di Francesco Meola – L’associazione “Casentino Senza Frontiere” è una realtà di volontariato nata nel territorio del Casentino con l’obiettivo di promuovere solidarietà, cooperazione e aiuto concreto verso le persone più fragili, sia a livello locale che internazionale. Nel corso degli anni l’associazione ha realizzato numerosi progetti umanitari, sostenendo comunità in difficoltà attraverso raccolte di beni di prima necessità, iniziative benefiche e interventi diretti in diversi paesi del mondo. Grazie all’impegno dei suoi volontari, spesso giovani del territorio, Casentino Senza Frontiere è diventata un punto di riferimento per chi crede nella solidarietà e nella possibilità di costruire ponti tra culture e popoli diversi.
Oggi l’associazione porta avanti anche progetti locali, come la nuova iniziativa dedicata all’inclusione sportiva dei ragazzi con disabilità intellettive, realizzata in collaborazione con le società di atletica e tennis di Poppi. Un progetto che mette al centro lo sport come strumento di partecipazione, integrazione e crescita personale. In questa intervista, la presidentessa Lavinia Dinu, ci racconta la nascita dell’iniziativa, i suoi obiettivi e i primi risultati, ma anche il percorso dell’associazione, le sfide del volontariato e i progetti futuri.
Lavinia, puoi dirci come nasce questo progetto di inclusione sportiva con le società di atletica e tennis di Poppi? Avete già collaborato in passato o è una prima iniziativa? «Il progetto nasce da un’idea che Maurizio (Maggi, assessore allo sport del comune di Poppi, n.d.r.) aveva nel cassetto da un po’ di tempo, perché sul territorio di Poppi vivono diverse famiglie con ragazzi che incontrano difficoltà nell’accedere alle attività sportive a causa di neurodivergenze o altre forme di disabilità non fisica. Maurizio era rimasto in contatto con alcune mamme e aveva già immaginato un percorso dedicato, ma l’iniziativa non era mai partita per mancanza di fondi: le associazioni sportive erano disponibili ma servivano risorse per garantire la presenza di educatori qualificati. L’associazione, che ogni anno destina il ricavato del pranzo o della cena di Natale a un progetto locale, venuta a conoscenza dell’idea, ha deciso pertanto di sostenerla. Dopo un confronto con Maurizio, sono stati definiti i dettagli, individuate le educatrici e il progetto ha finalmente potuto prendere avvio».
Quali sono gli obiettivi di questa iniziativa? «L’obiettivo principale è permettere a questi ragazzi di accedere ad attività sportive strutturate. L’idea è nata anche dalla testimonianza di una madre che, per far praticare sport al figlio, era costretta a portarlo fino ad Arezzo, unica realtà che offriva un servizio adeguato. Portare un’opportunità simile direttamente in Casentino significa ridurre le distanze, sostenere le famiglie e promuovere un modello di inclusione più vicino alla quotidianità di questi giovani».
Immagino che nelle vostre intenzioni ci sia la volontà di replicare iniziative simili in futuro… «L’intenzione è innanzitutto quella di garantire continuità al progetto almeno per tutto l’anno scolastico, fino a giugno. A tal proposito sono previsti momenti di verifica con le educatrici per valutare l’andamento e il numero dei partecipanti. Per la fine del mese, inoltre, è previsto anche un pranzo per finanziare il proseguimento delle attività durante l’estate e se ci saranno adesioni e risorse sufficienti, in prospettiva, si valuterà l’estensione del progetto ad altre discipline e altri comuni. Ma tutto dipenderà dalle disponibilità economiche e organizzative».
Allo stato attuale quali attività vengono svolte e come sono articolate le giornate? «Il progetto prevede due incontri settimanali della durata di circa un’ora o un’ora e mezza. Un pomeriggio è dedicato all’atletica presso l’Atletica Casentino, mentre l’altro si svolge al Tennis Campaldino, dove i ragazzi giocano a tennis. Le attività si tengono interamente a Poppi, poiché il progetto è nato in collaborazione con le realtà sportive del comune».
Che riscontri avete avuto finora da parte dei ragazzi e delle famiglie? «I riscontri sono molto positivi. Le famiglie hanno aderito con entusiasmo, anche perché sul territorio iniziative simili sono rare e, come è emerso parlando con i genitori, non sempre c’è una particolare attenzione all’inclusività, nemmeno in ambito scolastico. Anche le educatrici coinvolte si sono dimostrate entusiaste: sono professioniste abituate a lavorare con la disabilità e riferiscono che le attività stanno funzionando molto bene, risultando arricchenti anche per loro».
Quanti ragazzi partecipano al progetto? «Il numero varia tra i tre e i cinque partecipanti, a seconda dell’attività».
Cos’altro vorresti aggiungere rispetto al progetto? «Che tutto quanto stiamo realizzando qui oggi è anche il frutto dell’esperienza vissuta in Kosovo dalla nostra associazione. Lì, la disabilità è vissuta in modo molto diverso e spesso con maggiori difficoltà; pertanto conoscere quella realtà, ci ha convinti ancor più dell’importanza di realizzare un progetto del genere in Casentino. Sentiamo di aver dato vita a qualcosa che fa bene non soltanto ai ragazzi ma anche alle famiglie e agli altri giovani che praticano sport, aiutandoli a vivere in modo diverso il concetto di inclusività».
Avete iniziato a collaborare anche con realtà scolastiche del territorio? «Non per questo progetto specifico, ma l’associazione ha già collaborato con le scuole in passato. Tra le iniziative più significative merita sicuramente una menzione il progetto “Adotta una letterina”, rivolto a bambini in situazioni socioeconomiche difficili: le scuole elementari hanno partecipato leggendo le letterine in classe e coinvolgendo gli alunni nell’acquisto e nella preparazione dei regali. In un’altra occasione, invece, gli studenti di Stia sono stati messi in contatto con i ragazzi della casa-famiglia in Kosovo, con cui hanno potuto dialogare direttamente. Compatibilmente con i loro impegni, riteniamo fondamentale portare messaggi di inclusione all’interno delle scuole».
La vostra è ormai una realtà già piuttosto nota ma, a beneficio di coloro che ancora non vi conoscono, potresti tracciare un profilo della vostra associazione? «L’associazione è nata nel 2004, dopo il viaggio di cui parlavo prima in Kosovo. Oggi conta circa una trentina di volontari attivi, anche se con un ricambio costante dovuto agli impegni personali di ciascuno. Il progetto principale resta quello legato alla casa-famiglia in Kosovo, ma negli anni abbiamo sostenuto molte altre iniziative: dalla costruzione di una scuola in Madagascar a quella di un inceneritore per un ospedale in Congo, fino ai progetti locali come quello attuale. Dal punto di vista economico, cerchiamo di destinare il 100% delle donazioni ai nostri progetti, mantenendo un bilancio che sia sempre in pari. Per quanto riguarda il tempo dedicato alla nostra attività, i volontari partecipano ognuno secondo le proprie disponibilità: alcuni si dedicano solo ai viaggi in Kosovo, altri collaborano agli eventi sul territorio, come la festa estiva, la cena di Natale o la gara di pesca».
Quali sviluppi futuri immaginate per i vostri progetti? Avete un sogno nel cassetto? «A breve ci sono due eventi programmati: una pesca di beneficenza il 19 aprile e la festa estiva del 23 luglio. I progetti da finanziare sono ancora in fase di valutazione. Quanto al “sogno nel cassetto”, mi piacerebbe riuscire ad abbassare l’età media dell’associazione: negli anni sono stati fatti tentativi per coinvolgere i giovani, anche attraverso le scuole, ma l’adesione sul lungo periodo è sempre stata limitata. L’auspicio è che nuove generazioni trovino la motivazione per mettersi in gioco e portare avanti il lavoro dell’associazione».
Qual è la difficoltà principale che avete incontrato finora? «Proprio il coinvolgimento dei giovani. Nonostante iniziative come la raccolta viveri o la partecipazione alle assemblee d’istituto, spesso l’entusiasmo iniziale non si traduce in un impegno continuativo. Le cause possono essere molte: scarsa sensibilizzazione, altre priorità, poca conoscenza del volontariato. È un tema che meriterebbe di essere approfondito».
Quanto tempo richiede mediamente l’impegno nell’associazione? «Non esiste una “giornata tipo”, perché l’attività si concentra soprattutto sugli eventi. Il gruppo direttivo è più impegnato, ma il volontario medio contribuisce secondo le proprie possibilità: c’è chi partecipa solo agli eventi locali, chi si dedica ai viaggi in Kosovo, chi offre disponibilità saltuaria. L’associazione non chiede a nessuno di mettere in secondo piano lavoro o vita personale; l’impegno è modulabile e rispettoso delle esigenze di ciascuno».
E allora, nell’augurarci che anche altri possano dare il loro contributo a questa associazione, ci piace sottolineare quanto questo progetto ci ricordi che lo sport non è soltanto gioco o movimento: è un modo per incontrarsi, per sentirsi parte di qualcosa, per scoprire che le differenze non separano, ma arricchiscono. Con questa iniziativa, Casentino Senza Frontiere dimostra, ancora una volta che, con passione e volontà, anche le piccole iniziative possono cambiare la vita dei ragazzi, sostenere le famiglie e creare solidi legami nel tempo.


