa nonché convinta scelta di mettere a disposizione alcune vasche del loro impianto, rinunciando in questo caso alla produttività, per portare avanti progetti di interesse pubblico, nell’ottica della suddetta conservazione della biodiversità ittica.
Per abbracciare al meglio questa prospettiva, per collocarsi ad hoc là dove scende il fiume, sono risultati e risultano tuttora basilari dei partner con cui collaborare per raggiungere le medesime finalità: innanzitutto, i nostri non possono che agire in simbiosi con la grande “cornice” che li vede protagonisti, ossia quel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi che ha trovato nell’acquacoltura rivitalizzata uno dei suoi punti di forza; se l’ente menzionato non può che andare a braccetto col sodalizio in oggetto, altrettanto fondamentale, soprattutto nella fase di avvio, è stata l’energia motrice della Cooperativa In Quiete, che prosegue la consueta attività di servizio outdoor nel citato Parco e che, tra l’altro, ha aperto la scorsa estate al Santuario della Verna un giardino botanico denominato “Antico Orto dei Frati”: oggi le due imprese camminano ciascuna con le proprie gambe ma fanno pur sempre parte di una stessa famiglia, in cui ci si aiuta, si collabora e si concorda su propositi e attività di recupero, promozione e valorizzazione; altri attori importanti lungo il tragitto tracciato nel corso degli anni sono stati i contatti con le università, in particolare quella di Firenze, e la partecipazione a vari bandi, aspetto su cui da sempre pongono grande attenzione, per poter così ottenere finanziamenti funzionali al prosieguo del progetto; e proprio in un quadro volto a dare sostentamento all’iniziativa, rientrano le finalità “alimentari” con trote da allevamento non intensivo da tavola, come iridea, (escludendo ovviamente le specie votate al ripopolamento), il tutto avviando una filiera di alta qualità che contempla sostenibilità ambientale, benessere del pesce e qualità piuttosto che quantità assicurando così carne buona nonché unica, senza l’uso di alcun farmaco, con tanto di mangime solo biologico e acqua sempre corrente, pertanto non necessitante di ricircolo. Di loro si sono accorti vari ristoranti, tanto che i prodotti valligiani sono divenuti protagonisti anche nel menù degli chef stellati! Tra questi segnaliamo un giovane chef in ascesa come Gianluca Gorini, col suo “daGorini” a San Piero in Bagno e Niko Romito, di cui riforniscono “Reale Casadonna”, ristorante addirittura tristellato, con la mission di approdare altresì nei suoi altri locali sparsi per il mondo, ad esempio a Dubai, mission che li sta stimolando a creare proprio un laboratorio rivolto alle esportazioni. A proposito di obiettivi, non va dimenticato che, ovviamente, quanto esposto sopra è voluto, pianificato e indirizzato in modo tale da poter sostenere l’idea di partenza: recupero, conservazione, ripopolamento.

E, a giudicare dai risultati, tale idea accompagna costantemente il cammino dei nostri: basti pensare alla ristrutturazione di un altro vascone antico per cui, al recupero completo dell’acquacoltura, manca solo uno, seppure il più impegnativo, dei tre vasconi originari (in totale 10 vasche su 11 recuperate!); è giusto poi menzionare la creazione di protocolli di allevamento per barbo tiberino, ghiozzo etrusco e, più di recente, cavedano etrusco, nell’ambito di un progetto promosso dall’ente del Parco, in virtù del quale, con una partnership davvero proficua, i pesci sono riprodotti tramite migliaia di avannotti di queste tre specie; inoltre preme aggiungere che si stanno specializzando negli obblighi ittiogenici e sono sovente contattati da ditte che prendono un lavoro dal consorzio di bonifica il quale, per la legge volta a tutelare i pesci in loco, li obbliga a spostare la fauna acquatica dai siti di intervento prima dell’ingresso dei mezzi meccanici in acqua, mansione affidata appunto agli operatori casentinesi oggetto dell’articolo; infine non va dimenticato che quanto stanno realizzando si traduce in una visibilità foriera di ulteriori “vibrazioni positive” circa la bontà dell’iter intrapreso: ecco allora la citazione in un manuale nazionale di buone pratiche di acquacoltura, Capraia Smart Island, dove sono segnalate le migliori realtà, anche a livello di sostenibilità ambientale, e le loro peculiarità, ecco la cittadinanza onoraria conferita dal Comune di Castel Focognano ad Andrea Gambassini per i risultati ottenuti con l’acquacoltura e con la cooperativa, ecco le apparizioni su Geo & Geo, Linea Verde e in un documentario di Paolo Sodi che prende in esame il rapporto tra la natura valligiana e alcuni attori del medesimo contesto, compresi i nostri.
In sostanza, come è facile evincere da quanto scritto, il progetto prosegue sulle ali dell’entusiasmo, della convinzione e di una sorta di “deformazione ambientale” che ci accomuna al nostro territorio: i protagonisti di questa avventura ancora oggi sposano pienamente la decisione presa qualche anno fa, hanno anteposto la ricchezza della vita alla ricchezza meramente economica, si godono la libertà di scorrere in un tempo che si sono scelti a loro misura e ci insegnano la bellezza che si svela là dove risiedono i sogni, là dove si preferisce convivere e, pienamente, vivere piuttosto che sopravvivere, là dove scende, armonioso e accogliente, il fiume.


