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sabato, 9 Maggio 2026

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Figlie del 25 Aprile

di Gabriele Versari – Come ogni anno è doveroso celebrare il ricordo, nel mese di aprile, della Liberazione del nostro Paese dal nazifascismo e dell’avvento della democrazia. In questa cornice storica, però, occorre stavolta fare cenno anche all’Ottantesimo anniversario del primo voto nazionale a suffragio universale femminile e della contemporanea genesi della Repubblica Italiana. Casentino2000 tiene in particolar modo a focalizzarsi su questo, conseguenza diretta di quanto successo durante gli eventi della Liberazione.

A circa un mese dallo scorso 8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, con lo scopo di approfondire il tema del ruolo delle donne casentinesi in quel periodo, ci si è rivolti ad una personalità di spicco nel panorama della nostra vallata: si tratta di Franca Rinaldelli, iscritta allo SPI (Sindacato Pensionati Italiani) della CGIL. La signora Franca si è prestata volentieri ad un’intervista che ci consente di porre uno sguardo più consapevole alla giornata del 2 giugno, una “giornata particolare” – come la definirebbe il noto storico e saggista Aldo Cazzullo – vista dal punto di vista di una giovane donna chiamata “Maria”.

Signora Franca, all’epoca dei fatti lei era ancora una bambina, non può giustamente ricordarsi in maniera cristallina di quanto accaduto… Può però parlarci delle testimonianze legate ai fatti del 2 giugno raccontate da chi era adulto durante quelle vicende? «Certamente. Ho molto ben presente la storia di Maria. La mattina della domenica del 2 giugno 1946, il cielo era sereno ed un solicello di tarda primavera annunciavano una giornata tranquilla e luminosa. Maria si svegliò presto, lei era una madre ed una moglie, come ricordato spesso nella retorica dell’epoca. Era la moglie del responsabile amministrativo della cosiddetta “Segheria demaniale” di Bibbiena ed era già madre di quattro figlie, di cui l’ultima appena nata. Ma quella mattina per Maria era una mattina speciale. d era una mattina speciale anche per il nostro Paese. L’Italia era da poco uscita dalla guerra e nei paesi della vallata si vedevano ancora molte case distrutte. Lei abitava nel comune più grande della vallata: Bibbiena, che però era anche quello più duramente colpito, poiché l’esercito tedesco in ritirata e quello degli alleati erano in gran parte transitati lungo la strada statale 71 fino alla Romagna ed al nord Italia.

A Bibbiena, pochi mesi prima, si erano tenute le elezioni amministrative, le prime elezioni libere alle quali avevano partecipato, per la prima volta in Italia, anche le donne. Ma sapeva bene – si era informata – che quella prima “concessione” del voto al genere femminile era come una prova; la vera e propria rivoluzione culturale non poteva che essere quella della partecipazione al voto del 2 giugno, quando il popolo italiano, posto davanti ad un bivio, era chiamato a scegliere tra Repubblica e monarchia e ad eleggere la cosiddetta Assemblea costituente, che avrebbe dovuto elaborare il testo della nuova Costituzione italiana, la madre di tutte le leggi future.

Maria era una donna libera, non si considerava di serie B, inferiore o minore rispetto al genere maschile. Percepiva che questo, finalmente, era un diritto acquisito, anche se capiva perfettamente che la strada per il raggiungimento dell’uguaglianza sarebbe stata ancora impervia e lunga. Lei comunque aveva le idee chiare: finalmente l’Italia si era liberata dal cancro del fascismo e davanti a sé si apriva un’epoca nuova, piena di promesse. Si mise il suo vestito più bello, quello a fiori, che aveva cucito con l’aiuto di una amica con la nuova macchina da cucire Singer (americana). Si passò una abbondante dose di cipria sulla pelle del volto, poi sulle labbra un rossetto rosso vivo che il marito le aveva regalato.

Doveva raggiungere le due amiche che abitavano vicino: la Guglielma e la Arduina. Insieme sarebbero andate al seggio che si trovava in cima al colle del paese, lungo la “Via delle Fornaciacce”. Aveva sentito parlare dei nuovi partiti che erano nati dalle ceneri del fascismo, sulla spinta della Resistenza, partiti che promettevano un clima nuovo fatto di libertà personale, di costumi più liberi, di riconciliazione nazionale, di fine dei soprusi e delle violenze.

Sperava che anche per le donne si aprisse un mondo nuovo e diverso dal passato. Non aveva mai sopportato l’immagine della donna nel periodo fascista, considerata esclusivamente in quanto madre e moglie devota. I diritti della donna erano offuscati dai doveri, le aspirazioni proprie tenute in serbo e nascoste, il suo ruolo era quello che prevedeva una responsabilità limitata e circoscritta. Con la caduta del regime sperava che si realizzasse un mondo nuovo, fatto di diritti, parità ed opportunità nel campo del lavoro e del sociale».

A proposito di quanto appena riferito, come rapporterebbe lo sviluppo dei partiti nazionali rispetto a quello dei movimenti politici casentinesi dell’epoca? Quali differenze e quali analogie li caratterizzavano? «Nella vallata e nel paese erano nati alcuni partiti, che ancora dimostravano incertezze, indecisioni e velleità, ma che comunque cercavano di rompere i legami con il vecchio regime; si dividevano grossomodo in partiti che avevano come punto di riferimento la Chiesa e le sue istituzioni (Democrazia Cristiana) e partiti laici, con riferimento ad un marxismo più o meno edulcorato (Partito Comunista italiano, Partito Socialista di Unità Proletaria); inoltre erano nate anche altre formazioni come il Partito Liberale e il Partito di Azione, che avevano partecipato alla Resistenza. Nei comuni più piccoli, invece, il confronto riguardava soprattutto il Partito Comunista, il Partito Socialista di Unità Proletaria e la Democrazia Cristiana. Nel 1945 era nato in Italia un governo di unità nazionale con a capo un democristiano (De Gasperi). Ne erano parte i maggiori attori della Resistenza: Partito Comunista, Democrazia Cristiana e Partito Socialista di Unità Proletaria.

Questo clima di collaborazione nazionale, basato sull’antifascismo, favoriva anche in periferia coalizioni ed alleanze simili tra PCI, PSIUP, DC, le quali nascevano con lo scopo di ricostruire i paesi e le strutture più elementari distrutte. In ogni caso, tutti sapevano che questa collaborazione avrebbe avuto una vita breve: il collante del rifiuto del fascismo non poteva bastare per rendere i legami duraturi. C’erano valori di riferimento molto forti e radicati già nel movimento della Resistenza e nei rapporti internazionali con i paesi che avevano vinto la guerra, soprattutto con USA e URSS.

A Bibbiena era stato eletto come Sindaco un dirigente del Partito Comunista. Ma solo con il referendum definitivo del 2 giugno e con la adozione della nuova Costituzione l’Italia poteva entrare nel club delle democrazie occidentali, spazzando via i residui monarchici e le ideologie del fascismo»

Quali erano le posizioni politiche all’interno del nucleo famigliare di Maria? «La famiglia di Maria era composta da 4 femmine e 4 maschi. I genitori, come molti, non avevano aderito al fascismo e ai suoi rituali, trasmettendo ai figli sentimenti di avversione nei confronti del regime. Questi ultimi si dividevano, senza assumere comportamenti estremi o di intolleranza, tra comunisti e socialisti; uno dei quattro aveva simpatia verso la DC. Il marito di Maria aveva un atteggiamento più moderato e si era legato, come molti nel corpo forestale, alla DC. Aveva un legame di forte simpatia con un politico rampante di Pieve Santo Stefano in Valtiberina. Il nome di questo giovane dirigente DC era Amintore Fanfani, futuro ministro di De Gasperi».

La mamma di Franca all’epoca. Le due donne sono la Guglielma, accanto al marito e l’Arduina

Per finire, crede che oggi la storia di Maria possa essere rappresentata da una qualsivoglia opera artistica in particolare? «La sua storia mi ricorda un bellissimo e celeberrimo film che ho visto di recente: “C’è ancora un domani”, nel quale la protagonista, Delia, deve affrontare il difficile passaggio tra la vecchia epoca, rappresentata da personaggi come il marito e il suocero, e quella nuova. Delia sogna un’altra vita, di poter coltivare i suoi sentimenti, una vita di partecipazione e di dignità, sogna la propria libertà di cittadina responsabile. Il diritto al voto conquistato dalla donna, quindi, al di là del semplice episodio sporadico, è l’inizio di un nuovo cammino ed acquista significato di consapevolezza collettiva che in Italia esplode, sia pure con ritardi colpevoli, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, quando una serie di leggi sanciscono finalmente alcuni dei diritti fondamentali della donna ed il rispetto della sua dignità.

Al voto del 2 Giugno l’affluenza fu altissima: vi prese parte l’89% delle donne aventi diritto. In contemporanea furono elette le cosiddette “madri Costituenti” (purtroppo solo 21 su 556). Queste donne, espressione dei partiti più importanti (DC, PCI, PSI), fecero fronte comune per affermare i diritti femminili. Mi piace ricordare i nomi di alcune di loro ed il loro contributo nel testo costituzionale: Nilde Iotti PCI (sulla parità tra coniugi nella famiglia) Lina Merlin PSI (sulla tutela delle madri nubili e la chiusura delle “case chiuse”) Maria Federici DC (per i diritti delle lavoratrici e l’assistenza alla infanzia) Teresa Noce PCI (per la tutela fisica ed economica delle donne lavoratrici) Purtroppo, i valori espressi dalla nuova Costituzione hanno trovato difficoltà ad essere affermati compiutamente fin da subito per la persistenza di leggi antiquate, reazionarie (come quella sul “Delitto d’Onore”, abolita solo nel 1981) e a causa di una cultura caratterizzata da una mentalità retrograda e tossica.

Ancora oggi l’obiettivo di una compiuta parità è da raggiungere, così come sottolineato di recente da Laura Mattarella: “sulla carta abbiamo una parità piena, ma nei fatti dobbiamo fare ancora tanta strada. La differenza salariale tra uomini e donne ne è un esempio lampante. Inoltre, abbiamo poche donne al vertice e sono viste come eccezioni”. Tornando al film vorrei concludere ricordando una scena molto bella: Delia, prima di entrare nella cabina elettorale, si pulisce le labbra dal rossetto per non sporcare la scheda e così annullare la sua scelta: riteneva importante l’espressione del suo diritto al voto.

Mi piace pensare che anche Maria, nella cabina elettorale di Bibbiena, sia stata attenta a non sporcare di rosso la sua scheda con il nuovo rossetto regalatole dal marito».

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