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venerdì, 6 Marzo 2026

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Tutta l’energia del vento

di Anselmo Fantoni – Quando ancora andavo a scuola, ricordo che già si parlava di gestione oculata dell’energia, che nel 2020 il petrolio si sarebbe esaurito e che dovevamo pensare a fonti energetiche nuove. Fu sventrato tutto il crinale del Pratomagno per far si che il metano algerino ci desse una mano, salvandoci dall’inquinamento e dal freddo. Poi il metano è arrivato anche dalla Russia, nelle città gli impianti di riscaldamento ad olio pesante e gasolio venivano sostituiti migliorando di molto la qualità dell’aria delle città. Oggi anche il metano non ci da più una mano, dovrà essere sostituito con le pompe di calore che utilizzano sole e o elettricità.

Da bambino l’utilizzo dell’elettricità era minimo e per poter guardare un’oretta di televisione c’era bisogno dello stabilizzatore, oggi la televisione è accesa tutto il giorno, si cucina con le piastre a induzione, ci riscaldiamo con pompe di calore e carichiamo le batterie di cellulari e computer, persino di biciclette e autovetture.

Ma tutta questa energia da dove arriva? Le fonti fossili stanno abdicando a quelle rinnovabili e questo produce un cambiamento anche nella distribuzione dell’elettricità, la rete è infatti progettata per trasportare grandi quantità di energia dal luogo di produzione, centrale termoelettrica, fino al più sperduto paesino di montagna, mentre oggi con il fotovoltaico, il micro idroelettrico e l’eolico, l’energia viene prodotta anche in periferia e da li trasportata verso le città e le zone industriali oltre che per il consumo locale e familiare.

Pare però che ancora il sistema rimanga strutturato col vecchio modello, cosa comporta l’inadeguatezza della rete attuale? Nulla di che, nei momenti di maggiore produzione le varie centrali locali vengono disconnesse per non mandare in crisi il sistema, uno spreco inusitato di mega watt che comunque il gestore rimborsa in parte con i famosi contributi GSE. Oggi la situazione è molto complessa e ci troviamo proprio nel bel mezzo di un cambiamento dell’utilizzo dell’energia.

Le centrali termoelettriche producono molta energia, sono costose in quanto la materia prima ha di per sé un costo elevato, soprattutto da quando conflitti internazionali hanno comportato rinunce e strategie non proprio economiche, sono inquinanti anche se utilizzano il metano e ottime in termini di sicurezza. L’idroelettrico di grandi dimensioni ha un impatto ambientale importante e non è sempre sicuro, basti ricordare l’incidente del Vajont o lo sforzo di Abu Sinbel dove si è dovuto spostare una montagna con le sculture di un tempio egizio per evitare la perdita di un grande patrimonio storico.

Lo sviluppo del microelettrico a minimizzato rischi e sconvolgimento del territorio ma produce quantità minori di energia, ottimo soprattutto nella gestione dei nascenti CER (comunità energetiche rinnovabili), dove le comunità di cittadini, aziende consumatrici e realtà produttrici si consorziano per creare una rete di produzione e consumo di energia in loco mediante fotovoltaico, eolico e micro idroelettrico, compresa la produzione mediante l’utilizzo di biomasse. Questo tipo di organizzazione potrebbe essere la risposta all’inadeguatezza della rete di distribuzione che rimarrebbe attiva come supporto in caso di problematiche tecniche o per supportare le varie CER che ancora non abbiano raggiunto la piena autonomia garantendo una gestione ottimale anche per i picchi di massima e di minima produzione con uno scambio bidirezionale.

Sembra ormai tramontata l’era delle centrali termo nucleari, ottime per la produttività ma problematiche sul piano della sicurezza su cui Cernobyl e Fukushima hanno pesato moltissimo. Negli ultimi decenni il fotovoltaico ha visto un importante sviluppo, ma mentre molti tetti ne sono ancora sprovvisti, di recente si è ripreso ad utilizzare terreni idonei all’agricoltura, diminuendo di fatto la capacità produttiva di alimenti per l’uomo, ma di questo non preoccupiamoci, il MERCOSUR, l’accordo di libero scambio tra Europa e Sud America non ci farà mancar nulla, con grande soddisfazione per commercianti e multinazionali, un po’ meno forse per i nostri agricoltori ed allevatori.

L’ultimo sistema di produzione di energia elettrica su cui c’è un vero e proprio scontro è l’eolico. A prima vista parrebbe la panacea di tutti i mali, l’esempio che abbiamo sul monte Secchieta è quanto mai emblematico, dal 2002 le tre pale da 600 kw producono energia e pare che l’ambiente non ne abbia risentito molto, certo sono un modello di 40 metri di altezza con funzionamento semplice e giri di rotazione lenti, molto diverse da quelle odierne di solito alte 200 mt e con rotazioni più veloci che oltre ad avere un impatto decisamente superiore creano anche un importante inquinamento acustico.

I progetti attualmente in discussione riguardano tutto il territorio nazionale, con particolari zone in cui ci si vorrebbe spingere in una produzione forse eccessiva, vedi per esempio Puglia e Sardegna, ma anche nel nostro Appennino ci sono vari progetti in fase di valutazione da parte delle istituzioni competenti come in Mugello e in Romagna, ma le dimensioni e i soggetti in campo fanno nascere dubbi sulla reale necessità degli stessi e la loro valenza speculativa. Una cosa è certa in tutti i territori dove questi progetti dovrebbero essere realizzati le dinamiche paiono seguire lo stesso copione: da una parte le istituzioni con un atteggiamento poco trasparente, in alcuni casi i progetti sono stati secretati, dall’altra parte i comitati di cittadini contrari alla loro realizzazione perché li ritengono lesivi per l’ambiente con un impatto inaccettabile in zone dall’interesse paesaggistico, turistico e culturale di grande rilievo.

Come sempre la verità potrebbe trovarsi nel mezzo, la transizione energetica è in atto, forse non è gestita per il solo bene di noi cittadini, ma per i soliti speculatori sempre a caccia di profitti e soprattutto di denari pubblici. L’unica garanzia potrebbe essere un sano confronto tra comitati e istituzioni, tra chi la vede bianca e chi la vede nera, magari agevolando aziende a partecipazione statale e non privati e multinazionali, ma state tranquilli se si vuole forzare la mano ci diranno di scegliere tra pace e caldo, che questa è l’unica soluzione per salvare il pianeta, così mentre i nostri boschi e i nostri campi vengono sostituiti da silicio e grandi girandole, in altre parti del pianeta, gli stessi che vogliono salvarlo, alimentano conflitti armati disseminando terreni e cieli di tutte le porcherie di cui sono fatti gli armamenti, o pensate che i carri armati abbiano il FAP o utilizzino urea per una combustione più pulita?

Istintivamente mi sento più vicino ai comitati contrari, ma devo anche ammettere che il problema energetico e soprattutto il suo costo per famiglie e imprese rischia di essere discriminante per chi potrà o non potrà permettersi in futuro di acquistare energia ed avere una qualità di vita accettabile.

L’energia è un settore che non può essere lasciato in mano ai privati, come la scuola e la sanità, ma i segnali ad oggi non sono troppo rassicuranti e come sempre le parole se le porta via il vento, stavolta il vento rischia di toglierci anche i nostri paesaggi, pensate se con i cambiamenti climatici i venti decidessero di non soffiare più, avremo tante girandole ferme e pochi bambini a soffiare per farle girare. Meditiamo.

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